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A che punto siamo con l’educazione sessuale in Italia.

di Silvia Golia

martedì 16 marzo 2021, di cesppadova

Educare alla sessualità. A che punto siamo con l’educazione sessuale in Italia.

di Silvia Gola da iltascabile.com

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In Italia non esiste una legge nazionale che preveda, attraverso un’azione concertata con le regioni, un’educazione sessuale fatta in classe che sia capillare, omogenea a livello territoriale e attenta alle varie identità e orientamenti sessuali di pre-adolescenti e adolescenti. Alla domanda “chi fa educazione sessuale in Italia?” la risposta più corretta però, che tenga conto delle dinamiche politiche esistenti e non si lasci andare a un senso di disfattismo generalista e male informato, sarebbe “alcuni ma non tutti”. Forse è arrivato il momento di guardare allo stato dell’arte e rendersi conto che, così come esistono enormi margini di miglioramento, esistono anche progetti e attività nei territori che possono fungere da coordinate per immaginare l’educazione sessuale del presente e del futuro.

Per quanto riguarda la presenza di uno standard nazionale, persino a livello europeo è risaputo da tempo che noi italiani non stiamo facendo i “compiti a casa”: il fondamentale report europeo del 2013 – Policies for Sexuality Education in European Union – sottolinea come l’educazione sessuale sia ormai materia curricolare obbligatoria nella maggior parte dei paesi europei, fatta eccezione per Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Italia, per l’appunto.

Arrivando all’oggi, ovvero sette anni dopo il report, non si può dire che qualcosa sia effettivamente cambiato: tra proposte di legge mai attuate e organizzazioni della società civile – spesso vicine al mondo cattolico ma non solo – che ostacolano il dibattito pubblico, dobbiamo constatare che l’educazione sessuale in Italia rimane fortemente frammentaria, con interventi molto diversificati sul territorio e affidata all’iniziativa individuale e/o associativa di alcuni volenterosi.

Dagli anni Novanta in poi diversi tentativi a livello nazionale si sono avvicendati. Di questi si possono menzionare i tre più recenti, ovvero la proposta di legge Costantino (2013) – “Introduzione dell’insegnamento dell’educazione sentimentale nelle scuole del primo e del secondo ciclo dell’istruzione” –, la proposta di legge Chimienti (2015) – “Istituzione di percorsi didattici e programmi di educazione alla parità di genere, all’affettività e alla sessualità consapevole nelle scuole secondarie di primo grado e nei primi due anni delle scuole secondarie di secondo grado, nonché integrazione dei corsi di studio universitari” –; in ultimo, anche all’interno della riforma “La Buona Scuola” (legge 107/2015) al comma 16 si legge: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”.

Tutte proposte che sono purtroppo rimaste lettera morta, non si sono concretizzate in legge e hanno lasciato che il vuoto di “presa in carico educativa” si allargasse ancora di più.

Educazione: purché sia sessuale
Ma perché dovrebbe essere così importante insegnare l’educazione sessuale nelle scuole? Stando a un documento riassuntivo dell’OMS del 2016, l’impatto di una buona educazione sessuale ha due tipi di risultati: gli “hard outcomes” – ovvero risultati quantificabili – e i “soft outcomes”, ovvero risultati non quantificabili, che potremmo definire risultati comportamentali con ricaduta positiva sulla società (piacere sessuale e relazioni basate sul rispetto reciproco, autostima, abilità di negoziazione, decisione e assertività nel rapporto sessuale, etc.).

E se è vero che da questi ultimi non è possibile estrapolare considerazioni diacroniche, è altresì vero che i risultati quantificabili parlano chiaro: l’analisi di diversi Paesi europei dimostra che un’adeguata educazione sessuale ha impatti positivi sulla riduzione delle gravidanze e aborti nelle adolescenti; sulla diminuzione delle infezioni da HIV e a trasmissione sessuale tra i giovani tra 15 e 24 anni; sulla diminuzione di abusi sessuali e di episodi di omofobia.

In Italia non esiste una legge nazionale che preveda un’educazione sessuale fatta in classe che sia capillare, omogenea a livello territoriale e attenta alle varie identità e orientamenti sessuali di pre-adolescenti e adolescenti.

Per tutta questa serie di ragioni, la maggioranza dei nostri vicini europei ha stabilito da decenni che sessualità e affettività vanno discusse sin da giovanissimi, e il loro insegnamento è stato reso obbligatorio in Svezia dal 1955; in Germania dal 1968; in Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970; in Francia dal 1998.

