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INVALSI

Insegnare per test. La scuola primaria e lo spirito del tempo

di Gianluca Gabrielli

mercoledì 8 maggio 2013

Insegnare per test. La scuola primaria e lo spirito del tempo

di Gianluca Gabrielli - Pavone risorse 7.5.2013 (tratto da Aut Aut, n. 358/2013)

1. Qualcosa stava cambiando
Sul sito del ministero dell’Istruzione si possono cercare, nella sezione statistica, dati per comprendere lo stato di salute della scuola. Provando a reperire i numeri dei ripetenti nelle scuole primarie ci si imbatte in una curiosa situazione: gli ultimi dati disponibili risalgono all’anno scolastico 2008-2009, sono cioè ancora indisponibili quelli riferiti agli ultimi tre anni scolastici.
Leggendo i dati disponibili, poi, ci si accorge che le bocciature in questo ordine di scuola, storicamente in calo fin dall’unità d’Italia, sono riprese a crescere lentamente da alcuni anni. Peccato non disporre di serie aggiornate per capire se questa lenta ripresa della selezione nel grado primario abbia accelerato sotto l’effetto dei recenti interventi di “riforma”, come ci sembra si possa ipotizzare; peccato soprattutto pensando a quanti soldi vengono spesi ogni anno per raccogliere enormi quantità di informazioni molto meno significative. Già questo semplice elemento però ci suggerisce che qualcosa nell’ultimo decennio ha iniziato a mutare nella scuola primaria, ancor prima della cosiddetta riforma Gelmini. D’altronde in questo periodo qualcosa è cambiato nella società, non solo italiana, ed era immaginabile che questa affermazione del pensiero neoliberista, avesse ripercussioni sulla scuola. Chi ha insegnato in questi anni lo percepiva bene dall’interno, anche se all’inizio la struttura dell’istituzione e la mentalità dei colleghi sembravano reggere nonostante tutto. Si pensava di riuscire a resistere per poi riguadagnare il terreno perduto.

2. La “riforma” organizzativa
Dal 2009 le trasformazioni organizzative che si sono abbattute sulla scuola primaria sono state pesanti e hanno comportato forti ricadute sulla didattica e sul modo di insegnare. L’abolizione del cosiddetto “tempo pieno” (un modello nato negli anni settanta che però copriva solo circa un quarto delle scuole) e del “modulo” (tre insegnanti ogni due classi) ha prodotto una molteplicità di modelli orari, da 24 ore a 40 ore settimanali, caratterizzate anche dalla scomparsa quasi totale delle compresenze, cioè della possibilità per gli insegnanti di essere presenti per alcune ore contemporaneamente sulla classe praticando attività di gruppo, di recupero, di intervento su situazioni contingenti di difficoltà come l’inserimento di bambini migranti.
Contrariamente alla retorica propagandata del “maestro unico”, l’effetto nelle scuole è stato la frammentazione dei docenti su più classi, senza l’organicità dei modelli precedenti, per cui “maestre uniche” convivono con maestre impegnate su tre-quattro classi.
Questi cambiamenti inoltre si sono innestati sulla scuola dell’autonomia organizzativa, che in questo caso – in un contesto caratterizzato da risorse decrescenti – si è rivelata non la “possibilità” di progettare nel territorio, ma l’”obbligo” di gestire dal basso i tagli che arrivavano dalle politiche nazionali. Il risultato è che l’unitarietà e l’uguaglianza di condizioni sono saltate: solo per descrivere la varietà di modelli organizzativi che sono presenti oggi nelle scuole elementari di una città come Trieste avremmo bisogno di un intero volume.

3. La “riforma” didattica
Se la ministra Gelmini non è riuscita a imporre il grembiulino di stato, è però riuscita a reintrodurre i voti numerici sulle materie e la valutazione della condotta (quest’ultima, in realtà, negli altri ordini di scuola, ma con ricadute molto forti anche nella primaria). I voti erano stati cancellati negli anni settanta proprio in relazione alla lotta contro la selezione, introducendo al loro posto articolazioni discorsive della valutazione degli apprendimenti, che avevano lo scopo di disinnescarne l’uso punitivo per esaltare quello formativo. La relativa facilità con cui la reintroduzione dei voti è passata ed è stata metabolizzata dalle scuole è da leggere in relazione a quegli scarni dati sulla ripresa della selezione citati sopra: la “cultura del merito” si stava facendo strada, silenziosamente, anche tra gli insegnanti e gli antidoti culturali verso di essa non erano più diffusi e disponibili nella società. Il voto – secca determinazione quantitativa dell’apprendimento – meglio si prestava alla nuova ottica un po’ spiccia attraverso cui si doveva adesso comunicare con i bambini e le famiglie: “Tua figlia vale 5, oppure vale 9; in questo esercizio vali 6, se rispondevi a quella domanda valevi 7”.

