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SULLA MANOVRA FINANZIARIA. - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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SULLA MANOVRA FINANZIARIA.

venerdì 6 agosto 2010

E’ del tutto evidente che la manovra finanziaria da 25 miliardi approvata dal Senato ha picchiato pesantemente su lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego.
Si tratta, in realtà, dell’ennesimo colpo sferrato alla P.A nel chiaro intento di drenare risorse dal settore pubblico per far pagare la crisi ai dipendenti pubblici.

SULLA MANOVRA FINANZIARIA.

E’ del tutto evidente che la manovra finanziaria da 25 miliardi approvata dal Senato ha picchiato pesantemente su lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego.
Si tratta, in realtà, dell’ennesimo colpo sferrato alla P.A nel chiaro intento di drenare risorse dal settore pubblico per far pagare la crisi ai dipendenti pubblici.
Dalla campagna denigratoria bipartisan contro i fannulloni sfociata nelle norme anti fannulloni contenute nella riforma Brunetta, passando attraverso il collegato lavoro che cinicamente rivede in peius la normativa in materia di assistenza agli anziani e agli invalidi (L. 104) e di fatto sancisce il licenziamento dei dipendenti pubblici attraverso la cessione del ramo di azienda ovvero la privatizzazione e la esternalizzazione di funzioni pubbliche, fino alla manovra correttiva che blocca le retribuzioni e licenzia il 50% precari, la filosofia del governo (ma potremmo dire più in generale dell’UE e del FMI) è quella di fare cassa subito, utilizzando la crisi per smantellare la P.A. e salvare gli interessi di chi ha materialmente provocato la crisi stessa.
E difatti, per ripianare il debito, neanche un euro verseranno i possessori di grandi patrimoni, i grandi evasori (anzi premiati con lo scudo fiscale) o quegli speculatori che in questi anni hanno fatto shopping finanziario con i nostri soldi: insomma, la manovra va nella direzione di rimettere in moto lo stesso perverso circuito che ha generato la crisi.
Ma se è del tutto evidente che la finanziaria da 25 miliardi (a cui vanno aggiunti altri 5,5 miliardi dei mancati rinnovi contrattuali del P. I., non contabilizzati nella manovra) colpisce prevalentemente lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego ed in particolare della scuola, non va dimenticato tutto il resto.
In linea generale, questa finanziaria è figlia della filosofia e della pratica politica del governo Berlusconi, fondata sul “colpire separatamente” i lavoratori per “immiserirli globalmente”. La sua logica la troviamo perfettamente rappresentata da una frase di Tremonti, che, in una lunga intervista su “la Repubblica” del 18/07/2010, a Massimo Giannini, “Nella manovra è stata fatta la riforma delle pensioni più seria d’Europa in questi anni e pari data c’è stata Pomigliano, con il lavoro che non esce ma torna in Italia e nel Mezzogiorno. E forse queste due, pensioni e Pomigliano, sono due P più importanti della P3”.
In sostanza Tremonti ci dice che quello che conta di un governo sono i provvedimenti presi per sostenere l’economia capitalistica, per cui la finanziaria ed il piano Marchionne sulla Fiat (cioè il diktat sui 18 turni lavorativi e gli straordinari a gogò con la cancellazione del diritto di sciopero e di quello alla malattia) pur essendo formalmente due cose diverse prodotte da due entità diverse (il governo del Paese e la più potente azienda privata italiana), in realtà esprimono un disegno unitario del capitalismo italiano portato avanti dalla diarchia governo/padronato.
Negli ultimi 18 anni centrodestra e centrosinistra sono stati sostanzialmente d’accordo nel demolire la previdenza pubblica, solo la tattica era diversa. Cominciava il centrodestra con le sparate di Berlusconi e Maroni (nel 1994 e nel 2004), ma le grandi controriforme le ha condotte in porto il centrosinistra (Amato 1992, Dini 1995, Prodi 2007) coinvolgendo unitariamente i tre porcellini (Cgil-Cisl-Uil).
