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L’impotenza della patria

di Francesca Coin e Christian Raimo, 13 Luglio 2019

giovedì 25 luglio 2019

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Salvini si appella alla narrazione sui confini della patria per respingere dei naufraghi. Forse è proprio il tema stesso dell’identità nazionale rilanciato da Ciampi ad avere qualcosa di marcio dentro

In Contro l’identità Italiana (Einaudi, 2019), lo scrittore Christian Raimo affronta il tema del nazionalismo e del mito dell’identità patria. Dei suoi effetti ai giorni nostri, e di come all’improvviso sia ritornato il mito della nazione, discute con lui Francesca Coin, sociologa.

Francesca Coin: Dovessi descrivere il tuo libro direi che è un tentativo di ripercorrere attraverso una narrazione biografica la diffusione più recente del nazionalismo in Italia. È una narrazione interessante la tua perché gli anni che intersechi sono anni determinanti dal punto di vista delle relazioni internazionali – parlano della globalizzazione e in Europa della nascita dell’Unione europea – ma anche della de-globalizzazione e, in alcuni casi, della balcanizzazione del mondo che abbiamo conosciuto nel secondo dopoguerra. Questo è il contesto nel quale ti muovi ma tu come un semiologo cerchi i segni di questo processo nella cultura dominante.

Christian Raimo: Sì, è un tentativo di fare storia del passato prossimo e del presente, con tutti i rischi che un’operazione del genere comporta. Guardarsi troppo da vicino può rendere sfocato il quadro. Ma sono partito da una constatazione: quando ero piccolo, negli anni Ottanta, dell’essere italiani non fregava niente a nessuno; oggi sembra che questo sia il tema principale non solo nel dibattito politico, ma in ogni discorso pubblico. Non li ho citati approfonditamente, ma – per fare un esempio – gli spot dei prodotti alimentari sembrano parodie di pubblicità del Ventennio: «Sulle nostre tavole», «Solo dalle terre italiane»… è tutto un florilegio di appartenenze e sensi patriottici. Cirio, per dire, ha di fatto sostituito il famoso claim Come natura crea, Cirio conserva con Cirio, cuore italiano, e ha retrodatato, inventandosi una tradizione inesistente, la data di fondazione a prima dell’unità d’Italia. Questo è un esempio solo indicativo di un neo-nazionalismo che diventa diffuso in ogni ambito di discorso.

FC Nel libro prendi come punto di partenza la tua data di nascita. Sono nata due settimane più tardi, e ammetto che molte delle cose che descrivi non le ricordo, quantomeno non ne ho un ricordo chiaro da bambina. Nel contempo sento molto vicina la frase che citi di Alfonso Berardinelli in Autoritratto italiano, che, provo a parafrasare, descrive l’irrilevanza, per lungo tempo, del concetto di italianità, alla luce del fatto che in Italia, scrive, «molte cose non erano riuscite (né lo sviluppo né la rivoluzione)». Per certi versi, è come se per lungo tempo il ruolo secondario dell’Italia nel contesto geo-politico avesse consentito di dissolvere il concetto di italianità in qualche cosa di più grande e sconfinato, come se i confini del contesto culturale e politico italiano per lungo tempo fossero arrivati, per ispirazione o diaspora, alle estremità del mondo. Scrivi, a un certo punto che dagli anni Novanta, al contrario, «l’attenzione all’identità nazionale sembra provenire dall’angoscia dell’identità europea in via di definizione», un processo che scandisci ricordando – ahinoi – quella strana miscela che va da Toto Cutugno a Umberto Bossi quando inventa la Padania come terra vittima – quale capovolgimento storico! – del colonialismo italiano, sino alla ricomposizione della «destra plurale» di Gianfranco Fini. Per farla breve, sembra che tu descriva il nazionalismo italiano come sintomo di una marginalità politica che si acutizza con l’ingresso nell’Unione europea e che distintamente incarna sin da principio un’agenda politica di estrema destra.  

CR Provo a applicare – in questa storia che mette insieme pubblico e privato – anche una piccola interpretazione psicologica del discorso pubblico. L’italianità nasce, si riproduce e ritorna sempre come discorso relativo a una comunità negletta dalla storia che si riscatta: vittimismo e risveglio, sembra che non ci possa essere altro modo per narrare l’Italia, da Dante all’inno di Mameli. Ma se questa retorica è ovviamente funzionale al costruirsi del discorso risorgimentale, fa un po’ specie quando l’Italia diventa – come è stato e com’è oggi – un paese imperialista, fascista, colonialista, una delle prime potenze industriali e militari al mondo. Il vittimismo dei potenti è ridicolo oltre che eticamente ributtante. Ma è meno evidente, e su questo spendo qualche pagina in più, come le baruffe a cui per anni abbiamo assistito tra Fini e Bossi che si sono affrontati a colpi di nazionalismo contro secessionismo, pur governando insieme e facendo leggi terribili che ancora oggi sono una sciagura per gli stranieri che vivono in Italia, abbiano portato entrambi acqua alla fonte del neo-nazionalismo. Per una ragione non difficile da riconoscere: avevano in sé una matrice fascista, virilista, muscolare, escludente. Era una finta opposizione. Nel libro provo a ricostruire come negli anni Novanta la lega di Bossi diventa di fatto quel partito razzista e cripto-fascista che oggi è in modo compiuto.

