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Educazione Adulti - CTP - Serali

Una riforma fantasma. A proposito delle nuove norme sull’istruzione per gli adulti

di Marina Polacco

lunedì 19 maggio 2014

Una riforma fantasma. A proposito delle nuove norme sull’istruzione per gli adulti

di Marina Polacco

Come molti già sanno, è partito da qualche anno, precisamente dal 2010, un progetto di riforma teso a riorganizzare il settore dell’istruzione per adulti: le scuole carcerarie, i corsi serali, i cpt e i corsi di alfabetizzazione, destinati a confluire in una nuova istituzione scolastica, i CPIA (Centri per l’istruzione degli Adulti), con tanto di organico specifico, dirigente a sé e autonomia gestionale.

Al febbraio 2013 risale la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del regolamento relativo all’assetto organizzativo di questi Centri, sulla base di una suddivisione in tre ambiti: corsi di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana per adulti stranieri; percorsi di primo livello suddivisi in due periodi didattici (il primo per il conseguimento del diploma di scuola media, il secondo per la certificazione della competenza di base del primo biennio superiore); percorsi di secondo livello articolati in tre periodi didattici (primo biennio superiore, secondo biennio superiore, quinto anno).

Apparentemente subordinata a questa ridefinizione organizzativa, ma sempre ben presente nei vari documenti ministeriali a riguardo, è la ridefinizione dell’assetto didattico, così da garantire (citiamo testualmente) «una maggiore razionalizzazione delle risorse umane e strumentali disponibili»: l’orario complessivo viene ridotto al 70% dei corrispondenti corsi diurni e un 20% delle ore sono destinate a finire on-line; la definizione dell’organico viene subordinata al vincolo di dieci docenti per centosessanta studenti.

Il fine di tutta l’operazione è dichiaratamente duplice: da una parte accelerare e snellire i percorsi per favorire l’acquisizione del diploma, dall’altra ridurre gli sprechi e razionalizzare l’uso delle risorse a disposizione. Forse più l’una che l’altra, occorre dirlo: se è vero che sprechi e disfunzioni ce ne sono stati e continuano ad esserci (corsi fantasmi, aule deserte, classi esistenti solo sulla carta…), secondo una prassi tipicamente italiana piuttosto che agire sull’individuazione dei punti critici, si è preferito buttare tutto all’aria indiscriminatamente – soluzione più comoda, facile, economica, brutale.

Negli anni scorsi, a dispetto delle ingiunzioni attuative susseguitesi, la messa in pratica della riforma è stata sostanzialmente procrastinata di anno in anno, in una situazione ancora più caotica del consueto, tale da gettare nello sconforto, o nell’indifferenza, dirigenti e sovrintendenti scolastici. In fondo, stiamo parlando di una utenza marginale (e non solo per consistenza numerica), di una zona grigia dai confini sfumati, travolta dalle mille criticità dell’istruzione scolastica ‘normale’.

Da una parte piovevano ingiunzioni repentine e improvvise di riduzione, di adeguamento dei quadri orari dei corsi serali alle linee guida previste dalla riforma (quante volte ci siamo trovati a rivedere l’organico dalla sera al mattino, sulla base di inviti tanto generici quanto insindacabili, puntualmente smentiti a distanza di poche ore); dall’altra nulla veniva fatto per arrivare alla definizione operativa dei tanto attesi CPIA; cosicché, alla fine, le singole scuole hanno agito di loro iniziativa, a volte lasciando tutto invariato (se non esistono ancora i CPIA, se non esiste una nuova struttura organizzativa, che senso ha modificare il quadro esistente?), a volte applicando in maniera fin troppo impeccabile le famose direttive.

Il caos scaturito da questo vuoto legislativo è stato ben testimoniato nel corso del Convegno nazionale organizzato dal CESP (Centro studi per la scuola pubblica, uno dei soggetti più attivi nell’analisi e nella discussione del progetto di riforma, soprattutto in relazione alle scuole ‘ristrette’ o carcerarie) a Rebibbia, il 14 febbraio 2014.

In questa occasione hanno preso la parola molti dei dirigenti ai quali sono stati affidati i cosiddetti progetti assistiti (una decina di progetti pilota, avviati all’inizio dell’anno scolastico in corso in tutta Italia, volti a vagliare sul campo le ‘criticità’ della riforma), presentando una serie di esperienze di una difformità sconfortante: alcuni hanno praticamente già avviato i famigerati Centri, creato nuove strutture, individuato i dirigenti; altri sono rimasti completamente bloccati dalla mancanza di fondi adeguati; altri si sono limitati a razionalizzare l’esistente, creando sul territorio delle ‘reti’ tra istituzioni scolastiche, Cpt e altre iniziative presenti.

