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L'ostacolo obliquo - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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INVALSI _ VALUTAZIONE

L’ostacolo obliquo

di Gianluca Gabrielli - maestro

domenica 26 aprile 2015

L’ostacolo obliquo

di Gianluca Gabriell - maestro

Ci sono giorni in cui mi sento capace di fare tutto, mi metto alla prova nella parte più alta, non ho paura di cadere e se cado riprovo subito e poi di nuovo e poi ancora. Quando capitano quei giorni imparo anche a cadere, ruzzolo allegro, finisce che mi diverto a cadere e ricadere tanto che, quando il giorno dopo mi si presenta nuovamente l’ostacolo, prendo la rincorsa come niente fosse, lo faccio come si fa la cosa più naturale del mondo. Altri giorni va diversamente. Mi preparo nel punto dove dovrei iniziare a rincorsa, ma non mi sembra mai il punto giusto. Mi sposto continuamente: un po’ più a destra, un po’ più indietro. Soprattutto indietro, la rincorsa mi sembra sempre troppo breve, più cresce la mia indecisione e più mi sembra di dover allungare la corsa che precede l’ostacolo, ma intanto sento che anche se indietreggiassi fuori dalla stanza sarebbe lo stesso. In quei giorni lo spazio non basta mai. A volte provo a convincermi e parto, punto tutto sulla mia determinazione, ma quando tutto sembra andare per il meglio, quando mancano solo due passi all’ostacolo... mi fermo. E anche fermarsi non è facile, devo frenare, perché più ero determinato all’inizio e più diventa difficile anche fermarsi. Quei giorni mi sembra di non essere più in grado di saltare ostacoli, non solo quell’ostacolo in quel punto così alto, ma tutti gli ostacoli del mondo. Inizialmente, in quei giorni, la maestra mi lascia fare. Poi però, dopo un poco, si avvicina e mi sorride, non mi dice nulla ma mi mostra la parte più a sinistra dell’ostacolo, quella più bassa. Quella su cui già due settimane fa saltavo facilmente e che ormai da tempo avevo abbandonato. Me la indica sorridendo, è lì che posso saltare, oggi. Così mi sposto, prendo di mira quella parte dell’ostacolo e riparto con la mia rincorsa. E salto di nuovo. Che bella sensazione, supero l’ostacolo, di nuovo ritrovo me stesso, il bambino che ce la fa, il bambino che salta con il piacere di saltare, di volare per un attimo, senza timore. Allora riprovo, e ce la faccio ancora. Torno a divertirmi, perché torno ad essere tranquillo, sono di nuovo io, quello che sa saltare, che salta secondo le proprie possibilità, che vola con il piacere di volare. Che è pronto a cadere senza farsi male, ridendo quando capita che cade l’ostacolo e a volte io con lui. Così dopo alcune volte diventa facile scegliere dove saltare. L’ostacolo è là, obliquo, mi si offre alle diverse altezze; io parto con la rincorsa e vado a saltare dove quel giorno riesco a farlo, a volte più a destra, a volta a sinistra. Ormai non ci penso più: senza volerlo mi trovo a saltare nel punto giusto. Il punto giusto: non troppo facile perché mi annoierebbe, ma non altissimo, perché mi bloccherebbe, mi toglierebbe il piacere e la voglia di imparare, di volare. Ormai mi sembra quasi di non essere più io a scegliere il punto giusto, mi sembra che sia lui che sceglie me. E’ stato importante per me, fin dall’inizio, una maestra che mi insegnasse a scegliere dove saltare. Che mi insegnasse ad essere libero di scegliere. Ho imparato a migliorarmi. Amici mi hanno raccontato anche di una scuola diversa, dove gli ostacoli sono orizzontali, ognuno di un’altezza diversa. Si parte da quella più bassa e tutti saltano. Poi si sale. Quando l’ostacolo cresce e sbagli, ti danno un’altra prova, poi ti dicono che quello è ciò che vali: ti hanno misurato, l’altezza dell’ostacolo è il tuo valore. In queste scuole cadere è un dramma, è sempre un fallimento. Finisce che è quasi impossibile non guardare chi salta più di te o non consolarti vedendo chi ha sbagliato prima. Qui salti per i numeri, non riesci a goderti il volo. A questi amici, una volta, ho proposto di giocare agli ostacoli e mi hanno guardato male; per loro non è diventato un piacere, non è stata una bella esperienza. Lì le maestre ti contano e hanno tabelle in cui segnano il punteggio. Fanno anche la somma dei numeri dei diversi bambini, e allora si dice che misurano la classe. Dicono che il numero della classe è il valore delle maestre, l’altezza del loro ostacolo. Anche il loro ostacolo è orizzontale, è quello e basta. Mi dicono che anche le maestre, in quelle scuole, sorridono meno.

Gianluca Gabrielli, 2012 - Convegno Cesp Bologna: Didattica resistente: ora e sempre resilienza!