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Bilancio di un anno scolastico nella scuola elementare vissuto in sospensione

di Gianluca Gabrielli

giovedì 29 luglio 2021, di cesppadova

Bilancio di un anno scolastico nella scuola elementare vissuto in sospensione

di Gianluca Gabrielli da giornale.cobas-scuola.it

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Nei primi giorni di settembre 2020, dopo sei mesi, sono tornato a scuola dove alcune colleghe tenevano delle attività di recupero. Sono entrato in un’aula in cui alcune bambine rientravano come me e si impegnavano sui quaderni. Non le conoscevo, non erano della mia classe, erano di quella generazione 2013 che è entrata a scuola nell’anno della pandemia. Erano quattro, sedute su banchi singoli e distanziati, mascherina sul banco perché tale era il protocollo in quel momento.

La matita caduta

Chiacchieravo con le colleghe che le seguivano e intanto sbirciavo loro, quelle bambine, le avanguardie di un anno di scuola con molte incognite che si avviava lentamente.

Ad un tratto è accaduta una cosa banale, ma imprevista: ad una di loro è caduta a terra la matita. Rapidissima la compagna si è protesa a raccogliere lo strumento e lo ha restituito sorridendo, felice di aver colto l’occasione di rafforzare un legame in questo contesto un po’ straniante dei primi giorni di settembre. Subito la beneficiata della gentilezza ha restituito il sorriso, evidentemente felice di quel gesto che inaugurava o rafforzava una relazione. L’insegnante mi ha guardato, io l’ho guardata; poi con amarezza, riluttanti, abbiamo parlato a quelle bambine cercando di spiegare che quest’anno quei gesti – anche se belli, importanti, giusti, … – erano da limitare, e abbiamo cosparso le loro mani e la matita di gel igienizzante.

Quelle bambine ci guardavano, non sapevamo cosa stessero imparando dalle nostre parole. Noi volevamo solo rallentare momentaneamente i loro slanci affettivi, cooperativi, solidali senza fare troppi danni, addossando la responsabilità delle prediche interamente sulla pandemia e sulla necessità di difendercene, e comunicando la transitorietà ed eccezionalità di quelle regole. Ma questi nostri consigli, pur così timorosi e premurosi, non stavano forse intervenendo sulle personalità in formazione di quelle giovani creature, spingendole nostro malgrado verso una deriva più individualista, atomizzata, caratterizzata da relazioni inaridite?

È il problema dell’eredità di questi due anni, e dell’appendice che forse ci toccherà ancora gestire a settembre. Cosa ci avranno lasciato? Cosa riusciremo a scrollarci di dosso per cercare di tornare alle relazioni e ai modi di stare a scuola che avevamo messo a punto insieme alle nostre bambine e bambini prima di febbraio 2021? Cosa avrà messo radici nelle personalità delle giovani e dei giovani che crescono con noi, che hanno vissuto con noi questa scuola della pandemia? Cosa si sarà modificato nella microfisica del nostro operare di maestre e maestri ?

L’ennesima occasione perduta

Ovviamente qui non si parla dell’eredità organizzativa e amministrativa della pandemia, il cui bilancio è totalmente negativo. Di fronte alle reiterate richieste provenienti dal mondo della scuola e non solo di innestare un percorso concreto di riduzione degli alunni nelle classi e di intervento strutturale sull’edilizia scolastica che rispondesse allo stesso tempo alle esigenze di contrasto alla pandemia e di trasformazione della didattica, la risposta è stata balbettante ed emergenziale: docenti “covid”, banchi con rotelle, organici immutati. Un’occasione perduta da parte di una classe politica asfittica che ormai da anni è strutturalmente incapace di pensare un futuro per la scuola pubblica. Qui non vorremmo discutere di questa dimensione, vorremmo invece aprire una riflessione come insegnanti sulla fenomenologia didattica, sulla quotidianità del nostro stare in classe o in giardino con i bambini e le bambine. È estate, possiamo azzardare pensieri con una certa leggerezza in un’ottica di bilancio e di prospettiva. Dovendo stilare, retrospettivamente, un consuntivo di quest’anno in presenza, riflettendo sulle nostre esperienze di insegnanti della scuola primaria, quali sono stati gli elementi critici che ci hanno cambiati e che si sono impossessati del nostro modo di fare scuola?

Primo macigno

Il primo macigno ingombrante che credo peserà su di noi per molto tempo è quello della cooperazione, della relazione educativa tra pari. L’organizzazione interna delle aule nell’anno scolastico appena concluso era esattamente come quella imposta nei protocolli di somministrazione dell’Invalsi: atomizzata, banchi distanti, allievi che guardano ognuno le schiene del compagno e tutti che guardano i docenti. Nessuno spazio per la cooperazione, per l’aiuto reciproco, per il prestito dei materiali, per una partecipazione non ingessata. Il fine di evitare il contagio ci ha imposto un allestimento dello spazio e un protocollo della relazione didattica tipici degli anni Sessanta del secolo scorso.

