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L’educazione con Comunione e Liberazione

di Giorgio Morale da Vivalascuola

lunedì 8 aprile 2013

L’educazione con Comunione e Liberazione

di Giorgio Morale da Vivalascuola

La scuola di mamma e papà

«La Zolla è un esempio di scuola cattolica che ha fatto proprio il principio di sussidiarietà, applicato quando ancora nessuno conosceva la parola: mamma e papà, insieme, hanno cercato insegnanti ed aule per costruire insieme una scuola ed hanno lottato per il suo riconoscimento pubblico».

Queste parole «semplici» e rassicuranti sul sito de La Zolla sono una buona introduzione alla scuola di CL (Comunione e Liberazione): a monte di esse c’è la parola del fondatore don Luigi Giussani, a valle quella pratica di CL-CDO (Compagnia delle Opere) oggi ben nota in Lombardia: la costituzione di un sistema che garantisce – attraverso l’occupazione dei centri del potere politico e un far lobby che coinvolge associazioni, imprese, banche – la conquista di una posizione egemonica nei vari settori.

Don Giussani era consapevole della centralità dell’istruzione, famoso il suo «mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare», perché «L’idea fondamentale di una educazione rivolta ai giovani è il fatto che attraverso di essi si ricostruisce una società; perciò il grande problema della società è innanzitutto educare i giovani (il contrario di quel che avviene adesso)» (Luigi Giussani, Il rischio educativo, p. 15). «La vera educazione» diceva «deve essere un’educazione alla critica». L’argomentazione di don Giussani prosegue sostenendo che educazione è «introduzione alla realtà» e che «per educare occorre proporre adeguatamente il passato», il quale «può essere proposto ai giovani solo se è presentato dentro un vissuto presente».

Il passato da proporre e che può costituire un criterio contro lo sbaraglio prodotto dalla mentalità laicistica, contro lo scetticismo e il neutralismo che appiattiscono ogni valore è «un’esperienza che è l’esito di un lungo passato: duemila anni»: l’esperienza cristiana. E qui entrano in campo mamma e papà: «La lealtà con l’origine occorre sia innanzitutto dei genitori». Sono loro a dare la vita e ad aiutare a crescere, e perciò a dover assumersi una responsabilità e ad esercitare un richiamo che inserisca i figli nella «realtà totale» che discende dalla continuità con quella tradizione e dalla coerenza con essa. Alla loro autorità considerata «naturale» i figli devono rispondere con una soggezione affascinata e inevitabile.

Il richiamo all’esperienza cristiana in cui i genitori cristiani educano i figli è valorizzato «al massimo nella Chiesa». Solo una scuola da essa ispirata può «creare coscienze veramente aperte, e spiriti veramente liberi», poiché la critica per non agitarsi a vuoto deve essere esercitata all’interno di una tradizione e nell’obbedienza a una autorità. Autorità che dalla Chiesa e dalla famiglia passa alla scuola, «prosecuzione e sviluppo dell’educazione data dalla famiglia». Presupporre nel giovane una libera facoltà di scelta del meglio e maturità di giudizio è «metodo diseducativo per eccellenza» che «genera solo irrazionalismo e anarchismo». Insomma, dalla educazione come educazione alla critica siamo approdati alla scuola come esercizio di un’autorità e trasmissione di un’ideologia.

Sussidiarietà, per una scuola tutta per sé
Ecco perché mamma e papà ciellini devono farsi una scuola tutta per sé. Come dice Giorgio Vittadini, fondatore e presidente fino al 2003 della CDO, nonché fondatore della Fondazione per la Sussidiarietà e della Fondazione Meeting per l’amicizia tra i popoli (Meeting di Rimini), «lo statalismo, il centralismo… uccide l’autonomia, la creatività e la libertà nella scuola statale. Bisogna avere il coraggio di valorizzare l’autonomia nella scuola pubblica e le scuole libere» (ilsussidiario.net, 12/5/2012).

