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Una Buona Scuola per tutti e di tutti

LA CATTIVA SCUOLAdi Renzi &C

di Rino Capasso

giovedì 23 aprile 2015

LA CATTIVA SCUOLA di Renzi &C

Un uomo solo al comando

Il filo conduttore del ddl Renzi sulla c.d. Buona scuola è evidente sin dal titolo e dai primi articoli: il potenziamento dell’autonomia significa “rafforzare la funzione del Dirigente scolastico” (art. 2) che diventa “responsabile (..) delle scelte didattiche, formative, della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti” (art. 7). Il decreto Bassanini prevedeva che solo nel rispetto dei poteri degli organi collegiali il DS avesse poteri di direzione, coordinamento e indirizzo. Ma di fatto spesso i DS in questi anni si sono posti illegittimamente come superiori gerarchici degli organi collegiali, arrogandosi il diritto di decidere quali siano le loro competenze, se possono votare o meno su un certo tema, se le delibere collegiali sono legittime o addirittura se considerarle nulle e disapplicarle. Con questo ddl, che contiene anche una delega sulla riforma degli organi collegiali, il disegno arriva a compimento, sancendo la supremazia giuridica del DS anche in campo didattico e formativo, che era fin qui materia di competenza esclusiva del collegio. Ciò conferma una tesi storica dei Cobas: autonomia significa strutturalmente aziendalizzazione e gerarchizzazione, con connessa competizione delle scuole sul mercato, con buona pace di tutti quelli che fantasticano su “un’altra autonomia possibile”.
Andiamo ad un’analisi puntuale dei nuovi poteri del novello Cesare.

