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Una Buona Scuola per tutti e di tutti

La “Buona Scuola” e il “Buon Insegnante“: flessibile, competitivo, stressato, impoverito

di Lucio Ficarra da Vivalascuola

lunedì 20 ottobre 2014

La “Buona Scuola” e il “Buon Insegnante“: flessibile, competitivo, stressato, impoverito

di Lucio Ficara

Che senso ha la consultazione se tutto è deciso?
Che senso ha la consultazione web proposta dal Governo Renzi sulla scuola? C’era veramente bisogno di attivare una macchina pantagruelica di ascolto, come quella messa in campo con la consultazione web sulla buona scuola, per capire cosa fare per migliorare il nostro scassatissimo sistema scolastico?
Pensiamo sinceramente che questa campagna di consultazione di massa, dove si chiede ai nonni, ai genitori, agli studenti , ai professori, al personale scolastico e ai dirigenti, la propria idea di buona scuola, crei più disorientamento che altro. Migliaia e migliaia di idee, che molto probabilmente saranno anche in contrasto tra di loro, lanciate attraverso questa campagna di ascolto, porteranno, come è logico che sia, più confusione ed incertezza che altro.
L’idea di animare il più grande dibattito pubblico sulla scuola coinvolgendo tutti i cittadini italiani che lo desiderano, ha evidentemente il sapore tipicamente demagogico di chi ama fare chiacchiere virtuali per poi invece fare scelte già abbondantemente decise e preventivate nelle segrete stanze che contano. Scelte basate, come accade ormai da tempi immemorabili, sul risparmio di spesa e sui tagli discriminatori, che certamente non possono dare una scuola migliore, ma semplicemente una scuola “economa” che tende a sfruttare e stressare gli insegnanti molto di più di quanto già non lo siano nella scuola attuale.
Sarebbe più onesto, nei confronti di milioni di cittadini italiani, fare un’operazione di verità volta a spiegare che una buona scuola ha bisogno di risorse economiche aggiuntive, e che se non ci sono i soldi, una buona scuola non si potrà mai avere. In buona sostanza la buona scuola ha dei costi e non è pensabile succhiare il sangue, quasi come fanno i vampiri, agli anemici insegnanti.
Si vorrebbe fare una buona scuola facendo lavorare di più gli insegnanti, togliendo loro diritti contrattuali, aumentando in modo permanente i loro carichi di lavoro, ma soprattutto senza aumentare le loro retribuzioni. Vi pare il modo per costruire una buona scuola?

Il non senso di questa “riforma“
Per fare una buona scuola non servono consultazioni popolari, non serve illudere le persone, facendole apparire protagoniste di una ipotetica riforma già scritta, non serve ideologizzare lo scontro con i sindacati, additandoli come i primi responsabili della rovina della scuola pubblica italiana.
Questa non vuole essere una difesa al mondo sindacale della scuola, che, ad onore della verità, ha commesso una miriade di errori storici, ma piuttosto vuole essere un’analisi seria di quello che si nasconde dietro una riforma che tradisce la genesi del suo titolo: “La Buona Scuola”. Una riforma il cui titolo, “La Buona Scuola”, è solo uno “slogan” in stile Renzi, ma che tra le sue righe fa emergere una triste e penosa realtà.
Il non senso di questa riforma è quello di pensare che pagando di meno i docenti ed aumentando il loro lavoro, si possano ottenere dei risultati buoni, senza tenere conto che così facendo si continuerà a demotivarli, stressarli.
Un altro non senso di questa riforma è quello di generare, con gli scatti di competenza assegnati solo ad una parte del collegio, una conflittualità interna che farà la gioia degli individualismi cronici e di egoismi personalistici, contro i valori della collegialità e del gioco di squadra.
Dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il loro nome, questa non è la riforma della buona scuola ma è una riforma basata sull’aumento dei carichi di lavoro e dell’orario di servizio dei docenti a parità di stipendio tabellare, e bisogna anche ricordare che per i prossimi tre anni non esisterà alcun tipo di progressione di carriera.
In buona sostanza “La buona scuola” di Renzi non è il frutto di un pensiero politico stravagante e approssimativo, ma rappresenta una seria e precisa ipotesi di quello che dovrà essere la scuola italiana dei prossimi trent’anni. Non ci troviamo difronte ad un rapporto buttato giù da dei dilettanti che non sanno cosa vogliono, ma piuttosto è stato architettato ed elaborato da esperti tecnici, che si sono posti obiettivi ben precisi, da raggiungere in tempi certi. Il documento della buona scuola è stato programmato ed elaborato come se fosse un preciso algoritmo matematico, che dovrà rivoluzionare l’attuale sistema scolastico.
Appare scontato, se non del tutto ovvio, che i pareri, le idee e le critiche che verranno raccolte nei due mesi di consultazioni, rimarranno solamente pareri, idee e critiche. Nulla cambierà rispetto a quanto programmato e deciso, attraverso quello che vogliamo chiamare un algoritmo matematico già elaborato. Con tale algoritmo si è voluto procedere formalmente, attraverso alcuni passi ben definiti, alla risoluzione di quello che è, per il Presidente Renzi, il problema principale:
“i costi eccessivi del nostro scassatissimo sistema scolastico”.

