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didattica, diritti a scuola

Appunti sulla DAD

di Federica Luchesani

sabato 3 ottobre 2020, di cesppadova

Riportiamo ampi stralci di un articolo pubblicato dalla rivista Gli Asini che ci sembra di grande attualità pur essendo stato scritto diversi mesi fa. Non tanto per alcune deduzioni sul futuro, ora presente, della scuola pubblica, quanto per la chiarezza dell’argomentare sulle problematicheche incombono sulla scuola e su di noi.G.Z.

Appunti sulla DAD

di Federica Luchesani da gliasinirivista.org

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Sarà un’altra scuola. Quella che troveremo dopo l’epidemia sarà una scuola in cui il vecchio conflitto-trappola tra educare e istruire riprenderà virulenza (scusate la metafora). Una regressione ci attende se si farà finta che istruire si può senza educare. Abbiamo visto che si possono sistemare per bene i contenuti, confezionare pillole di lezione registrate, a vari livelli e con vari trucchi (a cartoon; con mappe; transmediali). La tentazione sarà di dire: ecco guarda che bello il programma, il manuale, i giochi, fallo tu come e quando vuoi e poi mandaci il test.
Il ritardo colpevole c’era, sì. Docenti che non avevano mai attivato la versione digitale dei libri di testo scoprono che esistono e che si può facilitare enormemente il lavoro a casa, mandando i filmati, le mappe interattive, le lezioni personalizzate videoregistrate. Chi si sta dedicando con impegno, perdendoci gli occhi, sta imparando molto; chi ha fatto sempre poco oppure male continua a farlo e magari fatica e si ingegna ma pur sempre fa lezione frontale, verbosa, monologante, autoritaria. Almeno però si è finalmente liberato del corpo a corpo, dei tempi della relazione, dei giochi, della vita segreta del corridoio e del sottobanco che produce brusio e imprevisti. Liberi da tutti quei cascami residuali e interferenze disturbanti che sono in realtà il fermento e il sale dell’invenzione didattica e dei processi di apprendimento, se si sanno ascoltare e invitare al banchetto del sapere. La repressione di quei “residui” creava disaffezione nei ragazzi e nelle ragazze e frustrazione nelle docenti mentre era il mezzo più potente per educare alla parola espressiva e alla fatica dell’imparare. Ricordiamoci di rivendicarlo se no con la presenza nelle aule sparirà il senso di imparare assieme nelle differenze. Adesso parliamo dei giga, della connessione, dei device, dei genitori che seguono o invece lavorano; di quelli che stanno male e sclerano oppure si mettono a fare gli insegnanti; della case con lo spazio e i libri oppure senza. Ma non con queste differenze non si facevano i conti prima, e adesso nemmeno. Tutto ciò dovrebbe cambiare con 70 milioni in tablet? Anche prima c’erano le/i prof brave e bravissime che lo sapevano e quelle che non lo capivano, solo che adesso mancano le classi, i progetti, la varietà di incontri e scambi che iniziavano alla vita sociale bella o brutta che sia, tutte le microrelazioni multiformi che tra mense e cortili mitigavano, arricchivano. Che scuola sarebbe senza?
Forse dovremmo chiederlo ai ragazzini e alle ragazzine. Gli manca la scuola? Di certo mancano i compagni e gli intervalli. Chi con le docenti aveva costruito relazioni significative di rispetto e dialogo, vissuto col gruppo classe esperienze di lavoro e creazione culturale significative si sarà ritrovato con più facilità, riuscirà a stare assieme sulle piattaforme, attraverso gli schermi, senza dispetti, sospetti di noia e disinteresse, con desideri ancora accesi. Ma anche gli altri, quelli che la scuola è noia e morte, accendono i pc e si ritrovano con le prof, classi quasi complete con cui continuare a fare a guardie e ladri, gridando a lettere maiuscole nelle chat di skype che non si fanno foto di nascosto, non si buttano fuori i compagni, non si gioca di nascosto ai videogame nelle finestre aperte a lato. Perché si connettono lo stesso questi ragazzine e ragazzini se non è più obbligatorio? Credo che sia perché, come tutti, vogliono esistere per gli altri; vogliono identità e riconoscimento, un ruolo e uno statuto. La scuola è ciò che glielo dà. Sono “socialmente” allievi allieve