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Contratto - Contrattazione

Contrattare nella scuola.

di Giuseppe Zambon

domenica 30 marzo 2014

Contrattare nella scuola.

Bisogna far parte del club degli inguaribili ottimisti, come i personaggi del bel racconto di Guenassia, per poter solo pensare di contrattare qualcosa, oggi, nella scuola. Purtroppo questo dobbiamo dircelo fuori dai denti, in premessa, per poter sviluppare qualche ragionamento attorno alle dinamiche sindacali della contrattazione nazionale, integrativa e d’istituto.
Come è opportuno ricordarci che appena si è concluso il triennio di tagli disperanti a tutto il settore scuola, messi in atto dalla Moratti – Gelmini, siamo ricaduti nel vortice della spending review, che non è altro che la prosecuzione di quella impostazione con una maschera inglese. Le stesse economie di bilancio nel settore, che dovevano essere usate per investimenti nello stesso, cioè nella scuola, hanno preso il volo e sono stati adoperati per misure tampone, per rattoppare i buchi degli scatti di anzianità, di questo e quello, in una girandola infinita, tale da perderci la testa.
Il dato politico è che i nostri governi, con una miopia testarda, hanno perseverato nella politica dei tagli, della riduzione delle risorse, del disinvestimento in tutto il settore dell’istruzione, andando, solo in ciò, contro la tendenza e le indicazioni degli altri paesi europei, dando voce a tutti quei gufi che, sui giornali e nelle tv, hanno vomitato inchiostro e fiele contro la qualità e la quantità del lavoro erogato nella scuola, monopolizzata dai figli del 68, dalle sinistre.
Oggi, quando tutti lanciano alti lai per le povere sorti che segnano gli insegnanti italiani, caduti dallo scranno nella scala sociale e ancora di più in quella del riconoscimento economico e professionale rispetto a tutti i propri colleghi europei, ecco che il novellatore Renzi cava dal cilindro del programma di governo la centralità dell’istruzione e, conseguentemente, degli investimenti dedicati. Ottimo siamo felici di sentirlo dire, vorremmo poterlo verificarlo nel concreto.
Ma, nei fatti, abbiamo per ora assistito ad una giostra mediatica con le visite, di persona personalmente, come dice il Catarella della penna di Camilleri, di dubbio gusto e cattiva memoria; abbiamo sentito annunciare una somma di circa 4 miliardi per la messa a norma degli edifici: ben vengano, ricordandoci che assolvono a circa il 7% del fabbisogno stimato a livello nazionale per mettere in sicurezza le scuole dove vivono i nostri e loro figli.
Abbiamo visto la neoministra Giannini rilasciare interviste a raffica sulla necessità di premiare il merito e punire gli insegnanti scansafatiche, insistere sulla liberalizzazione del reclutamento, battere sulla riduzione a quattro anni dei licei con l’obiettivo di portare a 12 anni il ciclo scolastico complessivo, difendere a spada tratta le scuole paritarie e il loro finanziamento da parte dello Stato e, dulcis in fundo, ammettere che gli insegnanti sono sottopagati ma solo per colpa della mancanza di una progressione della carriera legata alle competenze da incentivare anche mediante le attività di aggiornamento.
Sta di fatto che ora siamo nella condizione di avere un contratto scaduto nel 2009, cinque anni fa, perdurando il blocco economico imposto da tutti i governi succedutesi. Di tanto, in tanto, si ventila di un rinnovo della parte normativa, da cui, escono notizie allarmanti circa il prolungamento dell’orario di servizio, l’assunzione diretta, con un estensione nazionale del modello Aprea già in vigore in Lombardia e giù declinando. Intanto i precari rimangono trattenuti in un caravanserraglio da cui escono col contagocce, continuando ad alimentare un florido mercato di corsi di abilitazione e ricorsi ai tribunali che non sortiscono effetti se non marginalissimi. Nelle scuole i lavoratori si spartiscono, spesso azzuffandosi tra componenti insegnante e ata, mezzo piatto di lenticchie, perché il fondo di istituto, già misero, a fronte della mole di attività sussidiarie svolte da tutti, in 2 anni si è ridotto di oltre il 50%, essendo state, le risorse, risucchiate per far fronte alle emergenze scatti, frutto del bailamme sindacale e ministeriale.
Le povere RSU in tutto questo hanno smarrito, anno dopo anno, la loro funzione originaria, non avendo, quasi, più nulla da contrattare: la parte normativa è stata sottratta, ope legis, dalla legge Brunetta; quella economica si è rinsecchita come abbiamo detto; rimane la funzione di parafulmine nei ritagli sull’organizzazione interna del lavoro. Uno svilimento politico e uno svuotamento sindacale.
Vale la pena farsi il sangue amaro in queste condizioni? Dopo tanti blocchi, tentati ed effettuati, delle attività para scolastiche, non si potrebbe pensare a un segnale forte verso il Ministero e verso il Sindacato, al rifiuto di firmare il rinnovo del contratto d’istituto, alle dimissioni di massa da RSU? Firminino i rappresentanti sindacali territoriali la miseria del contratto, si assumano loro la responsabilità della incresciosa realtà a cui ci hanno condotto; rifiutiamoci di continuare a svolgere la funzione della foglia di fico che copre le pudenda del re nudo. Ci hanno estorto quasi tutto, varrebbe la pena preservare almeno la nostra dignità, i nostri principi.
È giunto il momento di fermarci e di ripensare a quello che, nostro malgrado, facciamo. Discutiamone.

Per il CESP del Veneto
Giuseppe Zambon