Il Piano triennale

Prima di tutto il DS ha il potere-dovere di elaborare entro ottobre il Piano triennale dell’offerta formativa, su cui Collegio e C. d’Istituto sono solo “sentiti”, insieme “con l’eventuale coinvolgimento dei principali attori economici, sociali e culturali del territorio” (art.2). Quindi il potere decisionale è di competenza esclusiva del DS. Il Piano dovrà essere controllato dall’USR e dal MIUR sia per la compatibilità finanziaria che per il rispetto di una serie di obiettivi indicati dal comma 3. Alla luce di tali valutazioni il DS rielabora il Piano entro febbraio. Sulla base di esso vengono assegnate le risorse economiche (e non più sulla base di criteri oggettivi) e l’organico. Infatti, il Piano dovrà contenere il fabbisogno dell’organico dell’autonomia, articolato in posti comuni, posti di sostegno e quelli per il “potenziamento dell’offerta formativa” (progetti vari, supplenze ...), nonché il fabbisogno di infrastrutture e materiali. Su tale base i DS scelgono i docenti dell’organico dell’autonomia (art.7) nell’ambito di albi territoriali organizzati per gradi di istruzione, classi di concorso e le 3 tipologie di posti di cui sopra. Negli albi confluiscono tutti i neo assunti, ma anche i docenti già di ruolo in mobilità, quindi tutti quelli che fanno domanda di trasferimento o che sono dichiarati soprannumerari a partire dall’a.s. 2015/2016. Inoltre, il DS potrà proporre l’incarico anche a docenti di altre scuola in un’ottica di competizione tra le scuole ad accaparrarsi docenti, magari offrendo premi di merito. Tutto questo non accadrà sulla base di criteri oggettivi (anzianità di servizio, titoli, continuità di servizio), ma sulla base della valutazione discrezionale del DS, che dovrà solo pubblicare criteri e motivazioni, che potranno esser diversi da scuola a scuola. Tutti gli incarichi saranno triennali, per cui salta quella stabilità reale del posto di lavoro in una determinata scuola che è anche il presupposto della continuità didattica. Essendo l’incarico triennale, non è escluso che, in caso di valutazione negativa, il DS possa non rinnovare l’incarico, ricollocando il prof. bocciato negli albi territoriali, con una conseguente precarizzazione anche dei docenti c.d. di ruolo. È un meccanismo molto simile al c.d contratto a tutele crescenti del settore privato. Infine, in nome della flessibilità, il DS potrà scegliere anche docenti da destinare all’insegnamento di materie non comprese nella classe di concorso, purché sia in possesso del relativo titolo di studio: immaginiamo gli effetti sulla qualità dell’insegnamento, che d’altronde deve diventare sempre più un’infarinatura general–generica. Sembra che la destinazione all’insegnamento su posto comune o di sostegno o per il potenziamento dell’offerta formativa verrà determinata al momento dell’iscrizione all’albo, per cui i DS potranno scegliere i “propri” docenti all’interno delle diverse sezioni, a seconda del proprio fabbisogno.
In questo modo per legge viene rivoltata completamente una storica materia contrattuale, quale la mobilità, mettendo il prossimo CCNL davanti al fatto compiuto. Tra l’altro il ddl ribadisce quanto già previsto dalla Brunetta: le norme del ddl (sia quelle immediatamente efficaci, sia quelle che rinviano a decreti legislativi) sono inderogabili dai contratti collettivi e tutte le norme contrattuali in contrasto sono inefficaci a partire dalla data di entrata in vigore della legge stessa. La chiamata nominativa, insieme ai premi ai “meritevoli” e ad altri strumenti, mette il docente in una condizione di subordinazione nei confronti del DS, che non riguarda più solo gli aspetti amministrativi, ma anche il campo della didattica e della stessa valutazione, con una drastica riduzione della libertà di insegnamento e del pluralismo che dovrebbe caratterizzare la scuola pubblica prevista dalla Costituzione. Anche quel che resta di democrazia collegiale sarà seriamente compromesso perché un docente sotto continuo controllo gerarchico si sentirà di fatto meno libero di esercitare il proprio dissenso nell’ambito degli organi collegiali.
