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Una Buona Scuola per tutti e di tutti

IL DECLINO DELLA SCUOLA PUBBLICA ITALIANA

di Felice Roberto Pizzuti

mercoledì 10 giugno 2015

IL DECLINO DELLA SCUOLA PUBBLICA ITALIANA

Ma quale ’Buona scuola’?

di Felice Roberto Pizzuti

Il nostro paese e il suo sistema pro­dut­tivo non sem­brano fatti per per­sone istruite. D’altra parte negli ultimi anni non sono man­cate dichia­ra­zioni di mini­stri del tipo che «con la cul­tura non si man­gia» (Tre­monti) o «chi non sa fare inse­gna» (Castelli).

Il governo attuale, con il dise­gno di legge sulla “buona scuola” ha annun­ciato una riforma che vor­rebbe appor­tare cam­bia­menti signi­fi­ca­tivi. Ma qual è lo stato delle cose? E come intende inter­ve­nire il governo?

Una sezione del Rap­porto sullo stato sociale 2015, pre­sen­tato ieri nella facoltà di Eco­no­mia della Sapienza di Roma, ana­lizza la situa­zione del nostro sistema d’istruzione e le sue con­nes­sioni con il nostro sistema pro­dut­tivo. Il futuro di un paese è nei suoi gio­vani e nella capa­cità delle gene­ra­zioni pre­ce­denti di tra­smet­ter­gli il loro baga­glio posi­tivo di cono­scenze e valori (è que­sto l’aspetto fon­da­men­tale dei rap­porti inter­ge­ne­ra­zio­nali; che andrebbe curato, non incri­nato met­tendo stru­men­tal­mente i gio­vani con­tro gli anziani).

Più ele­vati livelli d’istruzione favo­ri­scono il benes­sere della col­let­ti­vità e dei sin­goli; dalla for­ma­zione sca­tu­ri­scono van­taggi eco­no­mici e sociali; l’educazione in senso lato è un impor­tante fat­tore di miglio­ra­mento, anche delle con­di­zioni di salute, ma nel nostro paese non è ade­gua­ta­mente considerata.

La nostra spesa pub­blica per istru­zione è scesa al 4,2% del Pil con­tro il 5,3% della media euro­pea e siamo al penul­timo posto tra i 15 paesi ori­gi­nari dell’Unione Euro­pea (EU15).

Dal 2008 al 2011 la spesa per stu­dente è dimi­nuita del 12% e siamo sotto la media di 13 punti percentuali.

Gli abban­doni sco­la­stici nel 2013 erano del 17% con­tro una media euro­pea del 12%.

I nostri docenti sono tra i meno pagati (l’83% della media Ocse; il loro sti­pen­dio è pari al 60% del gua­da­gno medio di un lavo­ra­tore ita­liano laureato).

L’alfabetizzazione degli adulti regi­stra la posi­zione peg­giore nell’EU15: il 70% non rag­giunge il livello rite­nuto “il minimo indi­spen­sa­bile per un posi­tivo inse­ri­mento nelle dina­mi­che sociali e occupazionali”.

Nella media dei paesi Ocse il con­fronto tra i costi soste­nuti per lau­rearsi e i van­taggi che ne deri­vano in ter­mini di mag­giori red­diti da luogo ad un tasso di ren­di­mento interno pri­vato del 14%; nella media dei paesi euro­pei supera il 15%, in Ita­lia è solo dell’8%. Dun­que, da noi andare all’università con­viene molto meno; non è strano che nella popo­la­zione tra i 30 e i 34 anni, solo il 22% è lau­reata, con­tro il 40% dell’EU15.

A dif­fe­renza di quanto avviene in Ita­lia, nei paesi dell’EU15 i lau­reati regi­strano un tasso d’occupazione net­ta­mente più alto dei meno istruiti.

Nel nostro paese, i gio­vani tra i 15 e i 29 che non stu­diano, non hanno e non cer­cano lavoro — i cosid­detti NEET — sono cre­sciuti dal 20% nel 2005 al 26% nel 2013, men­tre nella media euro­pea si è pas­sati dal 14% al 15%. Dal 2006 al 2011, il pas­sag­gio dei nostri diplo­mati all’università è dimi­nuito dell’8%. Con sem­pre minori risorse for­miamo ancora buoni lau­reati, ma poi il sistema pro­dut­tivo li spinge all’estero, dove magari s’incontrano con nostri capi­tali in imprese con­cor­ren­ziali alle nostre.

Dun­que nell’istruzione emerge una nostra vera ano­ma­lia. La com­mis­sione euro­pea da anni non esprime più pre­oc­cu­pa­zioni per la soste­ni­bi­lità finan­zia­ria del nostro sistema pen­sio­ni­stico; invece ci ha richia­mato ad accre­scere la spesa per istru­zione e for­ma­zione, ci chiede di con­tra­stare i bassi tassi d’istruzione, la scarsa dif­fu­sione della for­ma­zione per­ma­nente e gli ele­vati tassi d’abbandono sco­la­stici. Si aggiunga che il sistema di pre­ca­riato ha susci­tato una sen­tenza di con­danna della Corte di Giu­sti­zia Europea.

Negli ultimi anni lo svi­luppo del nostro sistema d’istruzione è stato limi­tato anche dalle dele­te­rie poli­ti­che di con­so­li­da­mento fiscale impe­ranti nell’Unione; ma prima ancora è stato con­di­zio­nato da un sistema pro­dut­tivo sem­pre più appiat­tito sui set­tori “maturi”, che cerca la com­pe­ti­ti­vità per­se­guendo la “via bassa” e per­dente della ridu­zione del costo del lavoro e della sua for­ma­zione. Le poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali non hanno pun­tato sull’innovazione pro­dut­tiva, sulla con­nessa for­ma­zione dei lavo­ra­tori e sulla più gene­rale dif­fu­sione dell’istruzione e della ricerca. Nella divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro siamo retro­cessi allon­ta­nan­doci dai sistemi in grado di com­pe­tere per l’apporto qua­li­ta­tivo e tec­no­lo­gico dei loro sistemi pro­dut­tivi e for­ma­tivi. Le poli­ti­che per la scuola, l’università e la ricerca si sono adat­tate al declino del nostro paese che non è solo economico.

Rispetto a que­sta allar­mante ten­denza, la riforma si foca­lizza su aspetti pur per­ti­nenti quali la valu­ta­zione, ma con­cen­tran­dola nel soli­ta­rio giu­di­zio dei pre­sidi; sono invece sot­to­va­lu­tate que­stioni dram­ma­ti­ca­mente urgenti quali la manu­ten­zione delle scuole; più in gene­rale, viene elusa la neces­sità pri­ma­ria di aumen­tare e comun­que con­cen­trare le risorse sul sistema pub­blico che da troppo tempo è tra­scu­rato. I pro­getti di nuovi mec­ca­ni­smi di finan­zia­mento da parte di pri­vati e i dise­gni di azien­da­liz­za­zione degli studi sco­la­stici impli­cano l’elevato rischio di influen­zare — più o meno sur­ret­ti­zia­mente — sia i con­te­nuti e l’orientamento dell’insegnamento sia l’equità dell’accesso all’istruzione che costi­tui­scono respon­sa­bi­lità pri­ma­rie delle isti­tu­zioni pubbliche.

dal Manifesto del 9 giugno 2015