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L’insofferenza per la cultura, nella scuola del Ministro Bianchi - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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L’insofferenza per la cultura, nella scuola del Ministro Bianchi

di Giovanni Carosotti

martedì 25 maggio 2021, di cesppadova

L’intenzione di subordinare tutto ciò che si fa a scuola alla pura logica economicistica, sacrificando come superflui i contenuti di cultura, era già il programma perseguito dal documento Next generation Italy quando era in carica il governo Conte. In attesa di proporre un’analisi accurata del Piano di Ripresa e Resilienza riscritto dal nuovo esecutivo, non possiamo non notare, sulla base dei noti testi cui fa costante riferimento il ministro Bianchi (la Relazione finale della task force da lui guidata, e il volume Lo specchio della scuola di cui lo stesso ministro è autore) un’assoluta continuità con quelle intenzioni. Costantemente appaiono espressioni come pensiero critico, consapevolezza di sé, formazione di una coscienza civile e di cittadinanza, ma il modello di sapere che la nuova scuola intende impostare va, a nostro parere, verso una direzione completamente opposta.

L’insofferenza per la cultura, nella scuola del Ministro Bianchi

di Giovanni Carosotti da roars.it

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Prima ancora che si avviasse l’iter che ha poi prodotto la crisi di governo e portato alla nascita dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, il destino della scuola sembrava in parte già scritto. Quando era ancora in carica il governo Conte, infatti, era stato diffuso il documento provvisorio Next Generation Italy, che anticipava in buona parte i criteri di spesa dei fondi del Recovery plan. Nella sezione dedicata all’istruzione, veniva descritta una possibile immagine della scuola del futuro che, pone diversi interrogativi sul ruolo assegnato alla cultura nei nuovi processi di trasmissione del sapere.

Un’inflazione di cultura, ma non a scuola

In quel documento, la parola «cultura» compariva moltissime volte, spesso all’interno di espressioni come «cultura d’impresa» o «cultura 4.0»; vi era anche un’intera sotto sezione dove il termine era presente anche nel titolo, «Cultura e Turismo» e, proprio in quelle sette pagine, sia il sostantivo cultura sia l’aggettivo culturale erano presenti complessivamente un’ottantina di volte. Nelle pagine specificatamente dedicate all’istruzione, l’aggettivo e il sostantivo comparivano in totale solo cinque volte: in un riferimento generico all’opportunità di «dare ai giovani gli strumenti necessari per una partecipazione attiva alla vita sociale, culturale ed economica del Paese […]»; riferito alle lingue straniere, e sempre avendo come fine un’opportunità occupazionale; seguiva poi l’espressione «Cultura 4.0», con particolare attenzione al mondo delle imprese: «si miglioreranno i percorsi scolastici e universitari degli studenti rafforzando i sistemi di ricerca e l’interazione con il mondo delle imprese e delle istituzioni nonché della Cultura 4.0»; più avanti si parlava di «cultura dell’innovazione», a proposito della «didattica e delle competenze universitarie avanzate». Ma a suscitare maggiore interesse era il passo in cui la parola «cultura» era presente per l’ultima volta:

«Un ruolo importante è esercitato anche dalla valorizzazione del ruolo della cultura e dello sport per l’inclusione e il benessere sociale».

In questo caso la cultura, affiancata allo sport, veniva sì sempre collegata a un preciso obiettivo pratico (in questo caso il «benessere»), però quanto meno esso si configurava come disinteressato, una «finalità senza scopi», per dirla con Kant.

Persistevano comunque ragioni di preoccupazione. La cultura in ogni caso non avrebbe giustificato se stessa e, proprio per questo, non appariva destinata a mantenere una posizione prioritaria nei curricoli scolastici, anche quando il fine affidatole è quello nobile dell’inclusione. Insieme allo sport, le era riconosciuta la capacità di produrre «benessere sociale»; come se la cultura costituisse una parentesi momentanea, una sorta di sollievo, piuttosto che un fondamento del sapere capace di far affrontare in modo criticamente opportuno le sfide poste dal mondo reale; utile per far fronte allo stress dovuto all’impegno di studio, incentrato quasi esclusivamente su pratiche tecnico-scientifico-laboratoriali, sempre pensate nella prospettiva di un futuro lavorativo quanto mai incerto e caratterizzato da relazioni umane fortemente competitive.

Nella nuova scuola, come veniva delineata nella sezione «Istruzione e ricerca», infatti, la cultura non trovava posto; l’imperativo era quello di risollevare le sorti economiche della nazione e assicurare alle nuove generazioni opportunità per raggiungere la sicurezza economica, inserendosi felicemente in un mercato del lavoro particolarmente esigente e caratterizzato dalla precarietà. Gli obiettivi per raggiungere tali risultati, quindi, non potevano essere stabiliti dalla scuola stessa, ma suggeriti da altri attori esterni, in particolare quelli con specifiche competenze in ambito economico. Soprattutto alle imprese, continuamente richiamate nel rapporto, era affidato il compito di indicare tali obiettivi, e probabilmente in molti casi gestirli in prima persona, attraverso una presenza sempre più invasiva nelle istituzioni formative. La cultura disinteressata, quella finalizzata a fornire un quadro di senso generale dal quale avviare un efficace percorso intellettuale capace di interpretazione, sembrava essere un lusso che non ci si poteva più permettere.

D’altronde, una conferma ulteriore di come questa fosse la volontà dei riformatori, la si poteva ritrovare nelle osservazioni dedicate alle università; nel documento veniva affermato esplicitamente che la politica d’orientamento universitario avrebbe dovuto essere finalizzata a scoraggiare percorsi di studio orientati verso le facoltà generaliste, e che i dottorati di ricerca dovevano essere il più possibile decisi e co-gestiti con le imprese private[1].

L’interesse per questo documento potrebbe oggi risultare nullo, dal momento che è stato completamente riscritto dal nuovo governo. E a breve sicuramente proporremo un’analisi dello stesso. Non ci sembra però che la scuola che ha in mente il ministro Bianchi, come la si può dedurre dalle due principali pubblicazioni a cui la sua azione di ministro intende fare riferimento, sia intenzionata a offrire alle tematiche culturali uno spazio adeguato alla loro importanza formativa. Prendiamo a riferimento da una parte il breve libro del nuovo ministro dell’Istruzione dedicato alla scuola, licenziato recentemente per Il Mulino (Nello Specchio della Scuola, Bologna 2020), ma soprattutto il Rapporto finale della Task force attiva nella primavera 2020 (per l’esattezza dall’aprile al luglio di quell’anno), costituitasi per affrontare il tema della scuola a partire dall’emergenza pandemica, e presieduta sempre da Patrizio Bianchi. Tale rapporto, già pronto nel luglio scorso, è stato disponibile a una pubblica lettura solo nei mesi recenti, quando Patrizio Bianchi era già stato nominato ministro. I motivi di questo ritardo nella pubblicazione non sono noti, ma sicuramente si tratta di un documento che disegna un’idea di scuola così particolareggiata – riproposta poi nel testo de Il Mulino – a cui possiamo senza alcun dubbio ricorrere per descrivere gli interventi sulla scuola che il neo ministro vorrebbe realizzare.

Nel presente contributo, ci proponiamo unicamente di riflettere sul destino e la qualità della cultura nella scuola italiana del futuro. Qui lo puoi leggere per esteso.