4. La selezione sociale viene anticipata
Fino a qualche anno fa sapevamo bene – come maestre e maestri – che potevamo riuscire a bloccare la selezione sociale fino alla quinta. Nelle classi avevamo bambine e bambini di diversa estrazione sociale, che fuori da scuola disponevano di diseguali contesti culturali. Sapevamo che la scuola non poteva sovvertire queste differenze di classe. Eravamo coscienti che prima o poi sarebbero emerse, e di solito il momento dello smistamento sociale degli allievi coincideva col passaggio tra le scuole medie e le superiori; la gerarchia era chiara: in alto i licei, poi i tecnici, i professionali, in fondo la formazione regionale e l’abbandono scolastico.
Nella scuola elementare però si riusciva a resistere, a tenere insieme il gruppo classe: avevamo le compresenze per formare gruppi funzionali al sostegno dei bambini con maggiori difficoltà, riuscivamo a organizzare questi gruppi senza cadere nei ghetti di livello. In questo modo si poteva tentare di neutralizzare in parte le spinte gerarchizzanti che arrivavano da fuori, per esempio le differenze di cura nei compiti a casa. Dal 2009, nei primi due anni senza compresenze, questa pratica è saltata: ogni bambino – in classi sempre più numerose – è stato posto da solo alla caccia di un voto. Ho visto i più deboli scivolare indietro. La selezione ora non aspetta la scuola media, attacca famelica anche prima.

5. I test Invalsi

In questo contesto, riassunto a grandi linee, si innestano i test Invalsi.
La scuola primaria è stata la prima destinataria di questi test, fin dal 2005. I bambini e le bambine che frequentano quella scuola e i docenti che vi insegnano sono stati così le prime cavie del grande processo di misurazione che è partito in Italia su iniziativa dell’Istituto di valutazione. Dapprima, oltre a italiano (comprensione del testo) e matematica, veniva preparato un test di scienze; in seguito la terza materia è caduta e la presa si è fatta più stringente sulla lingua (con l’introduzione di una prova di velocità di lettura per le seconde classi e con l’introduzione di quesiti di grammatica e ortografia) e sulla raccolta dei dati familiari, di contesto socioeconomico e scolastico (con la preparazione di un questionario per le quinte). Oggi questa idea ossessiva della misurazione standardizzata si è estesa anche agli altri livelli di scuola ed è divenuta a tutti gli effetti la nuova ideologia didattica e pedagogica che accompagna le grandi ristrutturazioni organizzative fondate sui tagli progressivi di risorse di cui si scriveva sopra. Ogni anno quindi, a maggio, si ripete il rituale della somministrazione in seconda e quinta classe della scuola primaria, prima e terza secondaria inferiore, seconda superiore e, dal prossimo anno, probabilmente anche all’esame di stato.
Si tratta in massima parte di domande a risposta chiusa da risolvere in tempi ristretti, con modalità di svolgimento tipiche da concorso per la pubblica amministrazione (manuale del somministratore agli insegnanti smistati in classi non proprie, bambini in banchi separati, divieto di andare in bagno). In pratica la scuola viene messa in “stato di eccezione” in occasione dello svolgimento dei test; la prova più evidente di ciò sta nella “Nota per la somministrazione agli alunni con bisogni speciali” sulla partecipazione dei bambini e bambine disabili, i cui dati non sono conteggiati e la cui partecipazione al test è possibile solo rigorosamente senza la presenza in classe dell’insegnante di sostegno e solo se questi bambini, con la loro presenza in classe, “non modifichino le modalità di effettuazione delle prove per gli altri allievi della classe”.