studenti e studentesse. È questo che gli abbiamo sempre detto e per esistere – adesso che c’è solo la casa e mai la strada e la città – è normale che alla scuola chiedano quello, di avere il loro luogo di riconoscimento. Ovviamente, non illudiamoci, molte e molti non rimpiangono la scuola, dicono che così si segue meglio che ci sono vantaggi come la padronanza del tempo, le ore di sonno… eppure moltissimi altri vorrebbero tornare. Sospetto che siano soprattutto quelli che non hanno famiglie super accudenti e benestanti. Per tanti – per quanto “torturante”– la scuola era lo spazio proprio, fuori di casa, oltre la famiglia, un mondo di azione e riconoscimento autonomo, un’esperienza separata ma organizzata, con senso ed etichetta.
La domanda rivolta adesso alla scuola, attraverso questa Dad, è quella di un senso e di un ruolo. La risposta non può essere il programma, il libro, la pagella, il diploma, vero? Alla scuola, ora che non c’è, si chiedono cittadinanza e comunità in cui giovani e bambini siano soggetti pienamente riconosciuti nel loro statuto autonomo. Al liceo, alle superiori, dai 17 anni molte e molti studiano per il futuro, l’interesse, la carriera, un progetto. Ma fino ai 14-16 anni si studia anche per stare con gli altri, per avere come tutti un lavoro che ci dica chi siamo ora e subito.
Senza desiderio non si accende la fatica di imparare: potremmo (ri)scoprirlo in questi giorni. E il desiderio si nutre negli scambi con gli altri e nell’imprevisto dolce e spaventoso che sempre ci riservano. Il corpo a casa, sulla sedia, di fronte al monitor si sfianca prima. Per come è fatto lo schermo, sì, ma anche perché nella solitudine appassiamo. Da anni leggiamo le statistiche: c’è una scuola che disamora, che respinge, che crea distacco e sofferenza. O semplicemente che non insegna. Non vogliamo tornare a quella. Se a casa ci si collega solo per le minacce del papà o per la buona educazione ricevuta da mamma, dopo un po’ il motivo e la qualità del lavoro crollano. Ci vuole il desiderio e quindi le occasioni di scambio e relazione. Col pc si può fare qualcosa, sì, ma non per tutti, non per bene. Sicuramente ci sarebbero volute indicazioni e buoni documenti di orientamento dal Ministero. Eppure a due mesi dalla sospensione ancora non esistono. Crisi dei saperi e delle istituzioni, anche per la scuola.
I saperi e i luoghi. Lasciamo stare tutto quello che non ha funzionato a livello istituzionale durante l’epidemia. Non hanno funzionato gli ospedali, i governi federali, non ha funzionato neanche la scuola. I canali dedicati sulla Rai e i documenti ministeriali su come comportarsi li stiamo ancora aspettando. Ma da prima, molto prima della Dad e dell’emergenza, sapevamo che mancava una riflessione cruciale: cosa vale la pena imparare a scuola? Oggi tutti parlano dei programmi da finire e dei voti da mettere, di cosa sia la valutazione formativa non hanno idea: quindi la formazione delle docenti negli ultimi decenni ha fatto schifo. E prendiamo atto anche di quella balla colossale che è la certificazione delle competenze: dal 2017 resa obbligatoria per legge alla fine del primo ciclo d’istruzione – la terza media – consiste nella produzione di carte che nessuno legge e senza valore. Tra le competenze che si certificano infatti c’è quella digitale: forse in qualche bella scuola di Modena o della Toscana si fa sul serio ma nella stragrande parte d’Italia No. Nei documenti del Miur si legge(va): “La compilazione dei modelli è il momento conclusivo di un processo educativo e formativo che stimola la ricerca di nuovi approcci didattici, coerente con un continuo ripensamento dell’intero curricolo, come auspicato dalle stesse Indicazioni Nazionali per il curricolo”.
Ma non è mai stato ripensato un cavolo e volete che si faccia adesso? Chiusi in casa, con l’urgenza di far veder a colleghe presidi e famiglie che si sta lavorando, che si mettono voti? La Dad ci porterà dalla carta alla realtà per magia? Chi già lavorava secondo le Indicazioni Nazionali lo sta continuando a fare, per le altre/i si tratta di tagliare pezzi delle programmazioni che ti hanno passato le colleghe e che consistono negli indici – ripresi pari pari – dei libri di testo.