Secondo la formulazione di Onorato Grassi, ciellino doc e consigliere dell’Istituto Sacro Cuore, «l’autonomia costituisce il principio strutturale dell’esercizio della libertà nella società, così come la sussidiarietà ne rappresenta il principio funzionale». Per Grassi la «scuola tutta per sé» realizza quattro modelli:

«I. Modello efficientista. La scuola libera funziona meglio delle altre… II. Modello morale… È una scuola “sicura sotto l’aspetto morale”… III. Modello sociale. La scuola nasce come risposta ad un bisogno sociale… IV. Modello culturale. È quello di scuole che si fondano su una proposta educativa e culturale e tendono sia alla crescita intellettuale e morale dell’alunno, sia alla verifica e all’attualizzazione di una tradizione culturale cui si richiamano» (ilsussidiario.net, 3/3/2012).

Sono ispirate a questo modello le scuole private associate alla FOE (Federazione Opere Educative) della CDO. Esse sono in Italia oltre 400, di cui circa 120 in Lombardia: l’elenco completo si può visionare sul sito http://www.foe.it. Proviamo a vederne qualcuna: l’Istituto Sacro Cuore, di cui è presidente l’avv. Paolo Sciumè, consigliere in Mediolanum Assicurazioni e Mediolanum Banca di Silvio Berlusconi, imputato nel crac Parmalat e per riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino. L’Istituto è gestito dal 1984 dalla Fondazione Sacro Cuore della Fraternità di Comunione e Liberazione.

L’Istituto, che comprende dalla scuola dell’infanzia ai licei, offre servizi che qualsiasi scuola pubblica vorrebbe poter offrire ai propri studenti: gli alunni del liceo possono fermarsi a studiare a scuola di pomeriggio usufruendo di aule di studio con la presenza di un insegnante; un giorno la settimana sono attivati corsi di musica; la Polisportiva permette di svolgere attività anche agonistiche; tutti i pomeriggi gli studenti del liceo possono disporre di tre laboratori multimediali.

Che una tale scuola esista non costituisce un problema, secondo la Costituzione «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato» (art. 33), il problema nasce quando, in base al servizio svolto, la scuola «tutta per sé» chiede allo Stato di sostenere con denaro pubblico quei genitori che «scegliendo per i propri figli una scuola non istituita dallo Stato, si trovano costrette a sostenere un costo economico supplementare» (sito dell‘Istituto Sacro Cuore).

Ed è solo l’inizio
In Italia è stato Luigi Berlinguer, ministro dell’Istruzione nel primo governo Prodi, ad aprire con due decreti (261/98 e 27/99) la via della parificazione tra scuola statale e scuola privata, con la motivazione che entrambe svolgono una funzione pubblica: «La scuola è “pubblica” per la funzione che svolge, non per il soggetto che la gestisce» approva Onorato Grassi (ilsussidiario.net, 19/5/2012). E’ stato poi il secondo governo D’Alema con la legge 62/2000 a estendere alle scuole paritarie le esenzioni fiscali previste per gli enti senza fine di lucro, a istituire i buoni scuola come contributi destinati alle famiglie a parziale copertura delle spese scolastiche e ad aumentare i finanziamenti per le scuole parificate.

Il decreto 27/2005 del ministro Moratti ha garantito ulteriori vantaggi alle scuole private, trasformando i contributi in «partecipazione alle spese», aumentando i finanziamenti e abbassando da 10 a 8 il numero minimo di studenti per classe necessario alle scuole private per ottenere l’accesso ai contributi. Il governo Berlusconi ha ancora aumentato il fondo per il buono scuola concesso a prescindere dal reddito.

Per certi teorici del principio di sussidiarietà, ciò è solo il primo passo verso un totale arretramento dello Stato la cui gestione in proprio di servizi viene considerata una illegittima ingerenza negli affari della persona. Mentre alcuni sostenitori della sussidiarietà infatti concepiscono lo Stato come gestore e regolatore del sistema, altri sostengono, come diceva Pio XI nella Quadragesimo Anno (1931), che «è necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad assemblee minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minore importanza». Insomma, lo Stato si faccia da parte e pensi solo a pagare.
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