L’Olanda rappresenta, in questo senso, un caso ancora più emblematico dell’atmosfera che si respira in Europa: Lang Leve de Liefde (Lunga vita all’amore), percorso didattico attivo dalla fine degli anni Ottanta e coronato da un buon successo, è un progetto che intende promuovere una “comprehensive sex education”, cioè un’educazione alla sessualità olistica e integrata, che non si cura solo degli aspetti sanitari ed emergenziali della sfera sessuale – gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili, violenza – ma che raccoglie la sfida, ben più ambiziosa, di portare in classe la complessa e multiforme costellazione della sessualità: è l’educazione che parla di relazione, desiderio, conoscenza, rispetto, consenso, identità sessuale, gusti, pratiche.

Come si nota nell’Indagine nazionale sulla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti (2019), è schiacciante la percentuale di studenti che ritengono che la scuola debba garantire l’informazione su sessualità e riproduzione: per alcuni dalle elementari (11%), per altri dalle scuole medie inferiori (50%) e per altri ancora dalle scuole superiori (32%). Al contrario, solo il 6% degli intervistati dichiara di non ritenere utile questo insegnamento. Da parte di ragazzi e delle ragazze esiste, dunque, una forte domanda per avere un’educazione all’affettività e alla sessualità. E se questa urgenza non viene accolta dentro l’istituzione per eccellenza – la scuola – ci sono altri canali che attivano progetti per l’utenza interessata: questi sono tanto i servizi socio-sanitari, le ASL, i Consultori, quanto le associazioni, i collettivi e le reti civiche di varia natura. “Ma mentre il ruolo di queste realtà è abbastanza definito, quello della scuola è tutto da costruire” spiega Nicoletta Landi in Il piacere non è nel programma di Scienze! Educare alla sessualità oggi, in Italia.

Oltre il rapporto europeo del 2013, l’Italia disattende altre direttive decisamente importanti. Gli Standard per l’Educazione Sessuale in Europa dell’OMS (2010) sono molto chiari in merito:
“La salute sessuale richiede un approccio positivo e rispettoso alla sessualità e alle relazioni sessuali come pure la possibilità di fare esperienze sessuali piacevoli e sicure, libere da coercizione, discriminazione e violenza. Per raggiungere e mantenere la salute sessuale, i diritti sessuali di ogni essere umano devono essere rispettati, protetti e soddisfatti”. I diritti sessuali, dunque, sono godibili solo se i cittadini e le cittadine possono contare sul libero accesso alle informazioni utili alla propria vita sessuale; in secondo luogo, se parliamo di diritto alla contraccezione, in filigrana dobbiamo (anche) affrontare il tema della contraccezione gratuita (se non per tutti, almeno per alcuni).

Per tornare al nostro paese, le regioni italiane che ad oggi prevedono la distribuzione gratuita di contraccettivi sono solo sei: la Puglia è stata la prima a sperimentare la contraccezione gratuita per gli under 26 già nel 2008; nel 2017 segue l’Emilia-Romagna, mentre Piemonte, Toscana, Lombardia e Marche hanno approvato delibere regionali durante tutto l’arco del 2018, e con esse hanno previsto l’accesso alla contraccezione gratuita ad alcune delle fasce più “fragili” – donne disoccupate o con determinati codici di esenzione, sotto i 26 e/o i 24 anni d’età.

Come riporta un bell’articolo di Internazionale, la tetra situazione riguardo ad accesso e diffusione della contraccezione ci posiziona al 26esimo posto sui 45 paesi europei presi in considerazione dall’ultimo “Atlante europeo della contraccezione”: “L’accesso è disomogeneo e cambia da regione a regione, perché dipende dai diversi piani adottati dai consigli regionali: si registra un divario tra regioni del nord (in cui c’è più accesso ai contraccettivi) e regioni del sud”.

In questo senso, quello che abbiamo davanti agli occhi è un’Italia a 20 velocità: essendo infatti la contraccezione gratuita e l’educazione sessuale di competenza sanitaria, al momento attuale – in mancanza di una legge nazionale atta a uniformare – i confini regionali sono il vero scacchiere entro cui si gioca la partita del benessere sessuale dei cittadini più giovani.

Perché è questo il punto rovente della questione: non che in Italia non si insegni l’educazione sessuale ma, piuttosto, che disponendo le regioni di sostanziale autonomia nel decidere se destinare risorse a progetti e percorsi per l’educazione sessuale, essa risulta in perenne balia del colore politico della regione. Il problema è che l’assenza di una legge nazionale lascia emergere delle disuguaglianze che si vanno ad aggiungere ad altre già evidenti e più conosciute, lasciando così una condizione di grande disparità tra ragazzi di regioni diverse in termini di abilità, risorse e strumenti utili alla comprensione del grande enigma dell’adolescenza: la propria sessualità.

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