Come cambia l’insegnante
Ma andiamo ad analizzare alcuni punti specifici che riguardano la nuova figura di insegnante che dovrebbe uscire da questa riforma.
Un punto importantissimo, che rivoluzionerebbe la vita degli insegnanti è la proposta in cui emerge che tutti gli insegnanti perderanno la titolarità nella propria scuola, riacquisendola in modo più flessibile in una rete di scuole e non solo con mansioni didattiche, ma in alcuni casi anche con mansioni di organizzazione del lavoro. Quindi con tale titolarità flessibile su più scuole il docente si potrebbe trovare nella situazione scomoda di svolgere servizio in una delle scuole della rete, presumibilmente scelta dal dirigente scolastico, o anche in più di una scuola della stessa rete.
Un’altra nota dolente e ambigua è la storia degli scatti. Infatti si scrive di abolire immediatamente gli scatti d’anzianità, in cambio si potrebbero ricevere ma non prima del 2018 gli scatti di competenza. In buona sostanza, subito vengono richiesti carichi di lavoro aggiuntivi, sotto forma di maggiore impegno didattico, maggiore carico di aggiornamento e formazione, ed infine un maggior impegno in ordine di tempo per preparare l’organizzazione del lavoro, successivamente verrà valutato se dare o meno 60 euro ogni tre anni in busta paga. Una riforma dove la logica di fondo è:
“lavora oggi, che se poi nei prossimi anni ci saranno le risorse economiche forse riconosceremo i tuoi meriti”.
Un’altra delle chicche del documento sulla riforma della scuola è quella della “banca ore”. Ma cosa è la banca delle ore e come funziona? Supponiamo che, il giorno del Santo Patrono in cui la scuola che si trova nel comune del Beato è chiusa, un tal docente avesse dovuto svolgere 5 ore di lezione, non svolgendole le dovrà restituire alla scuola, sotto forma di ore di supplenza. La stessa cosa potrebbe accadere per le giornate di chiusura della scuola concesse eventualmente dal Consiglio d’Istituto. L’intenzione è quella di fare recuperare le ore non svolte per la chiusura della scuola, per supplire i docenti assenti o impegnati dalla scuola in altre attività.
Una riforma che aggiunge carichi di lavoro, sottrae diritti contrattuali e non incettiva economicamente gli insegnanti è destinata a peggiorare la scuola e quindi la Buona Scuola di Renzi si potrebbe trasformare in pochi anni nella pessima scuola, con buona pace di chi pensa che dalla crisi si potrà uscire investendo sulla scuola e sull’istruzione.

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