Il ddl fa rientrare tra gli obiettivi del Piano anche un obiettivo storico dei Cobas, la riduzione del numero di alunni per classe, ma lo rimette alla discrezionalità del DS, che potrà operare solo nel rispetto dell’organico assegnato e delle risorse disponibili, quindi se riduce in una classe dovrà aumentare in un’altra come chiarisce la relazione tecnica. Se effettivamente si vuole raggiungere tale obiettivo tutti i neo assunti vanno utilizzati per l’insegnamento e non per progetti deleteri e supplenze come prevede il ddl per ben 48.812 docenti, riducendo il numero di alunni per classe per decreto, con norma generale e astratta. Così, invece, il Grande Imbonitore si impadronisce mediaticamente anche della parola d’ordine del “no alle classi pollaio” ma con scarse modifiche reali.
Il Piano per le superiori può prevedere, oltre alle ore curricolari, alle quote di autonomia e flessibilità previste dalla riforma Gelmini, anche degli insegnamenti opzionali ulteriori liberamente scelti dallo studente nell’ottica della personalizzazione del curriculum. Quindi, anche su questo la decisione finale spetta al DS.
Anche le esperienze di alternanza scuola lavoro e l’attivazione dei contratti di apprendistato sono tra i contenuti del Piano. A partire dalle classi terze del 2015/2016, 400 ore per il triennio dei tecnici e professionali e 200 per quello dei licei devono essere destinate alla formazione aziendale, che può, ma non deve necessariamente, essere svolta durante la sospensione delle lezioni, nonché con le modalità dell’impresa simulata. Quindi l’alternanza può essere sia sostitutiva che complementare alle ore di insegnamento. Nel primo caso possiamo arrivare anche a 133 ore all’anno, cioè 4 a settimana, sottratte all’insegnamento. Anche nel caso di alternanza fatta in orario extracurriculare, ma di pomeriggio con le lezioni al mattino è evidente il possibile effetto negativo sull’apprendimento, soprattutto se si segue una logica puramente sommatoria e non funzionale al miglioramento del lavoro in classe, che dovrebbe essere il centro del fare scuola. Inoltre, già dal secondo anno gli studenti di tutti gli indirizzi potranno svolgere formazione aziendale tramite i contratti di apprendistato. Si tratta di due fondamentali strumenti di subordinazione degli obiettivi didattici e culturali agli interessi imprenditoriali, su cui decide in ultima istanza il DS, perché si tratta di materia di competenza del Piano triennale.
È chiaro che gli studenti devono essere in grado di inserirsi nel mondo del lavoro, ma forniti di strumenti cognitivi che li mettano in grado di capire in quale contesto si collocano, per chi si produce, per quali scopi, in quale modo. La formazione aziendale si caratterizza nel migliore dei casi per l’apprendimento rapido di nozioni o saper fare decontestualizzati, da smettere rapidamente per acquisire altri saperi e saper fare analoghi, come è tipico di una forza lavoro flessibile e precaria. La formazione del cittadino e del lavoratore –cittadino prevista dalla scuola della Costituzione si pone su un piano del tutto diverso. Poi, nel peggiore e più diffuso dei casi, la formazione aziendale è lavoro gratuito o sottopagato, come nel caso degli apprendisti che sono sotto inquadrati di due livelli. A mio parere, fino ai 18 anni bisogna fare tutto il possibile per formare tutti gli studenti a scuola e solo dopo deve partire la formazione in azienda.
Lo stato giuridico dei docenti viene modificato ope legis anche con la formazione obbligatoria, ivi compresa quella digitale e per la didattica laboratoriale (in cui di bel nuovo possono entrare pesantemente le imprese condizionando obiettivi didattici e contenuti). La relazione tecnica parla di un format con 50 ore di formazione, che comunque dovrà essere coerente con il Piano triennale (deciso dal DS) e con il piano di miglioramento emerso dal SNV, che come è noto è sostanzialmente incentrato sui risultati dei quiz Invalsi.
È probabile che i risultati ai quiz siano uno dei criteri di valutazione del merito dei docenti, anche questa di esclusiva competenza del DS, che dovrà solo “sentire” il Consiglio d’istituto. Si tratta di 200 milioni all’anno dal 2016, da ripartire tra le scuole in proporzione all’organico, che i DS potranno usare per premiare i migliori (il comunicato stampa del governo parla di 5% dei docenti di ogni scuola) in base alla “valutazione dell’attività didattica” con riferimento “ai risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli studenti [bisognerà alzare i voti e praticare il 6 di mercato], di progettualità nella metodologia didattica, di innovatività e contributo al miglioramento complessivo della scuola” (art. 11). Quindi, la valutazione tocca sia l’attività al di fuori della classe (il progettificio e le attività funzionali all’insegnamento), sia quel che finora eravamo riusciti a malapena a preservare: il lavoro in classe.
