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scheda

La scuola come bene comune. Riflessioni a margine del libro di Girolamo De Michele

di Alessandro Cartoni

mercoledì 19 gennaio 2011

La scuola come bene comune. Riflessioni a margine del libro di Girolamo De Michele

di Alessandro Cartoni
da
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/17/vivalascuola-66/

Difficile trovare una definizione esaustiva ad un libro come quello di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti, Minimum fax, 2010, ricco di informazioni e dati non addomesticati, ma anche capace di un’interpretazione globale del mondo e dei tempi che stiamo attraversando.

La cosa più evidente è che, pur costituendo un manuale di difesa e di resistenza all’ordine di cose esistenti, il libro non concede nulla al catastrofismo imperante sulle sorti della scuola italiana. Anzi, nell’interpretazione dell’autore, la scuola appare ancora capace di svolgere un’importante funzione di formazione alla cittadinanza, di integrazione e riscatto sociale se solo la si volesse liberare dall’ordine del discorso della “delegittimazione in atto”.

La scuola ha, dunque, per De Michele, una centralità sociale costitutiva che spetta a tutto il corpo sociale difendere e promuovere nell’orizzonte di un rilancio di quella funzione di civiltà che solo il sapere nelle società moderne è in grado di svolgere.

«L’istruzione è non solo un diritto fondamentale – direi addirittura il diritto fondamentale, perché nella società cognitiva in cui viviamo non la qualità della vita, ma la vita stessa è messa in questione dall’analfabetismo strutturale o di ritorno»

Il ruolo del sapere
Quello che dunque è in ballo nel libro di De Michele, quello che costituisce la posta in gioco politica e democratica è proprio il sapere, il suo stato, la sua consistenza, il corollario dei suoi effetti, la sua possibile obsolescenza, preservazione, diminuzione o riconfigurazione nelle attuali condizioni politico-istituzionali. Intorno alla scuola, dunque, non si gioca una partita tra le altre, ma «la» partita fondamentale: «l’istruzione è un bene comune, come l’acqua e l’ambiente perché bene comune – bene del comune, della comunità dell’umano – è il sapere»

Tuttavia questo “bene” è oggi potenzialmente sempre meno sicuro, sempre meno frutto di un contratto sociale e di un consenso collettivo, quindi sempre “meno comune” e sempre meno pubblico.

L’autore ci spiega come si è arrivati a ciò attraverso una serie di analisi storico-politiche che uniscono in modo originale i dati della sociologia della statistica e dell’economia politica. L’educazione (e i modelli educativi) dunque non sono in crisi in quanto tali, come vorrebbero farci credere, ma sono in crisi in quanto la società che li produce è essa stessa in crisi, una crisi che è di valori, di governance, di credibilità.

«L’istituzione educativa si trova di fronte a un bivio: o imparare a giocare il gioco secondo nuove regole, o ripiegare e arroccarsi, dopo aver bruciato i ponti, nel fortino del proprio sapere tradizionale, rifiutando il contatto col nuovo. Richiudersi dentro la grande Muraglia e aspettare l’arrivo dei cosiddetti Barbari»

La sfida della complessità
In ogni caso di fronte all’evoluzione delle società e dell’economia, di fronte alle trasformazioni tecnologiche che modificano radicalmente i connotati del lavoro e della sua funzione, la scuola, e il suo governo, assumono nella società cognitiva che stiamo attraversando, una funzione strategica. Certo alla scuola non possiamo affidare solo compiti di addestramento, come vorrebbe qualcuno, ma anche compiti di socializzazione e formazione del senso critico e della cittadinanza.

«La scuola è una sorta di para istituto professionale che attraverso un apprendistato cognitivo fornisce non solo il sapere ma anche l’officina in cui applicare le conoscenze e le competenze apprese: non lo strumento a produrre valore, ma il valore stesso (…) Al tempo stesso, la scuola svolge tutta una serie di funzioni che la crisi delle istituzioni disciplinari ha reso indispensabili»

La scuola diventa così centro di socializzazione, sostituisce spesso la famiglia, sostiene psicologicamente i ragazzi, diventa autentico operatore sociale, informa sull’attualità e sui suoi “possibili usi”. E’ in questa direzione che De Michele contraddicendo il ministro Gelmini dichiara senza mezzi termini «che la scuola è un ammortizzatore sociale. Svolge un ruolo di supplenza senza il quale l’intera società crollerebbe. E lo svolge a costo zero»

Le sfide del futuro prossimo venturo si giocheranno a partire dal capitale cognitivo e dall’uso che di questo, attraverso la scuola e il suo governo, potrà fare la società. Perché, ci spiega De Michele, o assisteremo a una riqualificazione della scuola pubblica e del suo potere di attrezzare i cittadini, tutti i cittadini, ad affrontare il mondo che li aspetta, oppure assisteremo a una sua graduale «dismissione» che avrà il compito, tra gli altri, di sfornare «un ceto subordinato inadeguato a un ruolo attivo nel mondo del lavoro e della piena cittadinanza».

Le scelte italiane
E’ del tutto chiaro, dunque, che la direzione in cui si sta muovendo la scuola italiana con l’ultima riforma Gelmini, ma non solo, è questa seconda che privatizza, scompone, frammenta il capitale cognitivo e lo dequalifica da risorsa sociale a merce. Negli scenari che De Michele disegna, attraverso l’analisi del progetto OCSE 2001 «Schooling for tomorrow» si percepisce nettamente il quid della scelta italiana fatta di:

a) estensione del modello del mercato,

b) accrescimento del digital divide (separazione tra chi può e chi non può accedere alle nuove tecnologie),

c) situazione di meltdown (catastrofe) dove alla crisi di identità del corpo decente si collega la perdita di forza delle relazioni contrattuali con conseguente implosione del sistema pubblico di istruzione.

