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Soggettività precarie nella crisi della scuola pubblica

di Maurizio Peggion

mercoledì 9 luglio 2014

Soggettività precarie nella crisi della scuola pubblica

La precarietà nella scuola pubblica italiana riflette un dato strutturale che interessa tutto il mondo del lavoro, modificando profondamente le soggettività che lo attraversano, polverizzando la distinzione tra lavoratori temporanei e a tempo indeterminato, tra dipendenti pubblici e del settore privato.
Gli stessi partiti e sindacati che oggi versano lacrime di coccodrillo sul “problema” della precarietà sono tra i principali artefici di questa situazione: i partiti di sinistra, durante il primo governo Prodi, hanno promulgato la legge 196 del 24 giugno 1997, il famigerato pacchetto Treu che regala alle imprese la massima flessibilità nella domanda di lavoro in entrata gettando le basi per una abnorme proliferazione di forme contrattuali (oggi circa 40).
Il dispositivo di Poletti , in assoluta continuità con Fornero, flessibilizza anche in uscita rimuovendo la giusta causa nel licenziamento, rendendo archeologiche le tutele dell’articolo 18; inoltre concede ai datori di lavoro la possibilità di prorogare i contratti precari anche fino a tre anni senza alcun vincolo di assunzione stabile da parte dell’ impresa.
Viene eliminato l’obbligo di assumere per le aziende con più di 30 dipendenti e il 20% di manodopera precaria: la precarietà ha il campo libero, rivelando una “vocazione” maggioritaria.
I sindacati di sinistra, paladini della centralità del contratto a tempo indeterminato, dispongono di armi spuntate, pur avendo ben chiara la situazione, grazie a ricerche dettagliate condotte a livello europeo.
L’opposizione di Camusso nei confronti del “reddito di cittadinanza universale” fa pensare ad un arroccamento difensivo, più interessato a tutelare le prerogative di sindacato ex-concertativo che ad una seria difesa degli interessi dei precari.
In realtà oggi non esiste più un patto sociale sul lavoro, demolito in gran parte dagli “integerrimi” fautori della “piena occupazione”.
Nella scuola pubblica incontriamo un universo precario frastagliato, per ora suddiviso in tre fasce più una aggiuntiva e reclutato stipulando contratti con diversa scadenza: anche in questo settore si punta ad una mera individualizzazione del rapporto di lavoro, allo scopo di minare alla base la possibilità di rivendicazioni collettive.
La più volte ventilata chiamata diretta dei presidi introdurrebbe anche nella scuola quelle forme di caporalato auspicate dal Libro bianco di Maroni, riducendo l’insegnamento a mera prestazione di manodopera, non dissimile dalle forme di lavoro servile.
Nella popolazione precaria coesistono vari livelli di preparazione, con percorsi formativi anche molto articolati che però non riescono a trovare uno sbocco stabile all’interno della scuola: i concorsi pubblici, ad esempio, sono diventati più rari e caratterizzati da procedure farraginose fin dall’indizione.
Il passaggio da una fascia all’altra non avviene in base ad una maggiore esperienza o qualificazione,ma è invece continuamente oggetto di ambigue decretazioni ministeriali.
Il drastico disinvestimento nei confronti della formazione degli insegnanti culmina nel sistema Invalsi, emblema di immiserimento culturale e professionale, che purtroppo ha preso piede grazie anche alla svogliata passività di molti colleghi.
Anche quest’ anno, fatalmente in periodo pre-elettorale, non sono mancati i provvedimenti della meritocratica Giannini (0,7% ha meritato il suo partito alle europee) mirati a creare ancora più confusione nel sistema delle fasce: l’inserimento in seconda fascia dei titolari di diploma magistrale ha spinto gli interessati verso una inutile quanto cruenta “guerra tra poveri”, combattuta a suon di ricorsi reciproci.
Oggi ci troviamo di fronte ad una categoria profondamente mutata, resa quasi inerte da anni di rassegnata subordinazione a politiche scolastiche sempre più scellerate, la cui ragione principale è il risparmio, unita alla precisa volontà di umiliare il personale docente, in assoluta continuità con la propaganda brunettiana .
La strategia renziana,pur restando pienamente nel quadro neo- liberista, si caratterizza in senso plebiscitario, ed è stata in grado di conquistare il consenso dei “governati”, come evidenziato dall’ultimo test elettorale.
