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bilancio di un anno scolastico

Anno scolastico 2012-2013: l’anno del gioco delle tre carte

da Vivalascuola

lunedì 3 giugno 2013

Anno scolastico 2012-2013: l’anno del gioco delle tre carte

di Tullio Carapellada viva la scuola

Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? (Samuel Beckett, Aspettando Godot)

Innanzitutto: grazie Bologna! Un grazie di cuore a tutte quelle donne e quegli uomini che hanno creduto fortemente nella possibilità di combattere vincere un fronte ampio ed economicamente attrezzatissimo che sta portando avanti una politica di lenta e costante erosione del diritto per tutte e tutti ad una istruzione gratuita, laica e, per quanto possibile, libera. Un grazie a chi ha lavorato instancabilmente a costruire il successo del referendum del 26 maggio a nome di tutti quelli che hanno a cuore i destini della scuola statale e un grazie in particolare da parte mia, perché senza questa ultima buona notizia il compito di chi si accinge a tracciare un bilancio “politico” di questo ultimo anno scolastico sarebbe stato ben più ingrato.

Si è trattato, infatti, di un anno sostanzialmente senza movimento e non solo per quanto riguarda la scuola. Un anno nel quale il percorso “riformista” di chi vuol demolire il mondo dell’istruzione pubblica non si è arrestato, anche se è andato avanti, per fortuna, in modo accidentato, con frenate e bruschi scossoni, mentre ci siamo arrestati noi, che pretendiamo di difendere quello stesso mondo, noi che ci siamo cullati nell’illusione che le garanzie per il futuro nostro, dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, possano esserci regalate dal fato o possano venire da un’urna elettorale o dalle aule di un tribunale.

Bologna capitale

Per il secondo anno consecutivo l’Emilia si pone al centro dell’attenzione nell’ultimo scorcio d’anno scolastico. Dodici mesi fa lo era stata per i drammatici eventi sismici che l’hanno ferita, provocando una chiusura d’anno anticipata e molto triste, e anche per quell’Urlo della scuola che ha rappresentato una delle poche iniziative a difesa della scuola pubblica degne di nota.

Anche oggi vale la pena di partire da Bologna, fortunatamente soltanto per un evento lieto. Lieto non solo perché il quesito referendario per la soppressione dei finanziamenti pubblici agli asili privati ha avuto un successo netto e indiscutibile, ma ancor prima perché ha costretto tutti, a partire dalla “grande” stampa, a rimettere al centro dell’agenda la scuola statale e la sua difesa contro la deriva degli ultimi anni. I giornali si sono visti quasi costretti a parlarne ancora, anche se, a dire il vero, l’hanno fatto soprattutto prima che i risultati sorprendessero i saggi analisti, dimostrando che la “grande coalizione” Pd-Pdl, pur marciando al fianco dell’esercito pontificio, poteva essere sconfitta da un manipolo insegnanti e cittadini disarmati, se la causa è giusta e viene compresa da tutti.

Le analisi successive al voto hanno visto la stessa stampa in alcuni casi “defilarsi”, rimuovendo il fatto, e in altri sminuire, sottolineando che si trattava di un quesito solo consultivo e solo bolognese, e che in fondo, considerando l’astensionismo, hanno votato 4 gatti. Peccato che questo l’abbiano sottolineato quelli che di gatti al seguito ne hanno avuti 3, PD in testa, nella “propria” Bologna. Eppure quel potente e ambidestro apparato di potere aveva invitato a votare no (opzione B) e non ad astenersi, e dallo stesso PD era arrivata una precisa indicazione: il referendum avrebbe avuto significato se avesse ottenuto più di 80.000 votanti, cifra che è stata effettivamente superata.

Così il referendum ha travalicato i confini della “rossa” Bologna, ha fatto venire allo scoperto i “chi sta con chi”, ha reso palese che, anche oltre i confini del capoluogo emiliano, la maggior parte degli italiani conosce il valore della scuola statale e, anche se spesso non la ama, non si lascia incantare da chi vorrebbe convincerla che “privato è bello” o, quantomeno, “è meglio”.