Lo scopo è scatenare la competizione e la concorrenza individuale tra i docenti – come nelle aziende private - perché questo migliorerebbe la qualità della scuola. Sia ben chiaro, tra i docenti, come tra tutti gli esseri umani, esistono differenze: nella conoscenza dei saperi disciplinari, nell’approccio didattico (frontale, interattivo, maieutico..), nella tendenza ad insistere sul nozionismo o sullo sviluppo delle capacità di analisi e sintesi, nel coinvolgimento motivazionale degli studenti, nella relazione emotiva e cognitiva, anche semplicemente nella capacità di catturare l’attenzione. Ma la domanda è: differenziare la retribuzione, mettere in competizione i docenti tra di loro, gerarchizzarli, selezionarli … migliora la qualità della scuola o la peggiora? La scuola ha bisogno di competizione o di collegialità effettiva?
Qual è il primo scenario che viene in mente sia per le scelte relative al merito che per quelle relative all’organico? I DS sceglieranno i più bravi in base a fattori lobbystici, tra quelli che sono a priori d’accordo con loro, tra quelli che privilegiano la scuola dei progetti dispersivi e autoreferenziali rispetto al lavoro in classe, tra i componenti dello staff (i collaboratori salgono a 3, art. 7). Insomma, servilismo, clientelismo, approccio esecutivo saranno premiati, mentre coloro che osano criticare il DS o semplicemente hanno maggiore autonomia di giudizio saranno marginalizzati o addirittura non avranno il rinnovo dell’incarico triennale? È uno scenario possibile, se non probabile, ma scartiamolo e ipotizziamo lo scenario migliore.
Il DS sceglie veramente i più bravi e magari anche i più bravi in classe e non solo nella marea di progetti che producono dispersione scolastica e affliggono noi e gli studenti. È prassi costante che nella scuola pubblica vi siano diverse idee sulla programmazione didattica, sull’articolazione dei contenuti, sulle diverse teorie o scuole di pensiero nell’ambito dei vari saperi disciplinari, sul bisogno di semplificare l’approccio o di abituare alla complessità, sul ragionare per modelli, magari alternativi tra di loro, sull’approccio induttivo o deduttivo, sui criteri di valutazione.
Se il DS - che presiede gli scrutini, il Collegio ed è membro del Consiglio d’istituto - deve giudicare il lavoro di un docente è perlomeno possibile, se non probabile, che una buona parte dei docenti assimilerà le idee, i criteri di valutazione di chi dovrà giudicarli! Pensate, per esempio, al dibattito su darwinismo e creazionismo oppure alla contrapposizione tra classici, marxisti, liberisti e keynesiani in Economia politica. È chiaro che l’effetto sarebbe una drastica riduzione del pluralismo, della democrazia e della stessa libertà di insegnamento! Ma la Costituzione ha dato centralità alla scuola pubblica perché essa garantisce il pluralismo, perché lo studente nel corso dei vari anni può venire a contatto con diverse visioni dei vari saperi disciplinari, al contrario di quello che accade nelle scuole di tendenza o peggio ancora nelle scuole di mercato, che soddisfano i bisogni dei clienti vendendo titoli di studio e non istruzione. È questa la ratio legis di quel “senza oneri per lo Stato” dell’art. 33 che ha spinto la stragrande maggioranza degli studenti verso la scuola pubblica. E meno pluralismo e democrazia significa Cattiva e non Buona Scuola.
Anche la centralità dei quiz Invalsi nel meccanismo di valutazione delle scuole, dei DS e, quindi, anche dei docenti costituisce un fattore fortissimo di standardizzazione degli insegnamenti e di ulteriore dequalificazione della scuola. È uno strumento molto più efficace di qualsiasi imposizione normativa esplicita. Ipotizziamo che un docente che non abbia svolto un determinato argomento per scelta didattica o per rispetto dei tempi diversi dei suoi studenti o che abbia impostato diversamente la trattazione di quel tema, magari puntando più allo sviluppo di capacità cognitive e spirito critico che all’acquisizione rapida di nozioni decontestualizzate. Se i suoi studenti vanno male ai quiz e, quindi, lui non accede al premio di merito o addirittura rischia di non vedersi rinnovato l’incarico triennale, magari temendo che i suoi colleghi più invalsizzati di lui lo superino nella valutazione del DS, egli inevitabilmente adatterà il suo percorso ai test, indipendentemente da ogni altra considerazione. È il teaching to test che ha già ampiamente rovinato le scuole inglesi e USA.

