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Diritti a scuola

Per Renzi gli insegnanti non mangiano

di Giovanna Lo Presti - da Vivalascuola

martedì 7 ottobre 2014

Per Renzi gli insegnanti non mangiano e non pagano l’affitto

di Giovanna Lo Presti

Renzi l’aveva detto sin dall’inizio: la scuola non ha bisogno di denaro, perché “il compito di un insegnante è straordinario”. È notorio che gli insegnanti non mangiano, non pagano l’affitto, le bollette, i costi per il trasporto, non devono mantenere i loro figli né accudire nessun altro: non si ammalano, gli insegnanti, non hanno anziani genitori bisognosi di cure, non devono mai rinnovare il loro guardaroba e sono esonerati da qualsiasi spesa voluttuaria. Perché, gli insegnanti debbono forse aver soldi per comprar libri, giornali, andare al cinema o al teatro? No, non c’è bisogno di soldi, per Renzi il Giovane. Gli insegnanti fanno già un “lavoro straordinario” e di ciò siano paghi.

La protesta giusta paga sempre

Qua si vuole dimostrare una semplice tesi: la protesta paga. Va da sé che l’intensità e l’entità della protesta debba commisurarsi con il clima sociale in cui tale protesta avviene. Per scalzare una dittatura servono proteste della massima portata, per ottenere il giusto in un assetto sufficientemente democratico basterà avanzare collettivamente le proprie ragioni.

Poiché viviamo da quasi un trentennio in un clima di democrazia simulata, di pensiero unico e debole, di menzogna eretta a sistema di governo, una protesta destinata a vincere dovrebbe porsi, oggi, come protesta continuativa, fortemente partecipata e organizzata e spinta da ragioni di ordine generale, sorretta da una critica analitica al modello sociale in cui tale protesta si inserisce.

Il nostro è il Paese in cui ci hanno raccontato per decenni che la precarizzazione (una volta la chiamavano “flessibilità”) avrebbe risolto i problemi dell’occupazione e della produttività, in cui la classe dominante è riuscita a lanciare senza troppa difficoltà la bugia ripugnante del contrasto generazionale come motivo principe dei problemi del mondo del lavoro (“vecchi garantiti” contro “giovani senza tutele”- è il ritornello che canticchia ancor oggi Renzi il Giovane, nella sua eroica battaglia contro la superstizione dell’articolo 18), in cui l’allungamento dell’età pensionabile ci ha resi i lavoratori più vecchi d’Europa ma è stato proposto, con incredibile faccia tosta, come modo per favorire i giovani.

Non c’è molto da sperare, a meno che le masse popolari, le uniche che nell’ultimo quarto di secolo hanno perso progressivamente reddito e diritti, non decidano di opporsi, di frenare l’onda nera della regressione sociale. Nel nostro caso la speranza non deve essere l’ultima dea ma, come diceva Aldo Capitini, la prima dea, il motore primo di ogni movimento sociale.

Questa premessa di ordine generale vuole esortare i lavoratori della scuola a scendere in piazza il prossimo 10 ottobre: con l’animo sereno di chi sa che sta difendendo una giusta causa, con la fermezza di chi non si muove per interesse egoistico, perché sappiamo bene che una scuola davvero buona è la base di una società davvero civile, con la consapevolezza che deriva dal fatto che i processi di “aziendalizzazione” della scuola sinora non hanno portato che guasti ed un deterioramento del clima lavorativo nelle scuole.

Un po’ di storia: 1987: un aumento salariale del 42%

“Colleghi, il nuovo contratto di lavoro costituisce un attacco alle nostre condizioni di vita e alla scuola pubblica. Governo e sindacati presentano come un successo per la categoria aumenti inferiori al tasso reale di inflazione. Andiamo verso un peggioramento delle nostre condizioni di vita. No al salario accessorio che maschera la miseria degli aumenti. No al formatore, figura privilegiata e strumento di divisione della categoria. Sì al recupero salariale di 400.000 lire al mese. Sì all’aggiornamento e alla formazione per tutti all’Università. Contro il precariato, sì al canale unico e alla graduatoria di merito. Abroghiamo il contratto con un referendum da noi stessi indetto scuola per scuola. Organizziamo il blocco degli scrutini. Scendiamo in piazza a esprimere la nostra protesta”.

