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Cosa accade alle classi di concorso

di Fabrizio Reberschegg

lunedì 1 aprile 2013

Cosa accade alle classi di concorso

di Fabrizio Reberschegg

Mentre scriviamo il MIUR e il ministro (ex?) Profumo sembrano intenzionati a far passare sotto silenzio la prospettata riforma delle classi di concorso approvabile, a loro avviso, mediante semplice decreto. Si tratta di un provvedimento che si sta attendendo da anni con grande preoccupazione da parte sia di tutti i docenti per le sue pesanti ripercussioni non solo sugli organici, ma sui contenuti stessi delle discipline e della professione. In più occasioni la delegazione della FGU-Gilda ha chiesto che la riforma delle classi di concorso sia al vaglio del prossimo governo e che sia previsto con un necessario passaggio parlamentare che consenta al provvedimento di assumere, come del resto la legge originariamente prevedeva, la forma di regolamento. Si tratta infatti di un provvedimento che apparentemente ha connotati tecnici, ma sostanzialmente ha natura ed effetti politici sul sistema di istruzione italiano. Il testo che circola e che è stato sottoposto al parere (sostanzialmente negativo) delle organizzazioni sindacali si caratterizza in sintesi nei punti seguenti e sui quali esprimiamo precise preoccupazioni e critiche:

► La riforma dovrebbe avere efficacia solo per i prossimi TFA (Tirocini Formativi Attivi) e per i prossimi concorsi ordinari. Non dovrebbe essere applicata nei confronti del personale in servizio e dei docenti inclusi nelle graduatorie ad esaurimento o di terza fascia. Il problema nasce nel momento in cui il ministro (ex?) intendesse indire nuovi concorsi ordinari applicando le nuove classi di concorso. Cosa accadrebbe se un docente abilitato e inserito in graduatoria con una vecchia classe di concorso prevista dal DM 39/1998, accorpata oppure complessivamente riorganizzata in merito ai titoli di accesso, intendesse partecipare al concorso ordinario? I consulenti del MIUR hanno dato risposte a dir poco sconcertanti. La loro preoccupazione è di non consentire l’implementazione dei crediti universitari necessari per l’accesso ad una determinata classi di concorso con esami accessori. Il motivo? Per evitare il mercimonio degli esami universitari necessari per i crediti previsti nella classe di concorso (sic!). In concreto il Ministero dell’Istruzione e dell’Università dichiara apertamente di non riuscire a garantire la serietà degli esami e dei corsi universitari. Una ammissione non solo di fallimento, ma di evidente impotenza e inutilità. Di fatto una resa che porta direttamente all’abolizione del valore legale del titolo universitario.
La revisione delle classi di concorso comporta infatti un dimezzamento delle attuali classi di concorso con la creazione di macroambiti a loro volta organizzati in sottocodici. Le future abilitazioni dovranno pertanto essere tarate sui macroambiti scegliendo anche i sottocodici (di fatto classi di concorso inseriti in ambiti). Ma, udite udite, cosa propongono allora i mitici ’’esperti’’ del MIUR per i futuri concorsi: un abilitato o in possesso di titolo idoneo laureato con un percorso universitario riconosciuto dal DM 39/1998 in possesso ad esempio di laurea in lettere ma privo di esami di latino o di greco, potrà partecipare anche a tutti i sottocodici previsti nell’ambito. Se riuscisse a vincere il concorso per italiano e latino oppure latino e greco, verrebbe dichiarato ope legis abile, abilitato e arruolato. Alla faccia dei percorsi universitari e dei crediti connessi. Un’altra mazzata al valore legale del titolo universitario.

► Nelle bozze ci sono alcuni passaggi inaccettabili. Una norma prevede che l’assegnazione degli insegnamenti attribuibili a due o più classi di concorso sia effettuata discrezionalmente dal dirigente scolastico dopo aver semplicemente informato le RSU con il limite di non creare situazioni di soprannumerarietà. Non esiste nessun passaggio vincolante del Collegio dei Docenti. Pieno potere a chi non insegna, cioè ai dirigenti scolastici. In un altro articolo addirittura si introdurrebbe l’organico unitario delle istituzioni di scuola secondaria di primo e secondo grado anche in presenza contemporanea di percorsi di istruzione liceale, tecnica e professionale. Di fatto si opera una vera riforma degli ordinamenti e degli organici prevedendo forme di flessibilità massima per l’utilizzazione dei docenti con l’obiettivo di determinare una ulteriore riduzione degli organici e la riduzione delle cattedre a disposizione per le supplenze.

