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Il pensiero del virus. La fine del mondo e la peste del linguaggio - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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Il pensiero del virus. La fine del mondo e la peste del linguaggio

di Girolamo De Michele

venerdì 24 settembre 2021, di cesppadova

Prossimamente avremo modo di ospitare Girolamo De Michele nel ambito - in gestazione - di un convegno CESP sui temi dello ’star bene a scuola, della sicurezza e delle libertà’ che terremo a Padova, pensiamo, a fine ottobre. Qui, nel frattempo, segnaliamo un suo intervento postato su euronomade.info, di cui riportiamo uno stralcio ... e vi rimandiamo alla lettura dell’integrale. G.Z.

Il pensiero del virus. La fine del mondo e la peste del linguaggio

di Girolamo De Michele da euronomade.info

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La cosiddetta libertà di scelta vaccinale manifesta una concezione possessiva, proprietaria della salute e del sé, percepiti come “propri”; ma soprattutto, è una concezione proprietaria della libertà, concepita come un bene di possesso. Ma la libertà, come ci ricorda Nancy (e lo ripete Di Cesare) «non è una proprietà che dobbiamo dimostrare di possedere»: «non è la libertà ad appartenermi, sono piuttosto io che appartengo alla libera invenzione di un proprio sempre a venire, sempre ad agire e a sentire tanto a lungo quanto io vivo» (Nancy). Pensare la libertà senza alcuna proprietà né semplice identità, in relazione con tutto ciò che l’idea di libertà semplice e pura esclude per potersi pensare nella sua astrazione, è un compito del pensiero filosofico a venire.

Adriano Prosperi, con un semplice tratto di penna, ha stigmatizzato certi filosofi in tempo di virus, i cui pensieri «viaggiavano ad altezza tale da non percepire il suolo del presente su cui camminava[no]». Oggi il bando per le 500 figure professionali richieste per l’attuazione del PNRR ci informa che non sono richiesti filosofi, né più in generale artisti, letterati o pensatori delle discipline cosiddette umanistiche. È una buona notizia per la filosofia e le/i filosof@: liberata dalla presunzione di poter essere utile alla ristrutturazione capitalistica in atto, forse la filosofia potrà sfruttare il tempo liberato per ripiantare i piedi in terra e alzare lo sguardo alle questioni che la sindemia pone non al presente, ma al futuro.

I paradossi del rapporto individuo/gruppo diventano ancor più evidenti se si passa al piano giuridico, cioè di quell’ordinamento che esprime, con una propria peculiare logica, l’ordine capitalistico del mondo. La compresenza di “essere singolare plurale” è infatti inesprimibile nella logica giuridica. Questa impossibilità non è un accidente o un errore della ragione calcolante, ma è connaturata all’essenza stessa del diritto, inteso come «categoria storica che corrisponde a una struttura sociale determinata, impiantata sulla contraddittorietà degli interessi privati e non già come una attinenza della astratta società umana». L’essere umano, infatti, «si muta in soggetto giuridico in forza di quella stessa necessità per la quale il prodotto naturale [e lo stesso essere umano, una volta ceduta la sua capacità di trasformare il mondo in cambio di un salario] si trasforma in merce dotata della enigmatica qualità del valore» (Pašukanis). Se Pašukanis ha osato pensare all’estinzione del diritto, è perché ha cercato di pensare la relazione infraumana al di fuori di quell’analitica del potere che si fonda sulle condizioni di produzione e circolazione delle merci, a loro volta fondate sulla ingiusta riduzione della potenzialità dell’essere umano in mero portatore di forza lavoro: cioè della riduzione dell’umano a cosa di cui si può fare scambio commerciale.

Peraltro, il diritto è in grado di pensare la prevalenza dell’interesse collettivo su quello individuale senza ricorrere alla volgarità dell’immagine pugilistica della mano che trova limite nel naso altrui. A titolo di esempio, una volta ammessa l’esistenza di diritti senza soggetto quali quelli afferibili all’ambiente, nessuna persona ragionevole sosterrebbe la limitazione della mia libera volontà nel divieto di sversare il carburante del mio catamarano in mare. Volendo volare più alto, si ricorderà che la necessità della rivoluzione era posta dall’impossibilità pratica di lasciare alla libera scelta individuale la destinazione della ricchezza sociale prodotta nella ripartizione (evangelico-marxiana) secondo le necessità di ciascuno, piuttosto che lasciarla all’espressione dei rapporti di forza esistenti.
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