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DAD & disponibità di molti insegnanti [università] - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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DAD & disponibità di molti insegnanti [università]

del Gruppo DiSLL (Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova)

venerdì 23 ottobre 2020, di cesppadova

Postiamo uno stralcio del corposo documento prodotto dal Gruppo DiSLL di UNIPD che rappresenta una riflessione attorno all’uso massiccio della didattica a distanza utilizzata in fase pandemica da tutti gli atenei. Pensiamo che sia in ideale confronto con l’articolo precedente, quindi lo proponiamo alla lettura. G.Z.

DAD & disponibità di molti insegnanti [università]

del Gruppo DiSLL (Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova) tratto da leparoleelecose.it

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Moltissimi docenti, spesso proprio quelli più reattivi e smaliziati nel ricorso alle tecniche digitali, si sono sì avvalsi del supporto informatico facendone un mezzo prezioso, ma hanno avvertito parimenti una frustrante sensazione di deminutio e di sottrazione, di restringimento prospettico e di depotenziamento complessivo della performance didattica. La migrazione obbligata verso supporti informatici, avvenuta quasi dall’oggi al domani grazie a uno sforzo concorde e strutturale di tutte le componenti del mondo accademico, va apprezzata come una soluzione efficace entro un contesto forzato, ovvero come una brillante reazione alle necessità e alle urgenze scorsoie di una congiuntura eccezionale. Ma questo travaso coatto al digitale non può e non dev’essere accolto come una nuova normalità né tantomeno salutato come un felice arricchimento o addirittura come un miglioramento di standard, secondo una retorica dell’occasione e della risposta adattiva[1], che attribuisce alle evenienze drammatiche e alle tragedie della storia la virtù di velocizzare il progresso e di favorire grandi balzi in avanti nello sviluppo delle civiltà umane.

Varie voci si sono levate per esortarci a tramutare la necessità in opportunità, facendo dello choc pandemico una chance di svecchiamento e un laboratorio di crescita accelerata, dove sperimentare progetti di ammodernamento e innovazione. Sono, queste, parole d’ordine ricorrenti nel discorso pubblico diffuso e nelle prese di posizione degli “entusiasti digitali”. Sin quasi dal principio della crisi sanitaria, i quotidiani a tiratura nazionale e le agenzie radiotelevisive hanno ospitato pagine e servizi di tenore sopracuto sulle magnifiche sorti della dad ed entusiastiche eulogie sul futuro delle università telematiche. D’altronde, simili punti di vista s’inquadrano entro la cornice di un’ideologia consolatoria, che si può compendiare nella seguente tiritera: «quando le ondate di Covid-19 saranno passate, ci ritroveremo potenziati da questa tragica esperienza di mobilitazione; saremo più forti e migliori di come eravamo». Questo asserto non è soltanto espressione di una (pur comprensibile) esigenza di ottimismo proiettivo, ma costella un cliché iniziatico di diffusione universale, secondo il quale ogni grande sofferenza dev’essere vittoriosamente trasfigurata in una prova di passaggio, che apre a un diverso modo d’essere o a uno stadio ulteriore. Di qui l’auspicio o il sentimento che da questa catastrofe rinasceremo rinnovati ed elevati, con menti finalmente aperte e flessibili, spinte a una meravigliosa adattabilità dallo stato di eccezione e dalla lotta darwiniana per superare le calamità. Nella fattispecie, gli info-euforici e i settatori del Digital Turn prefigurano già uno scenario in cui saremo gioiosamente immersi nel neo-mondo digitale delle relazioni immateriali, capaci di produrre a getto continuo splendidi pensieri smart, già “formattati” per essere veicolati dal tappeto volante della banda larga e agiti con bella liquidità performativa sui display dei dispositivi portatili. I sacerdoti del rinnovamento informatico possono fare a meno dell’argomentazione, perché hanno dalla loro il Soft Power enormemente attrattivo dell’innovazione tecnologica. Per tanti versi, il loro fanatismo ricorda altre sciamannate manifestazioni del mono-pensiero globale, dalla cancel culture dilagante (stolida riedizione ideologica della damnatio alla morte civile) alle manifestazioni oltranzistiche del bon ton anti-discriminatorio e della correttezza politica, che ottundono l’intelligenza critica e cancellano la biodiversità intellettuale.

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