Nel tempo abbiamo provato a prendere contromisure per limitare i danni: i disinfettanti ci hanno permesso di scambiarci oggetti, le mascherine ci hanno nascosto i sorrisi ma ci hanno consentito di avvicinarci e mantenere in vita alcune pratiche cooperative o almeno i loro simulacri… in attesa di tornare ad azzerare le distanze. Occorre forse essere consapevoli che al più siamo riusciti a ridurre i danni, ma che per riguadagnare il territorio perduto dovremo battagliare. I banchi singoli andranno accorpati, l’organizzazione dell’aula andrà piano piano trasformata per tornare a potenziare la circolarità della comunicazione. L’abitudine a discutere in maniera corale, a formare gruppi, a sollecitare il lavoro cooperativo dovrà riguadagnare il terreno perso man mano che decadranno i protocolli anti-contagio più rigidi lasciando il posto ad una scelta più libera. Ma saremo capaci di recuperare tutto il terreno? E quando? E cosa resterà in noi – e in loro, i bambini – di questa immersione nella scuola atomizzata della pandemia?

Secondo macigno

Un secondo elemento che mi pare abbia modificato in profondità la prassi scolastica è la limitazione della didattica attiva. Non solo sono stati messi in quarantena i libri delle biblioteche di classe, ma la stessa idea di usare i sussidi didattici, i palloni in giardino, gli oggetti per contare, i dadi… tutto è stato visto come possibile agente di diffusione del virus e quindi ne è stato interdetto l’uso o è stato talmente limitato e condizionato a pratiche di sanificazione così complesse che spesso abbiamo preferito soprassedere e fare senza. Gli stessi incarichi distribuiti tra i bambini della classe sono stati sospesi, l’attesa passiva è divenuta una dimensione quotidiana di una prassi scolastica non più decentrata, non più distribuita: l’attribuzione di una responsabilità diffusa nella gestione delle questioni quotidiane ha subito una sonora battuta d’arresto. Io e la collega abbiamo ripreso a dipingere dopo esserci procurati materiali per tutti i bambini e assolvendo procedure complesse e minuziose di distribuzione. Abbiamo ripreso timidamente negli ultimi mesi ad utilizzare palloni in giardino senza l’angoscia di toccarli. Ma la perdita del canto, dei giochi comuni, della possibilità di vivere a stretto contatto esperimenti banali come spremere l’uva o manipolare la creta ci ha resi più soli, ci ha ingessati – noi e i bambini – ci ha messo a tacere. Come insegnanti ci siamo ritrovati nostro malgrado a recitare lezioni frontali cui non eravamo abituati da tempo, impacciati nel cercare l’attenzione e la motivazione parlando a distanza, mentre prima della pandemia negoziavamo l’interesse dei bambini in altri terreni più partecipati e gratificanti per tutti.

Riprendere la parola cantata, l’azione nella gestione della classe, il contatto con i materiali didattici e ricreativi appena si potrà sarà un po’ come uscire da un rifugio dopo un allarme, bisognerà guardarsi bene intorno per vedere se ci saranno feriti o macerie nel nuovo paesaggio scolastico cui dovremo ridare vita.

Terzo macigno

Il terzo elemento cruciale che è mutato è il più enigmatico: l’uso quotidiano degli strumenti digitali da parte dei bambini. Prima della pandemia il momento socialmente accettato in cui i genitori concedevano il possesso e l’uso dello smartphone era l’ingresso alla scuola secondaria di primo grado; non si trattava di una regola, ma di una consuetudine abbastanza diffusa, giustificata dal fatto che i bambini iniziavano a recarsi a scuola da soli e che questa crescita di autonomia poteva venire bilanciata dalla possibilità di comunicare con i genitori. Con la pandemia questa tempistica è saltata; la DaD ha abbattuto senza dibattito ogni precauzione e ha comportato un abbassamento dell’età del primo smartphone a 7 o 8 anni. La tendenza sociale all’uso sempre più precoce dei dispositivi era già in essere, ma procedeva lentamente ed ogni nuovo avanzamento era sempre accompagnato da dibattiti, da riflessioni su ciò che poteva comportare; con il salto pandemico ci troviamo in una situazione inedita che forse si sarebbe realizzata tra una decina di anni e che invece è divenuta realtà improvvisamente e senza discussione.

Questo mutamento antropologico comporterà sicuramente problematiche che capiremo solo nel corso del tempo. Gli effetti non saranno limitati al tempo libero gestito a casa ma si riverbereranno inevitabilmente nella sfera cognitiva e relazionale dei bambini. Quale sarà il ruolo della scuola nei confronti di questa immersione spropositata e caotica dell’infanzia nel digitale? Come con l’educazione stradale del passato, la scuola dovrà dedicare sempre più tempo a proteggere dai rischi di questa esposizione? Come cambierà il nostro modo di insegnare, tra l’esigenza di proteggere gli spazi di esperienza concreta e la necessità di tenere conto di bambini sempre più digitali?

Insomma, tutto è cambiato, noi, i bambini, il modo di stare in classe, i banchi, le nostre e le loro menti. Come potremo proteggere da settembre le nostre idee di scuola, le nostre pratiche, le esperienze positive in cui crediamo?

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