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discussione

Nessuno nasce libero

di Massimo Cacciari

martedì 20 luglio 2021, di cesppadova

Pensiamo che questo articolo, pubblicato oggi su La Stampa, del filosofo, ma anche vaccinato amministratore, Massimo Cacciari, richiami l’attenzione sul odierna società della ’paura’, del ’sorvegliare e punire’, del chi governa come, della brutale semplificazione, possa essere una buona base di discussione anche per chi, come noi, opera nella scuola, consapevoli di essere parte di un tutto. G.Z.

Nessuno nasce libero

di Massimo Cacciari - da laStampa.it

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Nessuno nasce libero - un solo essere (per quanto si sa), l’uomo, nasce con la possibilità di diventarlo. È un lavoro difficile e faticoso. Occorre combattere pregiudizi, ignoranze, abitudini e costumi che ci sembrano "naturali". Occorre l’esercizio della critica nei confronti di ogni forma di potere, che intenda affermarsi a prescindere dalla ragionevolezza e coerenza dei propri fini, semplicemente in virtù della propria forza. Ma prima di tutto diventare liberi significa liberarsi dalle passioni e dalle paure che ci imprigionano continuamente. E mai queste pesano tanto sui nostri comportamenti e sulle nostre idee come nei momenti di crisi, di "salto d’epoca".

È inevitabile che il potere giochi su di esse; è sempre accaduto e sempre accadrà. Il sentimento di paura favorisce la naturale (questa sì davvero naturale) tendenza dell’uomo ad affidarsi a chi crede sia, magari per l’espace d’un matin, il suo buon pastore. Chiedimi quello che vuoi, ma rassicurami. Ci sarà a volte chi rassicura davvero, ma quasi sempre ci troveremo a che fare con chi sa fingerlo con abile spregiudicatezza.

E quando una Fortuna propizia ci fa dono di una leadership adeguata, state pur certi che essa saprà far leva sulla partecipazione intelligente, sulla collaborazione di tutti i suoi governati mille volte più che su norme e pene. Sono vent’ anni che rispondiamo alle paure che la "grande trasformazione" produce promettendo soluzioni e ingigantendole, rassicurando e terrorizzando a un tempo.

Un velleitario regime di sorveglianza universale si è andato formando all’interno delle maglie delle nostre democrazie. Le forze politiche sembrano cercare sempre più la propria legittimazione nel dimostrare di averne in testa il modello migliore. Rassicura chi sorveglia e punisce con maggiore efficacia - di ciò sono convinte e questo pare oggi il destino. È iniziato da tempo, dall’attimo successivo alle grandi speranze con la nascita dell’euro.

Prima il terrorismo islamico, poi la crisi economica e sociale, il brutale "ritorno all’Ordine" imposto alla Grecia, poi la tragedia dell’immigrazione, prodotto inevitabile di una globalizzazione priva di ogni governo, infine la pandemia. Nessuno di questi momenti è stato davvero superato; chiodo in questo caso non scaccia chiodo, ma lo fa per un po’ dimenticare. Le minacce, i pericoli sono realissimi.

Non di questo si discute, ma della risposta che a essi si dà, e della cultura che questa sottende. E la risposta segue un paradigma univoco: drammatizzazione della paura; informazione a base di "si si-no no", aut-aut, bianco-nero; un balbettante consolare-rassicurare privo di analisi, sostanza, progetto; enfasi straordinaria sulla dimensione normativistico-penalistica degli interventi. Fino a qualche tempo fa quest’ arte sembrava essere saldamente in mano alla destra. Chiudere le frontiere contro il terrorismo, sbarrare qualche porto per combattere l’immigrazione. Pene durissime per i barbari che ci vorrebbero invadere. La paura per il crollo dell’Occidente e le invasioni barbariche è stato il territorio d’elezione della propaganda e delle rassicurazioni delle destre europee nazionaliste e sovraniste. Ben più efficace l’azione della destra europeista che facendo leva sulla paura per la perdita di stabilità e lo spettro di Weimar, ha nei fatti annichilito dopo il 2007 nei Paesi del continente lo spazio per qualsiasi reale, autonomia in campo economico-finanziario. Ormai, però, il modello è dilagato.

Ogni forza politica si va specializzando in un ramo particolare del complesso paura-rassicurazione, in cui la rassicurazione è tanto più efficace quanto più cresce la paura, come per San Paolo si tengono peccato e legge. Si tratta di specializzazione competitiva: la mia sì è paura reale, fondata, non la tua! La mia sì va rassicurata, la tua invece è mera strumentalizzazione! Chi si specializza nel prendersi cura del timore per le invasioni barbariche e la perdita di sovranità, chi in assistenzialismo in materia di reddito, chi in omofobia e covid. Denominatore comune è l’assoluta vaghezza delle analisi che dovrebbero sostenere tali progetti di cura, la occasionalità e contraddittorietà degli stessi.

Nessuna paura viene razionalizzata, nessuna informazione viene fornita così da consentire che essa non si trasformi in fuga, ma diventi azione responsabile di ciascuno. Chi sono i terroristi? Dove abitano? Come isolarli nel loro ambiente? Interrogativi superflui; alla guerra come alla guerra, punto e basta. Chi sono gli immigrati? quali politiche possono fronteggiare la loro tragedia? masturbazioni intellettuali; muraglie, fili spinati e lager libici occorrono, altro che balle.

Chi sono i morti? Chi rischia davvero? Quali sono i reali limiti per ospedali e terapie intensive? Come può accadere che dopo tante vaccinazioni i contagi siano maggiori che nello stesso periodo dell’anno scorso? Vaghe, elusive risposte - alle quali fanno riscontro decisioni fantapolitiche come l’autorizzazione di manifestazioni di massa per le nostre vittorie sportive.

E’ davanti agli occhi di tutti: la competizione politica si sta sempre più svolgendo su questo terreno. E potrebbe anche andare se ognuno, per la sua parte, avesse proposte corrispondenti alla gravità delle questioni, e non solo si appellasse alla nostra fede sulle sue capacità di risolverle. E risolverle come? E qui davvero è evidente tutta la "miseria" in cui ci troviamo: risolverle con norme e pene, norme all’inseguimento della situazione, incapaci di prevedere e governare - pene sempre più dure, per un numero sempre più ampio di fattispecie, come se non si sapesse da secoli che non esiste corrispondenza tra severità della pena e crimini commessi. "Quid leges sine moribus?" chiedevano i fondatori romani dell’idea di Diritto - che valgono le leggi se manca l’ethos? Se i nostri politici cominciassero, anche da questo punto di vista, a riconoscere l’assoluta centralità della scuola e dei processi formativi? Perché non provarci, pur sotto la pioggia di norme e di pene?