Le agevolazioni fiscali

Le scuole-aziende dovranno competere sul mercato anche a caccia di finanziamenti: le imprese private, i genitori.. potranno destinare il 5 per mille anche alle scuole, sia statali che paritarie. È facile immaginare che le scuole private imporranno tale donazione per ridurre i costi delle iscrizioni. Tra le scuole pubbliche l’effetto sarà che quelle con studenti provenienti da famiglie più ricche avranno più risorse rispetto alle scuole dei poveri o degli immigrati: scuole di serie A e B anche dal punto di vista delle risorse economiche, come è tipico del modello privatistico USA. Vengono anche incentivate le erogazioni liberali con un credito di imposta del 65% nel 2015 e del 50% negli anni successivi. Ma soprattutto la dequalificazione della scuola pubblica dovrà servire a potenziare le scuole private, a cui vengono destinati altri 116 milioni per il 2016 e successivamente 66,4 milioni annui, mediante detrazioni di imposta del 19 % delle spese di iscrizione. Il massimale è di 400 € per il quale basta un prezzo di iscrizione di 2100 €, per cui tutti gli iscritti alle private avranno questo regalo, che si aggiunge ai 700 milioni di finanziamento diretto alle scuole.
Il Piano straordinario di assunzioni
Renzi ha chiarito più volte il nesso tra aziendalizzazione della scuola e assunzioni, in una logica di scambio che costituisce il motivo per cui ha posto il veto al decreto legge solo per le assunzioni. Se il Parlamento non dovesse fare in tempo ad approvare il ddl si assumerà la responsabilità di far saltare le assunzioni e/o legittimerà Renzi a fare il DL, che comunque riguarderà tutto il pacchetto.
Ma è veramente straordinario questo piano? L’annuncio di settembre parlava di 148.000 assunzioni a settembre 2015, che comunque lasciavano fuori almeno altrettanto precari, molti dei quali con più di 3 anni di insegnamento.
Il ddl riduce le assunzioni a 100.701 (i 2/3 rispetto alle promesse del Grande Imbonitore), in relazione all’organico dell’autonomia che dovrebbe essere definito entro il 30 maggio 2015. La relazione tecnica prevede 52.889 su posti comune o di sostegno e 48.812 per il potenziamento I neoassunti saranno i vincitori di concorso del 2012 (non più anche gli idonei) e gli iscritti alle GAE. Entrambi dovranno indicare le loro preferenze tra una serie di albi territoriali, ma se non vi sono posti disponibili (come per es. per Filosofia) non si procede all’assunzione. I vincitori di concorso sceglieranno gli albi in ambito regionale nel limite del 50% dei posti disponibili; gli iscritti GaE in ambito provinciale sempre nel limite del 50% dei posti; quelli che residuano verranno assunti nel limiti dei posti vacanti a livello nazionale. Quindi, mobilità territoriale, ma anche professionale perché 48.812 neo assunti andranno nella sezione degli albi territoriali per il c.d. “potenziamento” dell’offerta formativa: progetti vari, supplenze fino a 10 gg con la possibilità di essere usati anche per diversi gradi d’istruzione presumibilmente negli Istituti compresivi,in una perfetta logica da ”tappabuchi”. Ma attenzione: gli aspiranti all’assunzione indicano le loro preferenze per gli albi territoriali; in base alla disponibilità di posti riceveranno la proposta di assunzione (da accettare entro 10 gg; se rifiutano non potranno essere destinatari di altre proposte), ma non sceglieranno più la scuola, bensì saranno scelti dai DS! E per ridurre le supplenze residue potranno essere scelti anche per insegnamenti diversi da quelli inclusi nella classe di concorso, purché abbiano il titolo di studio.
E gli altri? Il comma 10 dell’art. 8 è chiaro: dal 1° settembre 2015 le GaE e le graduatorie dei concorsi perdono efficacia ai fini delle assunzioni! Come ha detto l’uomo solo al comando (la versione originale) “chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori!”