E allo scoperto è venuta anche il ministro Carrozza che, a pochi giorni dal voto, è scesa in campo, apparentemente per gridare con forza la sua contrarietà nei confronti di chi vorrebbe tagliare ancora sulla pubblica istruzione e sulla cultura, promettendo immediate dimissioni se questa linea dovesse passare. Un intervento che ha suscitato più di un soddisfatto commento tra i colleghi docenti, direi anche giustamente. Non sarebbe però dovuto sfuggire che parte integrante dell’intervento del ministro era anche un chiaro invito ai bolognesi a votare per l’opzione B, cioè affinché si continuino a finanziare le scuole private. Anche per il neoministro, infatti, Bologna sarebbe un felice esempio di come il privato svolga una preziosa “azione di sussidiarietà” rispetto al pubblico e, in fin dei conti, aiuti il pubblico a risparmiare.

La propaganda è sempre la stessa e, a ben vedere, accomuna felicemente da anni “destra” e “sinistra” ed è così sintetizzabile: reggendosi sulle rette delle famiglie, più che sui finanziamenti pubblici, l’intervento privato in tema d’istruzione aiuterebbe a risparmiare. Il ragionamento è peraltro viziato in premessa da una bugia non piccola, dato che le scuole private si basano anche, in spregio al dettato costituzionale, su fondi pubblici, in una misura che, spesso, può essere ampiamente maggioritaria. Anche se però quanto propagandato fosse del tutto vero, cioè se fosse vero che le scuole private si reggono solo su fondi privati, il discorso risulterebbe comunque non poco pericoloso. Se portato, infatti, alle sue estreme conseguenze, si dovrebbe aggiungere che, qualora in Italia si avessero solo scuole private, il risparmio risulterebbe massimo, potendosi spendere addirittura zero nell’istruzione.

Sarebbe una vera manna dal cielo per il partito dei fanatici della riduzione della spesa pubblica, un partito che in Italia costituisce una coalizione ancora più ampia dell’elefantiaco apparato PD-PDL, includendo a pieno titolo anche leghisti, montiani e non solo. Lo stesso Movimento 5 Stelle infatti, malgrado a Bologna sia stato al fianco della scuola pubblica, predica la necessità di una drastica riduzione della spesa pubblica, che è uno slogan non proprio rassicurante, perché da molti anni si traduce sempre in nuovi tagli, alla scuola, alla sanità e in generale ai servizi per chi ha meno mezzi, ma più bisogno.

Il disinteressamento dello stato nell’istruzione e la delega ai privati, quindi, sarebbe forse “assai economica” ma presupporrebbe l’accettazione di una scuola mossa da filosofie e fedi “private”, che recluta il personale con metodi discutibili e al tempo stesso insindacabili, che comporta il pagamento di salate rette (altrettanto insindacabili) da parte delle famiglie ponendo ogni uomo, sin dalla scuola dell’infanzia e anche prima, in condizioni di assoluta disparità, più di quanto già non sia.

Per l’analisi sul voto bolognese e sui sistemi di integrazione pubblico-privato, che prevedono sempre finanziamenti pubblici per profitti privati, rinvio ai tanti articoli che ognuno potrà trovare. Qui mi premeva sottolineare che il referendum è stato utilissimo anche per guardare in faccia tutti quelli che a parole dicono di voler difendere la scuola statale, ma nei fatti fiancheggiano gli interessi della scuola privata e delle lobby, economiche e religiose, che ne sono proprietarie.

Tanto più utile nell’anno in cui si è raggiunto il punto più basso del movimento in difesa della scuola pubblica e non solo di questa, perché in generale tutte le categorie e i settori della nostra società maggiormente colpiti dalla crisi hanno mancato, in Italia, di far sentire la propria voce e hanno ripiegato in una scheda elettorale i propri sogni di riscatto. In questo contesto il caso di Bologna, anche se domani i poteri “democratici” dovessero decidere di andare avanti come se nulla sia successo, è stata una felicissima eccezione, l’esempio di un protagonismo dal basso, che oggi più che mai appare come l’unica strada percorribile.

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