Dopo la larga vittoria elettorale del 2008, il centrodestra ha cambiato tattica, non più roboanti proclami sulla necessità di grandi “riforme”, ma singoli provvedimenti, magari in applicazione di “automatismi” previsti dalle precedenti controriforme, così a partire dal 1° gennaio 2010 è stato per la prima volta applicato l’adeguamento del coefficiente di trasformazione alle pensioni contributive o a sistema misto (vale a dire a tutti quei lavoratori che al 31/12/’95 avevano meno di 18 anni di anzianità contributiva), adeguamento che verrà reiterato ogni 5 anni e che ridurrà sensibilmente gli importi delle pensioni delle giovani generazioni; oppure infilando pezzi di “riforma” dentro provvedimenti omnibus, come nell’estate scorsa con il provvedimento Sacconi che fissava a partire dal 2015, con cadenza quinquennale, l’innalzamento automatico dell’età pensionabile calcolato sull’aumento della media dell’aspettativa di vita.
Con la finanziaria attuale viene mantenuto l’aumento automatico dell’età pensionabile a partire dal 2015 (la prima volta sarà di 3 mesi), ma la cadenza dei ricalcoli non sarà più quinquennale, bensì triennale (ad eccezione della prima volta in cui l’aumento non scatterà il 2018, ma il 2019), in più si specifica che, nella malaugurata ipotesi di una diminuzione dell’aspettativa di vita, l’età pensionabile non diminuirà, ma resterà invariata.
E’ stato poi introdotto un nuovo criterio riguardo all’apertura delle cosiddette “finestre pensionistiche”, per cui, finora, con quattro finestre all’anno, si andava in pensione da tre a sei mesi dopo che erano stati raggiunti i requisiti di età e contributivi minimi; dal prossimo 1° gennaio, invece, scattano i nuovi criteri, quelli della finestra ad personam, per cui si può andare in pensione esattamente un anno dopo da quando si sono raggiunti i requisiti minimi, e ciò vale sia per le pensioni di anzianità che per quelle di vecchiaia.
Fa eccezione il personale della scuola, che continua ad avere un’uscita unica il 1° settembre di ogni anno in cui si maturano i requisiti minimi per la pensione, ma tutto fa credere che alla prima occasione questo “privilegio” sarà cancellato.
La soluzione della finestra ad personam pare sia stata ideata dal presidente dell’INPS, Mastrapasqua, il quale, in una contemporanea intervista a “Il Sole “24 Ore”, da vero manager pubblico, lamentava la scarsa attenzione che c’era nel Paese verso i fondi pensione privati.
In sintesi con le finestre ad personam si aumenta di un anno l’età pensionabile. Dal 2013, anno di entrata a definitivo regime della “riforma” Prodi del 2007, si andrà in pensione di anzianità a 62 anni di età (con 36 di servizio) o a 63 anni (con 35 di servizio), per la pensione di vecchiaia dal 1° gennaio prossimo ci vorranno 66 anni di età o 41 anni di contributi. Dal 2015 si andrà in pensione di anzianità a 63 anni e 3 mesi e di vecchiaia a 66 anni e 3 mesi o con 41 anni e 3 mesi di contributi. Già si prevedono per i prossimi decenni soglie di accesso alla pensione attorno ai 70 anni, sempre se non interverranno altre controriforme ulteriormente peggiorative.
C’è poi l’accelerazione spinta della parificazione dell’età per andare in pensione per vecchiaia tra uomini e donne.
Com’è noto prima il limite per la pensione di vecchiaia era 60 anni per le donne e 65 per gli uomini, l’anno scorso su sollecitazione dell’Unione Europea, che intravedeva in questa differenza non un minimo risarcimento per il doppio lavoro di cura (gratuito) sostenuto dalle donne, ma una discriminazione nei loro confronti, il governo aveva approvato il graduale elevamento dell’età pensionabile delle lavoratrici di pendenti pubbliche a 65 anni. L’aumento dell’età era previsto di un anno ogni due, infatti quest’anno le dipendenti pubbliche potevano andare in pensione a 61 anni e avrebbero raggiunto i 65 entro il 2018. L’Unione Europea non si è accontentata e ha minacciato di sanzionare l’Italia; il governo, tramite il ministro Sacconi, ha presentato una difesa d’ufficio ed è stato “costretto ad ingoiare” l’elevamento dell’età pensionabile a 65 anni per le dipendenti pubbliche a partire dal 1° gennaio 2012. Subito la Marcegaglia si è affrettata a dire che il provvedimento deve essere esteso anche alle lavoratrici private.
Rispetto all’imposizione europea sulla questione dell’aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici pubbliche, c’è da sottolineare come ben altro è stato l’atteggiamento di Tremonti sulle multe comminate dall’Unione Europea agli allevatori leghisti circa la violazione da parte loro delle quote latte. In questo caso, pur mettendo nel conto una sanzione ormai certa per il Paese (quindi per i lavoratori dipendenti che pagano sicuramente le tasse). nella finanziaria è stato inserito un codicillo che stabilisce che fino al 31/12/2010 gli allevatori padani sono esentati dal pagamento delle multe.