Dunque cosa mostra questa Dad? Che imparare a usare il pc e lo smartphone, a lavorare con la risorse del web, a usare le tecnologie digitali per creatività e progetti sarebbe importantissimo. Quanto saper formulare un progetto e volerlo portare a termine, che si tratti di uno scherzo o di imparare a suonare uno strumento, modificare una foto, montare un audio. Che è fondamentale avere il desiderio di interrogare la realtà e di prendersi cura di sé. Le carte ufficiali per la scuola di base dicono cose simili, che la scuola dovrebbe servire a questo: tipo superman insomma.
In realtà sappiamo che alla scuola sarebbe da chiedere una cosa in particolare e soprattutto: che oltre e nelle differenze individuali a ciascuno sia data la possibilità di esprimersi in società e di partecipare al farsi delle leggi comuni. Per il resto diciamoci una cosa: a educare non basta solo la scuola. E nemmeno l’internet e la tv.
Abbiamo toccato con mano che molte e molti non sapevano aprire word, fare un padlet, giocare e creare col pc. Tra le docenti l’improvvisazione ci ha spalancato mondi: programmi per organizzare e scambiare, registrare podcast, montare filmati, eccetera. Ma nonostante le certificazioni digitali, prima non lo sapevamo fare e ora lo facciamo male. Le nostre scuole non avevano dotazioni ragionevoli, i libri digitali sono poveri, i repertori organizzati e di alto livello di risorse educative on line non esistono. Le scuole e le università sono colpevoli, ora è più chiaro. Ma non tutto può essere fatto lì dentro.
Alla scuola si chiede cultura, ma la cultura (anche per chi la scuola la fa!) deve essere diffusa sui territori tramite varie istituzioni e luoghi attrezzati. L’attacco di delirio utopico palingenetico riprende: la ricchezza non arriva mai per gli ultimi, il vero benessere non c’è mai stato e dunque se volessimo trarre una lezione da questa emergenza dovremmo attrezzare i quartieri delle città e i paesi con sale per l’aggregazione e l’educazione, ricche di strumenti e di materiali, dove possano lavorare educatori ed educatrici in gamba e dove ci si scambino saperi e competenze. Se volessimo usare le scuole per questo, durante i pomeriggi, si potrebbe fare ma ricordando che se un’aula è un luogo di vita con lavori in corso ed esposti, non può essere sbaraccata in toto ogni giorno. E che se si moltiplicano i luoghi di formazione culturale, le scuole possono ridurre o modulare differentemente i loro orari e la loro organizzazione. Biblioteche, mediateche, sale prove, teatrali, informatiche o di arti applicate in cui hackers makers artisti artigiani possibilmente sui 20 e 30 anni potrebbero insegnare molto e bene ai ragazzini e anche ai loro docenti. … Ah, ma questo è socialismo libertario, scusate, non è concepibile che organizzazioni locali socializzino la cura e l’acculturazione usando le risorse della collettività.
Dunque torniamo coi piedi per terra e alla questione dei saperi: l’ossessione del programma e della valutazione popola ogni consiglio di classe o docente su zoom in questi giorni. Le paginette del libro da imparare a memoria, i quiz sul Capitolare di Quierzy. Le fasce climatiche e le catene montuose della Spagna, va bene! Per alcune di noi ogni cosa fa brodo. I contadini medievali son perfetti, poveretti, per discutere del rapporto città campagna e delle politiche alimentari con gente di undici anni. Ma chi lo fa? Troppo poche/i. La didattica è il problema, vicina o lontana, e il tempo perso non è quello di questo secondo quadrimestre ma le immissioni in ruolo di insegnanti senza formazione per decenni. I 500 euro non bastavano o almeno non dati così.
E quindi i soldi i soldi i soldi. Teniamo d’occhio come e dove saranno spesi i soldi per la scuola. Dove andranno i milioni di euro promessi? Probabilmente la formazione sarà scadente oppure vana e i materiali nuovi immessi nella cornice sbagliata. Altrimenti le aule informatiche e le aule con le Lim ci avrebbero preparato meglio, risparmiandoci il patente disastro di un analfabetismo digitale di massa (mi ripeto a scanso di equivoci, molti e ottimi esempi di scuola sì, ci sono, ma nella stragrande maggioranza dei casi no, non funziona).
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