In questa situazione persistente di caos è piombato ad aprile l’ennesimo diktat: il decreto interministeriale che impone per il prossimo anno scolastico la riduzione al settanta per cento del monte orario dei corsi serali. Sparito qualsiasi accenno ai CPIA, sparita qualsiasi volontà di avviare una reale risistemazione del settore, rimane, nuda e cruda, la necessità di tagliare, ridurre, snellire. Se all’interno di un progetto complessivo di riforma le stesse indicazioni potevano essere lette come un tentativo di migliorare il ‘servizio’ offerto all’utenza (nella fattispecie, un percorso più semplice e veloce per accedere al tanto sospirato diploma), estrapolate dal contesto si rivelano più chiaramente per quello che sono: un impoverimento sostanziale dell’offerta formativa.

Come è ovvio che avvenga, nelle singole scuole serali la prima preoccupazione è stata la salvaguardia dell’organico esistente; eppure non è questo il vero nodo della questione. Per noi professori di ruolo la perdita di un posto in una scuola implica al massimo la fastidiosa necessità di mettere in discussione abitudini consolidate; per i colleghi precari, significa cercare altrove una possibilità di lavoro e di collocazione (e in questo caso la perdita di un posto equivale a quella di qualsiasi altro). Ma per coloro che accedono al corso serale è una perdita secca, irrecuperabile. Una perdita che oltretutto viene proposta loro come uno straordinario guadagno.

Dopo accanite discussioni, sembra che l’ambiguità insita nella definizione di ‘periodo’ al posto di ‘anno scolastico’ sia stata definitivamente sciolta, confermando l’articolazione in cinque anni dei percorsi di istruzione superiore. Ma con la riduzione al settanta per cento il quadro orario si attesta sulle 23, 24 ore settimanali: alcune materie vengono drasticamente ridimensionate (italiano, matematica, le lingue), altre quasi scompaiono (storia, diritto), a tutto discapito di quella che una volta si definiva ‘formazione generale’ (le materie professionali sono infatti quelle più tutelate, come del resto è ovvio che sia, soprattutto in istituti professionali).

Certo, questo significa maggiore agevolazione per gli studenti lavoratori, possibilità di coniugare più facilmente tempi di studio e tempi di lavoro; ma non tiene in alcuna considerazione quella che è ormai la reale utenza dei corsi serali: ragazzi catapultati alla sera dal fallimento nel corso diurno, stranieri alla ricerca di strategie per acquisire una cittadinanza reale, giovani irrequieti delusi dai tanti corsi di formazione professionale rivelatisi inutili, adulti già sistemati ma desiderosi di mettersi alla prova, di avere una seconda opportunità. Persone che hanno tempo, e spesso anche voglia, di mettersi in gioco davvero, e che solo in apparenza hanno fretta di finire il più velocemente possibile. La riduzione dl tempo scolastico che si offre loro è in realtà un furto, equivale all’offerta di un tempo vuoto, sostanzialmente inutile.

In altra occasione, mi era sembrato opportuno ricordare le parole di Don Lorenzo Milani a proposito del diploma e del suo valore effettivo:

«Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse è volgare. Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null’altro. Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale».

Il succo della storia mi sembra ancora questo, forse oggi più che mai: qual è il nostro fine, qual è il fine che vogliamo attribuire alla scuola, che cosa significa per noi educare/istruire/formare. La riforma dei corsi serali, così come la riorganizzazione dell’istruzione professionale, è senz’altro una questione contingente, ma ci costringe a riflettere sul valore che vogliamo dare alla scuola e alla funzione docente. Certo, è importante che alla fine del percorso di studi gli studenti abbiano acquisito delle competenze tecniche, che sappiano redigere un bilancio, riparare un circuito elettrico, assemblare le componenti di un computer, decorare una torta; ma altro significa – come diceva sempre Don Milani – diventare «cittadini sovrani».

Ancora una volta, siamo sospesi nel caos. A tutt’oggi non si ha alcuna certezza sui tempi e le modalità di applicazione dell’ultimo decreto. I dirigenti e i sovrintendenti non sanno come determinare il quadro orario dei corsi serali, e di conseguenza come definire le classi e l’organico. Noi, in quanto insegnanti ‘serali’, non sappiamo quale sarà la realtà in cui ci troveremo a lavorare l’anno prossimo. Ma il tentativo di evitare la riduzione del quadro orario prevista dalla riforma è tutto fuorché una battaglia in nome di interessi corporativistici. Non si tratta di difendere una manciata di ore, anche quando queste ore rappresentano una cattedra in più o in meno. È una logica culturale quella per cui ancora oggi vale la pena di lottare, in nome di coloro che non hanno ancora la voce e gli strumenti per farlo.

Vedi on line : dossier di Vivalascuola