FC Nel secondo capitolo fai una disamina del concetto (o del sentimento) di italianità, ciò che oggi, dici, è divenuto egemonico come risposta identitaria alle vertigini – di povertà o impotenza – generate dalla globalizzazione. La cosa interessante è la sequela di citazioni che proponi. Mi colpisce in particolare il critico letterario Cesare Garboli, che in un’intervista del 1997 associa tre cose distinte all’idea di essere, o sentirsi, italiano. La prima è una miseria che in molti casi, dice con delicatezza, è compensata «dal pittoresco». La seconda è il sentirsi «niente nel mondo», come corrispettivo del ruolo geopolitico dell’Italia sempre più marginale dal Cinquecento – torniamo per certi versi a quanto accennavamo prima. La terza è che in questo contesto, scrive Garboli, «l’italiano, se si sente italiano, diventa subito fascista». È come se la povertà costitutiva d’Italia, quella miseria pittoresca, intrisa, storicamente, di una indisciplinata solidarietà popolare, si ricomponesse, in certe fasi storiche, attorno all’idea di nazione invece che attorno all’idea di classe.

CR Sì, fai bene a insistere su questo concetto di reazione al senso di impotenza; io uso più volte il concetto di backlash di Susan Faludi. C’è una presunta lesa maestà a cui tutti – le istituzioni politiche, civili, culturali – reagiscono gonfiando il petto: il settennato di Ciampi è una lunga esemplificazione di questo backlash, che però continua nella retorica delle foibe, nel calendario degli anniversari: 150esimo dell’unità, 100esimo della Grande guerra… L’idea di nazione diventa un passepartout identitario certo come crisi delle lotte politiche, ma anche in nome della repressione di quelle lotte politiche. La repressione di Genova 2001 – e qui appunto, il senso capitolo sui due Carli (Azeglio Ciampi e Giuliani) – per me è proprio il nucleo del discorso: mi ha fatto agghiacciare il sangue andare a riprendere le dichiarazioni di Ciampi sul G8 del 2001. Ciampi ne parla solo dieci giorni dopo, complimentandosi per la buona riuscita del summit, e manifestando la sua preoccupazione per le violenze, tra cui stigmatizza quelle di chi protestava ovviamente. Ma quella macelleria messicana non viene quasi mai interpretata come una repressione di classe. Mentre è stata così, è stata come la rivolta del pane del 1898 repressa da Bava Beccaris a Milano. L’onda lunga di quella repressione non smette di agire, purtroppo più spesso nel ricomporre le forze della reazione piuttosto che quelle del contro-potere.

FC Nel libro insisti sul fatto che la storia politica del concetto di identità italiana e di patria, ha una genealogia tutta maschile: da Ciampi a Galli della Loggia, passando per alcuni degli autori che abbiamo già citato, l’identità italiana è costitutivamente bianca, eteronormata e maschile. Antonio Montefusco in Italia senza nazione (Quodlibet, 2019) parla di una storia, anche linguistica, d’Italia caratterizzata dalla diaspora e dall’estero-flessione. Nella tua ricostruzione, è precisamente nelle terre d’emigrazione che fiorisce un’idea di patria intesa come comunità immaginaria e familistica di padroni di casa destinati a tornare alla propria terra, una terra con la quale esiste un legame di proprietà, di eredità e di sangue che la rende quasi biologicamente definita in termini di genere e di razza e nella quale tutti coloro che non rientrano in questo albero genealogico sono ospiti illegittimi da controllare, ghettizzare o meglio ancora da togliere di mezzo.

CR Questa cosa per me ha dell’incredibile. Analizzo molti testi sull’italianità. Il dibattito, come puoi immaginare, è davvero sterminato. In letteratura, in storia, in politica, in sociologia. Beh, è quasi sempre tutto un dibattito maschile. Maschile perché i protagonisti sono tutti maschi, maschile perché i termini del discorso riguardano questioni lette in un’ottica maschilista: onore, forza, dominio… Ma è ancora così. I testi che provano a contrastare questa narrazione maschio-centrica e bianca, ovviamente, sono pochi e poco dibattuti, ma sono quelli che ci servono per contrastare questa paccottiglia neo-nazionalista. Per me scrivere questo libro era anche un modo per fornire una piccola bibliografia da battaglia: usare testi usciti ormai un decennio fa, quando quest’ondata di backlash patriottardo non era ancora così alta, Margini d’Italia di David Forgacs, Italianità di Silvana Patriarca, il lavoro di Wu Ming, gli studi sulle letterature italiane post-coloniali, Alberto Mario Banti. Pensavamo che quello sull’italianità fosse un discorso per terze pagine dei giornali, oggi ci rendiamo conto che al bar, sui social network, in parlamento non si parla d’altro. E nel momento che un ministro dell’interno si appella ai confini patri da difendere per respingere dei naufraghi, capiamo come il patriottismo di Ciampi abbia prodotto frutti culturali che si sono adulterati molto in fretta, perché forse avevano qualcosa di marcio dentro.