► L’aspetto più complicato e contestato del provvedimento è in relazione agli effetti sulla costituzione delle attuali e future cattedre. Già sono stati surrettiziamente inseriti nella scuola secondaria i cosiddetti insegnamenti atipici per consentire la confluenza di due o più classi di concorso vigenti nella stessa cattedra, fatto che ha già scatenato tensioni e lotte tra gli appartenenti alle diverse classi di concorso interessate agli accorpamenti. Il decreto sulle classi di concorso butta benzina sul fuoco in una situazione già complessa e che fotografa solo gli effetti di natura prettamente quantitativa della pessima riforma Gelmini. Non viene affrontato il problema della fase transitoria garantendo il principio di stabilità e continuità del lavoro dei docenti incardinati negli organici di istituto. In una situazione di decremento pilotato degli organici ciò determina la triste guerra tra poveri solo per salvare la cattedra, ma soprattutto per salvaguardare la propria professionalità costruita con anni di insegnamento in cui la conoscenza disciplinare era ancora un valore imprescindibile.

► La revisione delle classi di concorso introduce una vera rivoluzione sul sostegno. Mentre ora è prevista una specializzazione su sostegno unita ad una abilitazione all’insegnamento incardinata in una classe di concorso, si inventano ex novo classi di concorso specifiche per il sostegno non dipendenti da altra abilitazione. Di fatto si crea una schiera si insegnanti che possono essere utilizzati solo sul sostegno e non su specifici insegnamenti. La questione è complessa e riteniamo che debba essere oggetto di ulteriori approfondimenti. Il rischio è che si determini una sorta di abilitazione di natura prettamente assistenzialistica a favore degli allievi certificati come diversamente abili cambiando natura e contenuti alla figura dell’attuale docente di sostegno che può assumere connotati più vicini ai servizi sociali e sanitari che allo status di insegnante.

Per tutto questo la delegazione della FGU-Gilda ha chiesto che si riapra un vero confronto con gli insegnanti sulla revisione delle classi di concorso evitando che si deleghino le scelte di fondo alla solita pattuglia di ’’esperti’’ che troppo spesso ha legittimato le sciagurate scelte di politica scolastiche che negli ultimi anni stanno portando la scuola italiana al collasso. Crediamo che una riforma delle classi di concorso sia necessaria, ma che debba avere effetti sul futuro, sui prossimi abilitati con i TFA, e che non tocchi i legittimi interessi e diritti dei docenti di ruolo e dei docenti precari inseriti nelle vigenti graduatorie. Soprattutto è necessario che si faccia una seria verifica dei danni provocati dalla riforma Gelmini visto che la stessa riforma prevede un momento di monitoraggio e verifica dopo i tre anni di applicazione. E’ urgente tornare a parlare in concreto di organico accessorio e funzionale, Solo in una situazione di stabilizzazione degli organici, in primis con il superamento della distinzione tra organico di diritto e organico di fatto, e del precariato storico si può immaginare l’introduzione di rinnovate classi di concorso. Serve contestualmente un piano serio di riconversione professionale per gli insegnamenti non più compresi negli ordinamenti con la possibilità di utilizzo dei docenti difficilmente collocabili in altri comparti della P.A. (mobilità intercompartimentale).
Ma soprattutto la scuola italiana ha bisogno dell’intervento consapevole e serio della politica. L’attuale situazione di confusione istituzionale non aiuta in questo senso, ma continueremo a incalzare tutte le forze politiche perchè la scuola ritorni ad essere uno dei problemi fondamentali del Paese senza che si continui a considerarla ancora solo oggetto di tagli e revisione di spesa o laboratorio di sedicenti tecnici, ministri o meno.