Questo è il testo del volantino che i Comitati di Base della scuola usarono per pubblicizzare lo sciopero del 5 febbraio 1987; è l’inizio di quell’anno di mobilitazione dei docenti che portò alla firma del miglior contratto che la scuola della Repubblica abbia mai avuto: si fissò per legge un tetto massimo di 25 alunni per classe, uscirono dal precariato 30.000 docenti e si ottenne un incremento salariale del 42% (nel corso di due anni un professore di scuola superiore con un minimo di dodici anni di anzianità avrebbe guadagnato 564.000 lire lorde in più ogni mese).

La lotta fu dura, il blocco degli scrutini fu l’arma mediaticamente più efficace, i sindacati confederali ed autonomi dovettero cedere sotto la spinta dei Comitati di Base e accodarsi alla protesta. La lotta fu dura, ma pagò. I giovani docenti che nel 1987 sostennero la protesta, in buona parte, sono ancora in servizio, alle soglie dei sessanta anni e costituiscono il segmento più numeroso degli assunti a tempo indeterminato. Gli anni, che infiacchiscono i corpi ma soprattutto le anime, e la costanza della controparte hanno determinato lo stato miserando in cui versano le nostre scuole e le penose condizioni di lavoro odierne.

Ma non è giusto accusare soltanto chi governa dello sfascio della scuola italiana – esistono complicità oggettive di una gran parte della categoria, simili a quelle che talvolta si instaurano tra vittima e carnefice. La sfiducia verso la giornata di sciopero come forma efficace di protesta, la poca volontà di impegnare il proprio tempo per mettere in piedi forme di protesta alternative allo sciopero ci hanno portato sin qui. Ma, nei pochi momenti in cui gli insegnanti hanno ritrovato compattezza, la lotta, dopo il 1987, ha ancora pagato.

2.000: bloccato il “concorsone” di Berlinguer

Così è stato nel 2000, anno che vede la mobilitazione di massa contro il “concorsone” al merito di Luigi Berlinguer: il “concorsone” era conseguenza di un articolo inserito nella bozza per il rinnovo del contratto (allora, sebben con ritardo, i contratti si rinnovavano). Sembrava, dunque, che la proposta Berlinguer fosse in dirittura d’arrivo: essa prevedeva tre valutazioni (curriculum, prova strutturata, lezione o simulazione di questa), per esaminare i tre aspetti fondamentali della professionalità docente (impegno, competenze, abilità). Come affermava in una analisi di quel tempo Pino Patroncini, si volevano così premiare gli aspetti

“più credibilmente afferenti a diversi profili docenti (il docente attivo, il docente colto, il docente abile) a loro volta privilegiati come target dai diversi soggetti sindacali. La fretta e l’approssimazione con cui sono state definite poi le prove e la formazione delle commissioni hanno prodotto ancora di più l’immagine di un concorso-lotteria di cui non erano chiare le regole e dove quindi poteva regnare l’arbitrio”.

È a questo punto, a giochi quasi conclusi, che scatta la protesta indignata degli insegnanti: vogliamo ricordare che il “concorsone” comportava un incremento stipendiale di 6 milioni annui per 150.000 docenti su 750.000. Si era molto lontani dalla demagogia renziana dei 60 euro ogni tre anni per due insegnanti su tre. Da gennaio del 2000 dilaga quindi la protesta; lo sciopero del 17 febbraio (sia detto, ancora una volta, per quelli che credono che una giornata di sciopero non conti nulla) vede in piazza decine di migliaia di insegnanti. La conclusione è nota: il “concorsone” viene archiviato e Berlinguer si dimette.

Dopo il 2000 le proteste hanno avuto un valore residuale e non sono riuscite ad arginare la crescente spinta verso la privatizzazione del settore dell’istruzione. La breccia creata dal centro-sinistra attraverso la legge di parità è il varco che ha consentito ai governi di centro-destra di archiviare l’idea “antiquata” che la scuola privata possa esistere sì, ma “senza oneri per lo Stato”, come recita la Costituzione.

Il 2008 è l’inizio di un’epoca buia per la scuola italiana

In un clima crescente di confusione nell’area parlamentare del centro-sinistra e di rozza aggressività neo-liberista nel centro-destra si approda al 2008 e alla “riforma epocale” del ministro Gelmini, riforma basata essenzialmente sul taglio di 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, “riforma” di cui ancora oggi sentiamo le conseguenze.