«Sul breve periodo questa crisi rafforza il potere delle autorità politiche nazionali, mentre sul lungo periodo la crisi resta senza soluzioni. Il senso della crisi si acuisce nelle aree più depresse, mentre le comunità locali dotate di migliori sistemi educativi “cercano di proteggersi e di estendere la propria autonomia dall’autorità nazionale”. Si intensifica infine l’interesse privato nel mercato dell’istruzione».

Delegittimazione e autoritarismo pedagogico
Ma come è possibile muoversi “culturalmente” nei confronti dei famigerati scenari che abbiamo appena illustrato? Come è possibile provocare la metabolizzazione sociale e culturale di questa pozione agra che ha per sintesi la sparizione del diritto a un’istruzione qualificata e decente per tutti? L’autore di La scuola è di tutti ce lo spiega con analisi efficaci che chi vive nel mondo della scuola non potrà non confrontare col suo quotidiano esistere e quindi riconoscere come vere. Innanzitutto l’orchestrazione di una campagna di delegittimazione (della scuola, degli insegnanti e della cultura scolastica) attraverso la stampa, non solo di regime, che ha creato ad arte una situazione di emergenza sociale atta a destabilizzare certezze e diritti per applicare soluzioni emergenziali e autoritarie.

Con la complicità di alcuni sedicenti giornalisti la scuola italiana è stata ricoperta, mi si permetta, di dire, di merda, anche creativa (poiché del tutto fantastica e senza riscontri seri con la realtà) allo scopo di preparare il campo alle “riforme epocali”. A titolo di esempio si veda la polemica sul grembiulino, sui bidelli più numerosi dei carabinieri, sul bullismo, sulle assunzioni facili, sui fannulloni etc. Ma si sbaglierebbe, ci indica De Michele, a considerare epifenomeni, o amenità, questi interventi il cui scopo era appunto quello di bombardare il fronte prima dell’attacco, e mai metafora bellica si è dimostrata più efficace.

L’autoritarismo pedagogico, per esempio, come prodotto culturale di questo clima di emergenza educativa e culturale è l’antitodo a qualsiasi modello educativo che abbia nella critica e nella crescita della facoltà del giudizio il suo centro focale. Non altro senso hanno gli slogan culturali dell’epoca Gelmini: da quelli sull’Intelligenza Creativa, sul ritorno all’autorità, sul 5 in condotta, sulla preminenza dei contenuti. Una profonda analogia si scopre alla fine tra il catechismo fascista e quello della nostra scuola riformata: poiché

«Ogni sistema scolastico che non contempli tra le proprie finalità la formazione di menti in grado di esercitare con giudizio la critica dello stato di cose esistenti – di avere il coraggio di sapere – è potenzialmente fascista».

Proiettare la nostalgia nel futuro
Non c’è inoltre chi non abbia percepito il clima di crescente illiberalità, l’aria da caserma con l’imprescindibile corollario della fine di ogni collegialità che impera ormai nelle scuole di ogni ordine e grado. Un serpeggiante regime di sospetto e controllo si afferma negli istituti, avallato dai decreti Brunetta sull’aumento delle sanzioni disciplinari per i dipendenti della pubblica Amministrazione. Il fine è quello di farla finita con la democrazia, la discussione e la collegialità, mali supremi di quei regimi nati dall’Illuminismo in cui sparisce la pretesa totalità organica che incarna la volontà generale. Se in effetti la volontà generale nasce dal conflitto, dalla dialettica delle posizioni e dall’incontro scontro tra interessi diversi, allora è chiaro che tornare al ripristino della situazione quo ante è uno degli scopi della riforma Gelmini. Rimettere in uno sforzo “organico” la ruota del tempo all’indietro;

– oppure, che è lo stesso, proiettare la nostalgia nel futuro – è la dimensione da conquistare per adeguare anche i riottosi alla ristrutturazione in atto. E tuttavia:

«Ogni concezione della scuola che rifiuti di attribuire il diritto di critica, o quantomeno di interpellanza, a tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo è potenzialmente fascista».

Dentro tale progetto non può non esserci spazio per il ritorno al nozionismo come terreno dei contenuti “certi e sicuri” adeguati a un sapere «da spezzettare analiticamente, e riassumere in catechismi». Anche qui il fine è adeguare il modello educativo a un sapere che non forma che non dà gli strumenti per leggere la realtà, ma fornisce solo un pacchetto di nozioni che si pretende adeguato a una società complessa. E tuttavia: «una scuola che rifiuti di insegnare a imparare e ritorni alla centralità dei contenuti, oltre che profondamente arretrata e inadeguata, è potenzialmente fascista».

In conclusione, quello che si cela dietro le riforme, dietro gli appelli alla responsabilità e alla disponibilità al cambiamento è la demolizione sistematica del sistema di istruzione pubblica conquistato in più di mezzo secolo di battaglie, confronti e vita democratica. Solo se i lavoratori della scuola tutti, ci spiega De Michele, saranno in grado di rapportarsi al mondo della precarietà e alla vita degli altri (di tutti gli altri “dominati”) per fermare la gigantesca ristrutturazione sociale in atto, allora questa deriva potrà essere evitata. Ma bisognerà farlo con ogni mezzo necessario.