La fiducia accordata a Renzi, anche se non illimitata, gli consente un ampio margine di manovra che non sarebbe mai stato concesso a Berlusconi: si intravedono possibili involuzioni autoritarie a suon di decreti legge con voto di fiducia, anche nel settore scuola.
Le nuove leve precarie sono poco propense alle pratiche conflittuali: spesso esse hanno interiorizzato il mantra meritocratico, vivendo in modo dissociato la propria condizione, vedendo nell’altro un possibile competitor piuttosto che un potenziale alleato con il quale associarsi per cambiare le cose.
Corollario inevitabile è il ricorso continuo agli uffici legali per vedere riconosciuti i propri diritti, concepiti però come individuali, anche se rivendicati attraverso cause collettive.
Urge in questo settore lavorare su rivendicazioni più generali, che sappiano dare un carattere ricompositivo alle lotte messe in campo, agendo anche per vie legali, ma puntando soprattutto a ricostruire soggettività conflittuali capaci di sottrarsi al gioco al massacro orchestrato dal ministero.
Nel nostro piccolo stiamo faticosamente tentando di mettere in piedi la causa sull’indebita trattenuta del 2,5 sul TFR, che presenta il vantaggio di accomunare scuola e pubblico impiego: è una battaglia concreta contro l’alleggerimento mensile di circa 40 euro per la busta paga di migliaia di precari ed assunti dopo il 2001, per la quale chiediamo un’assunzione più decisa e un maggior risalto sul sito nazionale.
Le novità più significative, sotto il profilo della gestione del personale precario, ci sembrano la ri-centralizzazione ministeriale del pagamento degli stipendi, che sta generando continui ritardi e disguidi, unita alla contemporanea, indebita, attribuzione di ruoli pseudo-manageriali ai presidi.
Anche il diritto alla monetizzazione delle ferie non godute e la lotta al meccanismo neo-autoritario di attribuzione forzosa delle ferie da parte dei presidi deve poter diventare un terreno di possibile aggregazione da parte, per ora, solo dei precari (in prospettiva per tutto il personale).
Si rende indispensabile una massiccia rivoluzione culturale che porti ad una ridefinizione complessiva nel modo di vivere i rapporti nella scuola, rimettendo in gioco dinamiche partecipative, una rinata volontà di incidere sul proprio destino, a partire dalla condizione di intermittenza di lavoro e di non-lavoro.
Una piccola provocazione: perché non provare a rilanciare, anche in vista della possibile apertura di una fase contrattuale, un ragionamento che punti alla conquista di nuovi diritti per i precari della scuola in quanto tali?
Questo tentativo, a mio avviso, non pregiudicherebbe a priori la irrinunciabile richiesta di maggiori investimenti e l’istituzione di meccanismi trasparenti ed automatici per l’immissione in ruolo, né legittimerebbe de facto la condizione precaria, ma punterebbe invece a ricostruire un protagonismo dal basso dei precari.
Non è un compito semplice, la partita si gioca in ambiente ostile: l’amministrazione scolastica non ama i suoi dipendenti… forse perché, nonostante tutto, ne coglie una sotterranea volontà di non rassegnarsi alla completa demolizione del sistema pubblico, indubbiamente fastidiosa per chi la attua metodicamente, millantando nel contempo il ruolo di riformatore.
Se è vero che la compagine di governo , agendo per decreto, vuole introdurre un aumento forzoso del tempo di permanenza a scuola per gli insegnanti titolari, allora per i precari c’è poco da stare allegri: la loro condizione rischia di diventare permanente, se non di scivolare direttamente nella disoccupazione.
Insistenti segnali ci dicono oggi che il meccanismo di relativa omeostasi, assicurato dalla periodica immissione in ruolo per un certo numero, insufficiente,di insegnanti, potrebbe essere messo seriamente in discussione: quanti insegnanti precari annualmente dovranno gentilmente accomodarsi all’uscita?
La questione previdenziale, caratterizzata da pensioni molto basse per le future generazioni di docenti, dovute ad una tardiva assunzione a tempo indeterminato, si pone con urgenza, in seguito all’entrata in vigore del regime di TFR nel pubblico.
Dobbiamo ridare slancio a forme di autorganizzazione, guardando con attenzione e genuino interesse a tutto quello che si muove nel complesso universo precario, anche se a volte dobbiamo fare uno sforzo per rapportarci a realtà molto lontane dal nostro orizzonte.
8/07/2014
Maurizio Peggion