FC Alberto Mario Banti ha scritto che «coloro che – con qualunque intenzione, anche la più democratica – si preoccupano adesso della questione dell’identità nazionale, dovrebbero essere consapevoli che ‘nazione’ e ‘patria’ sono due termini che – quasi per riflesso condizionato – si portano con sé una serie di formazioni valoriali specifiche che inducono a pensare la nazione come parentela, come discendenza di sangue, come memoria storica esclusiva e selettiva, come narrazione di narrazioni belliciste e maschiliste». In un’epoca segnata da esperimenti politici come «Patria e Costituzione», quest’analisi sembra quanto mai calzante.

CR Banti ha messo in luce i molti punti deboli di qualunque nazionalismo, e l’ha fatto in un momento, il 2011, in cui era molto facile essere tacciati di lesa maestà. La sua esegesi del lungo comizio sull’inno di Mameli a Sanremo è l’apice di questa dialettica, dove se non si è nazionalisti sembra si diventi dei traditori. Ma tu dici una cosa in più, che ancora non è così centrale nel dibattito pubblico italiano. Il fascismo come il capitalismo sono espressioni di un dominio storico che ci è molto utile leggere in termini di eteropatriarcato. Questo per me è molto evidente quando il Ventennio finisce, ma le tracce del fascismo restano, nella democrazia cristiana del dopoguerra, nel fascismo della reazione degli anni settanta, nel fascismo del consumismo descritto da Pasolini e oggi in quella robaccia chiamata sovranismo.

FC Tu descrivi l’illusione di piegare a sinistra la patria come un errore storico e politico con venature tragiche, impossibile da scindere non solo dal virilismo genitale leghista, ma anche, mi verrebbe da dire, da un’idea di demos patrilineare e bianco in cui la donna funge sostanzialmente da grembo attraverso il quale riprodurre la proprietà e la razza. È forse questa la parte più politicamente indispensabile del tuo lavoro, specie in una fase in cui, anche a sinistra, si trovano esperimenti che si richiamano alla patria e alla costituzione. Nella tua ricostruzione, emerge chiaramente che non c’è patria senza razzismo e colonialismo, e non c’è patria in Italia senza patriarcato. La patria anzi nasce dalla naturalizzazione dell’ordine creato da queste strutture di oppressione. Questa, mi verrebbe da dire, è la pars destruens del tuo libro. Il problema è che la pars costruens, se è così, è ancora tutta da scrivere, e per scriverla bisogna rivelare, anzitutto, ma anche spodestare, la legittimità etero-patriarcale e bianca di una storia e di una storiografia politica ancora tutta al maschile, a destra e a sinistra.

CR Indichi un lavoro tutto da fare. Sinistra e patria per me non possono stare insieme. Non ci vuole nemmeno chissà quale argomentazione da opporre a chi se ne esce con la strumentalizzazione del concetto di «esercito di riserva» (vedi quella sinistra di destra che va da Rizzo a Rampini e Fusaro, che Mauro Vanetti liquida in maniera esaustiva nel suo ultimo libro) oppure sbandierando i diritti dei lavoratori delle aziende italiane in crisi, come se la questione del lavoro oggi non fosse costitutivamente globale, al di là delle specificità nazionali. Per me chiaramente, il sindacalismo è internazionalista o non ha senso. Detto questo, penso poi che persino tatticamente, questa strategia sia fallimentare: altrimenti Ciampi avrebbe lasciato qualche eredità politica utile, invece che la parata militare del 2 giugno e basta.

Ma mi interessa di più la seconda questione che poni. La legittimità eteropatriarcale oggi è al potere ovunque in Italia, nelle istituzioni, nel governo, nell’opposizione, nei media. Alle volte sembra di vivere in un tempo da anni cinquanta se non fosse che abbiamo dei telefonini sempre in mano. Personaggi come Pillon o Fontana sembrerebbero caricaturali persino in una fiction sull’Italia del dopoguerra, eppure eccoli, a legiferare, a reprimere. Ma è chiaro che il lavoro politico che suggerisci va praticato soprattutto con chi sembra invece parlare in nostra vece: la sinistra paternalista. Io penso che se – in senso gramsciano – non rovesciamo questa retorica, lasciando la voce davvero ai subalterni, ci condanniamo a una sconfitta senza appello, diventando anzi complici di una rivoluzione passiva ferocissima.

*Francesca Coin, sociologa all’Università di Lancaster, si occupa di lavoro, moneta e diseguaglianze. Christian Raimo è nato a Roma, dove vive. Scrive per diverse testate, tra cui Internazionale, il manifesto, minimaetmoralia. Il suo ultimo libro è Contro l’identità italiana (Einaudi, 2019).

 

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