C’è poi tutta la questione relativa ai tagli dei fondi agli enti locali (oltre alla riduzione del 10% delle spese dei ministeri), che ha calcato nelle scorse settimane la scena del teatrino della politica, ma che indubbiamente avrà degli effetti pesantissimi in termini di cancellazione/riduzione o innalzamento dei costi e possibili conseguenti privatizzazioni di importanti servizi pubblici che contribuiranno ad un ulteriore immiserimento delle popolazioni e soprattutto dei ceti meno abbienti.
I salatissimi tagli per Regioni, Province e Comuni saranno complessivamente di 6 milairdi 300 milioni di euro per il 2011 e 8 miliardi 500 milioni di euro per il 2012.
In questo quadro va evidenziato un piccolo comma (cinque righe appena), il comma 28, art. 14, che cancella le funzioni fondamentali per i comuni con meno di 5.000 abitanti (in Italia sono 5.800, il 54% del totale). Anche a seguito della legge 42/2009 (federalismo fiscale) ora dovranno consorziarsi tra loro per svolgere praticamente tutte le funzioni di un normale comune: amministrazione, gestione, bilancio, mense,scuole, trasporti, rifiuti, vigili urbani, servizi sociali, anagrafe, nidi, acqua, gestione del territorio e dell’ambiente. Una vera e propria assurdità, ma un’autentica pacchia per gli speculatori, i procacciatori di appalti, i privatizzatori di ogni risma.

Berlusconi e Tremonti si affretteranno a dire che questa manovra era indispensabile (grosso modo concordano anche il centrosinistra e Cgil-Cisl-Uil nonostante la diversità di accenti) e molto probabilmente continueranno a dire che anche stavolta non hanno messo le mani nelle tasche degli italiani. Tecnicamente per i lavoratori sarà vero nel senso che non hanno più tasche, visto che sono ridotti in mutande, ma sicuramente qualcuno che non si è visto infilare le mani in tasca c’è.
Abbiamo visto prima che in questa categoria di beneficiari della finanziaria vanno annoverati gli allevatori padani (sono anche queste le cambiali a Bossi che Berlusconi ci fa pagare), ma ci sono anche i bancarottieri (imprenditori e/o banche), che, con l’art. 217 bis della manovra, possono evitare di rispondere del loro reato ai tribunali, arrivando ad una specie di concordato privato con i proprri creditori.
Infine tutti gli imprenditori avranno ulteriori facilitazioni nell’avviare un’attività anche al di fuori dei controlli pubblici (che al massimo avverranno ex post), più facilitazioni fiscali non consentite ai comuni mortali.

E pare cha in autunno ci potrà essere un’ulteriore manovra!

Confederazione Cobas