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Riuscirà Renzi-Giufà a distruggere la scuola?

di Marcello Benfante

mercoledì 11 febbraio 2015

Riuscirà Renzi-Giufà a distruggere la scuola?

di Marcello Benfante da vivalascula.net

Per molti anni ho auspicato che la scuola fosse demolita. Da sinistra, per così dire, se l’indicazione direzionale ha ancora un senso (ma ormai la mano sinistra sa perfettamente cosa fa la destra, essendo intente entrambe allo stesso sincronico lavoro).

Distrutta, essendo irriformabile, e poi ricostruita su nuove basi, più democratiche e libertarie. Più sane e forti. Più eque e plurali.

Ed ecco adesso che, come in certi inquietanti racconti fantastici, il sogno diventa realtà, convertendosi in incubo. Gli incubi, si sa, si avverano sempre.

E ora infatti si stanno avverando, anche oltre ogni immaginabile catastrofismo, assumendo la faccia lessa, anodina e apparentemente innocua, quindi infida, di una caricatura di Tony Blair che imita Mister Bean (di cui il nostro premier ricorda le fattezze con allarmante somiglianza, come ha sottolineato satiricamente la stampa inglese).

Ma con la sua aria da tonto e insieme da furbo, la faccia da grullo e l’occhio scaltro, Renzi è una maschera della politica che ricorda invece Giufà, il più famoso tra i personaggi delle tradizioni popolari siciliane. Solo che Giufà, questo islamico archetipo della schizofrenia plebea, è noto per pensarne una e farne cento, con la sua calamitosa stravaganza ipercinetica.

Renzi invece, il Giufà alla rovescia, ossia il Giufà convertito al gesuitismo, su cento che ne dice riesce a farne soltanto una (almeno per ora). Basta e avanza, è vero, ma il rapporto invertito svela con l’esattezza di una formula matematica la vera natura di questo leader rampante e pseudo-pragmatico: un comunicatore di frottole e un venditore di fumo, in quest’arte ciarliera forse inferiore solo a Berlusconi, di cui è l’emulo ripulito e reso presentabile.

Tra dense cortine di fumo, senza arrosto ma non senza fiamme, improvvisamente e finalmente si è tornati a parlare di scuola, non come lamentazione, ma in termini propositivi. E questa potrebbe essere una buona notizia, sebbene i propositi, maldestramente celati, a leggere tra le righe inquietino un po’.

Forse l’unica buona notizia, a essere sinceri. O ingenui. Giacché invece, molto probabilmente, come in certi giochi di prestidigitazione, si parla soltanto allo scopo di distogliere l’attenzione dal trucco che le mani (di cui sopra) stanno compiendo ai danni dell’allocco che presta ascolto e si distrae.

Ma quante belle parole!

Al centro del dibattito torna dunque la “buona” scuola che Matteo Renzi e il ministro Stefania Giannini vorrebbero. La quale discenderebbe da un “patto”, parola vetero testamentaria o proto-americana che forse sta a indicare una condiscendenza del pantocratore. Da quale trattativa sia nata questa sacra alleanza resta infatti un mistero (come spesso accade per le trattative nostrane).

Tuttavia, Renzi vuole mettere un accento nuovo nella sua comunicazione: la scuola è “il cuore di tutto” (come la Sicilia di Goethe è la “chiave” di tutto) e occorre perseguire una “bellezza educativa”.

Questo riferimento alla bellezza è notevole. Ammettiamolo, ancorché con riserva e con qualche sospetto d’inganno. Soprattutto perché sembrerebbe indicare una mentalità più aperta alla polivalente esperienza pedagogica.
E quelle di Renzi sono per l’appunto belle parole. Va da sé che con le belle parole si possono fare dei bei discorsi. Raramente altro. Di belle parole è lastricata la restaurazione. Tuttavia resta la necessità di uscire dalle retoriche della scuola. Dalle sue brutte parole.

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