La grandiosa manifestazione contro la “riforma” Gelmini dell’ottobre 2008, esito dell’ultima vera mobilitazione popolare per la difesa della scuola pubblica viene affossata dall’intervento dei sindacati maggiori, che svendono i lavoratori la sera stessa del giorno in cui s’era svolta una delle più grandi manifestazioni del “popolo della scuola” e si avviano a sottoscrivere un contratto che vede un minimo recupero salariale a fronte del taglio di decine di migliaia di posti di lavoro. Forse, se i lavoratori della scuola, i genitori, gli studenti avessero avuto la forza e la fermezza di continuare la loro protesta, il “piano Gelmini” non sarebbe andato in porto.

Il 2008 è l’inizio di un’epoca buia per la scuola italiana: tutti i processi regressivi già in atto vengono rafforzati: da ora in avanti la voce di chi governa parlerà sempre più spesso di “meritocrazia”, ingresso dei privati, managerialità, aumento dell’orario di lavoro a parità di stipendio. Ed il rinnovamento educativo si limiterà alle “tre I” di Inglese, Internet, Impresa. I grembiulini o la LIM, non importa: il progetto educativo che sostiene le “riflessioni” dei ministri Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini è improntato al più vieto modernismo: quella che immaginano è una scuola classista, tecnocratica e priva di anima.

Ma non dimentichiamo la forza della scuola

Ma teniamolo a mente: anche se la nostra democrazia è troppo spesso una simulazione, viviamo ancora, di fatto, in una democrazia – e la democrazia non può fare orecchie da mercante di fronte ad una protesta generalizzata e nemmeno la faccia di bronzo di Renzi può catalogare la protesta di massa tra i “poteri forti”.

Le masse, in realtà, hanno una sola forza, quella della moltitudine. Sta a noi stabilire se la vogliamo usare (e farne davvero una forza) o se la vogliamo accantonare e ricadere nella debolezza dell’uno che non si riconosce nei molti, che non vede la propria causa difendibile perché aderisce intimamente all’atomizzazione e alla frammentazione che gli viene suggerita, come una nefasta formula magica, da un potere che si vuole sempre più distante e “naturale”.

Non è vero, non ci sono “soluzioni uniche” – e il politico che dice che una certa cosa è l’unica che si possa fare dovrebbe tornarsene a casa sua, un po’ perché è un bugiardo un po’ perché l’essenza stessa della politica è la ricerca di soluzioni collettive.

Ora, la soluzione ai problemi della scuola italiana non viene certo offerta dal “piano Renzi”, il quale non fa altro che porsi in continuità con ciò che una classe di governo sempre più autocratica, sempre più soggetta ad un cieco utilitarismo, sempre più succube dell’idea di profitto ripete ormai da un quarto di secolo: riduzione della spesa pubblica per l’istruzione, privatizzazione, aziendalizzazione, “premio al merito” come grimaldello ideologico per dividere la categoria dei docenti.
Ma la lotta può pagare ancora: contro la rozza e presuntuosa fumisteria del “piano Renzi” proponiamo le nostre parole d’ordine, semplici e giuste.

Le ragioni giuste sono più forti delle bugie

Rinnovo immediato del contratto, con adeguato recupero salariale: un lavoratore della scuola che non sa come arrivare a fine mese non può fare con serenità il proprio lavoro ed è inaccettabile il blocco pluriennale dei contratti pubblici.
Riassorbimento dei precari, attraverso due strumenti principali: riduzione del numero di studenti per classe e pensionamento, secondo le regole pre-Fornero, del segmento più anziano dei docenti.

Formazione seria ed obbligatoria, sì, ma senza la sovrapposizione insostenibile tra formazione e servizio.
Sono soltanto tre punti, così come lo sciopero del 10 ottobre è soltanto un inizio. Ma quando si deve ripartire, dopo un periodo di confusione e di acquiescenza scoraggiata, è meglio non mettere troppa carne al fuoco. Lasciamo le operazioni “onnicomprensive” ai chiaccheroni della risma del nostro primo ministro. Quelle sono operazioni che servono soltanto a sollevare un gran polverone, per poi colpire duro su pochi aspetti: riduzione dei salari, privatizzazione e gerarchizzazione crescenti.

Alla “buona scuola” di carta, sfornata dai burocrati ministeriali opponiamo, con forza, la nostra buona scuola, che parte, innanzitutto, dal riconoscimento (e non a parole) della dignità del nostro lavoro. Opponiamoci, troviamo forme nuove e creative di non-collaborazione – e ricordiamoci che le ragioni giuste sono sempre più forti delle bugie. A noi spetta soltanto il compito di accelerare e di anticipare, con la nostra azione individuale, il momento in cui queste giuste ragioni riusciranno ad affermarsi.