Per chi è fuori vi sarà: - l’ennesimo concorso, unico strumento dal 1° settembre 2015 per l’accesso ai ruoli e con validità solo per 3 anni; - ancora un po’ di precariato con le supplenze residue (classi di concorso in cui vincitori e iscritti non sono sufficienti come matematica) per gli iscritti alla prima fascia delle graduatorie d’istituto, valide però solo fino al 2016/2017; - o la disoccupazione!
E se tra gli esclusi vi sono precari con più di 36 mesi di servizio? La Corte di Giustizia europea aveva lasciato aperta sia l’ipotesi della stabilizzazione che quella del risarcimento del danno per abuso di ricorso ai contratti a tempo determinato. Le prime sentenze dei giudici nazionali hanno optato per la stabilizzazione. Ma l’art. 12 del ddl è chiaro: solo risarcimento, con lo stanziamento di 10 milioni annui per il 2015 e il 2016. Al tempo stesso il primo comma dello stesso art. 12 sancisce l’assoluta inderogabilità del limite dei 36 mesi anche non continuativi per i contratti a tempo determinato per il personale della scuola. Il che significa che, se non vieni assunto tramite concorso, dopo 3 anni di supplenze il posto, che ti sarebbe spettato in base alle graduatorie residue, lo daranno a qualcun altro. Di bel nuovo per chi è fuori non vi sarà neanche un lavoro precario, ma solo disoccupazione!
Ma se non fanno i bravi la disoccupazione è un rischio anche per i neoassunti. L’art. 9 prevede che i docenti in prova e formazione per un anno non sono più sottoposti alla valutazione collegiale del Comitato di valutazione, ma a quella del DS, che si deve limitare a basarsi sull’istruttoria del tutor (che il sempre il Ds potrà scegliere se e quanto retribuire) e ad acquisire il parere del Collegio e del Consiglio, tutti non vincolanti. Un DM individuerà obiettivi della formazione, valutazione del grado di raggiungimento, attività di formazione, criteri e modalità della valutazione, anche con verifiche e ispezioni in classe: il DS onnipotente sarà anche un pò poliziotto! “In caso di valutazione negativa il DS provvede alla dispensa dal servizio con effetto immediato, senza obbligo di preavviso”: in pratica licenziamento in tronco!
Quindi, ricapitolando l’Uomo solo al comando: sceglie i docenti che possono venire nella Sua scuola per l’incarico, che però è solo triennale, con conseguente ricattabilità del docente per mancato rinnovo; sceglie e retribuisce con il premio i più bravi; con il Piano triennale decide gli insegnamenti opzionali, le attività di alternanza scuola lavoro, i contratti di apprendistato e l’organico dell’autonomia con la relativa differenziazione delle funzioni (insegnamento o potenziamento dell’offerta formativa); può destinare il docente anche all’insegnamento di materie non comprese nella classe di concorso; decide sulla riduzione del n. di alunni in alcune classi e sull’incremento in altre; decide sulla formazione obbligatoria; può licenziare in tronco alla fine dell’anno di prova ecc ecc. A tutto ciò va aggiunto con l’applicazione della Brunetta, a cui peraltro continuiamo ad opporci con qualche successo: la sottrazione alla contrattazione integrativa delle materie relative all’organizzazione del lavoro; se la RSU non firma il contratto, perché non è d’accordo con la proposta del DS, questi può usare lo stesso le risorse con iniziative unilaterali; le retribuzioni previste dal contratto sono erogate solo se il DS valuta positivamente le attività aggiuntive e i loro risultati. Mi pare che ve ne sia abbastanza per dire che il significato dell’acronimo DS non sia Dirigente Scolastico, ma Dittatore Scolastico!

Ma non è finita!

L’art. 21 prevede una delega al governo a deliberare entro 18 mesi decreti legislativi su un lunghissimo elenco di materie (solo i capoversi sono 13) che spaziano dalla riforma degli organi collegiali (che verranno subordinati al DS), agli Esami di Stato, al sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita a 6 anni, al riordino dei ruoli dei docenti, ancora alla valorizzazione del merito, alla valutazione dei DS.