6. La retroazione sulla didattica
Fin dall’inizio era abbastanza presumibile che queste prove rappresentassero la chiave di volta di un tentativo di valutazione del sistema, nell’ottica di espandere la concorrenzialità tra scuole e docenti, e di avviare una politica di premi economici e di sanzioni.
Fin dal 2008, con la pubblicazione di “Un sistema di misurazione degli apprendimenti”,(1) ciò è esplicitamente dichiarato. A oggi quindi è divenuto normale vedere istituzioni scolastiche che si autopromuovono in tempi di iscrizioni vantando il proprio punteggio ai test. Una circolare di quest’anno prescrive che i docenti in formazione possano effettuare il tirocinio formativo solo nelle scuole i cui risultati nei test siano superiori alla media regionale. Da anni si parla di legare gli incrementi salariali ai risultati nei test. Questa sempre più esplicita finalità di valutazione di sistema dei test ne ha accresciuto la forza di penetrazione nella scuola, tanto che l’adeguamento a essi è risultato diffuso. La maggior parte dei docenti, nella prospettiva di venire valutati in base a questi risultati, si sono riorganizzati silenziosamente la didattica, inizialmente prendendo le prove proposte dall’Invalsi come matrici per modificare il proprio insegnamento, quindi accedendo al fiorente mercato editoriale di eserciziari che è subito esploso attorno a questa didattica: sono già oltre duecento i volumi censiti dal sistema bibliotecario nazionale (e quindi molti di più quelli pubblicati e non ancora finiti nelle biblioteche) per “allenare la mente alle prove Invalsi”, come recita uno dei tanti titoli. Come nel vecchio esame di maturità, è frequente che gli insegnanti un mese prima delle prove sospendano la didattica delle materie “non testate” per impegnare gli alunni nel “teaching to test”. In generale l’equilibrio tra le discipline che era stato raggiunto nel passato è stato stravolto da queste prove, tanto che materie fondamentali per questa fascia di età, come le educazioni, tendono a essere relegate al ruolo di semplici abbellimenti saltuari. Insomma: la didattica odierna è sempre più una didattica “stile Invalsi”.
Ormai, per modificare i comportamenti dei docenti è stato escluso il metodo classico, che prevedeva la preparazione di nuovi programmi e la predisposizione di piani di formazione, poiché presupponeva procedure troppo costose, troppo democratiche e poco efficaci: l’introduzione dei test collegati a politiche premiali si è dimostrata molto più efficiente.

7. La didattica a test
Adriana Presentini, insegnante elementare, nel 2010 dopo aver fatto svolgere la prova di comprensione Invalsi ai propri alunni e alunne di seconda, ha organizzato tra di loro la discussione e la riflessione sul racconto oggetto del test.(2) Si è trattato di un “lavoro di discussione filosofica”, come lei lo chiama, in cui i bambini dapprima hanno formulato e discusso domande da porre al testo, quindi hanno scelto la domanda che a loro giudizio era più interessante e ne hanno ripreso la discussione mettendo a confronto le loro interpretazioni e le loro risposte.
A questo punto però sono tornati ai test Invalsi e hanno analizzato insieme le domande e le risposte, giuste e sbagliate, che il questionario a risposta multipla aveva loro imposto, e in particolare quelle a cui molti avevano risposto in modo “sbagliato”. Alla domanda sulla “morale della favola”, per esempio, i bambini durante il loro lavoro di discussione filosofica avevano formulato ben nove possibili risposte, ognuna sulla base di un’argomentazione fondata e interessante; poi ne hanno scelta una, la preferita, talmente evocativa che hanno deciso di costruirci sopra la rappresentazione teatrale di fine anno scolastico. Su quella stessa domanda il questionario Invalsi proponeva quattro risposte, di cui solo una giusta, ma – come commenta, dopo la discussione, Presentini – “le risposte date per giuste dai bambini non erano affatto illogiche, benché considerate sbagliate dagli organizzatori delle prove”.
Questa esperienza – da leggere nella trascrizione originale come una vera avventura nel mondo della riflessione infantile – ci mostra che attività di comprensione proposte nella maniera di questi test irrigidiscono il processo di apprendimento e ne riducono la complessità. Agiscono come mannaie sul pensiero divergente che non ha spazio per essere espresso e articolato, schiacciano l’idea del comprendere sulla dicotomia vero-falso, togliendo credito a ogni risposta non coincidente con quella predisposta come vera.
La censura colpisce, come in un dòmino a salire, il bambino, l’insegnante, la classe, sino alla scuola (magari esclusa dal tirocinio formativo perché risultante “sotto la media”).
Racconta un insegnante che a un test psicologico nella scuola materna un bambino prese il cucchiaio ricevuto e, invece di introdurlo nella tazza, lo mise nella scarpa; gli operatori preoccupati chiesero al bambino la ragione di quella scelta e lui, tranquillo, rispose che l’aveva fatto per ridere. Ora, nella scuola primaria, si ride meno.

8. Leggere: una questione di rapidità
Come accennato, tra i test è prevista ormai da alcuni anni una prova preliminare di lettura per i bambini e le bambine di seconda classe della scuola primaria. L’esercizio viene esplicitamente previsto come prova di velocità, eseguita sotto gli occhi dei “somministratori” provvisti di cronometro. Gli insegnanti, infatti, trasformati in operatori scientifici per conto dell’Invalsi, devono procurarsi il contasecondi e tutto lo svolgimento è organizzato alla maniera delle competizioni sportive, come si legge nel “Manuale per il somministratore” del 2012:
Dare il via dicendo “Ora girate la pagina e cominciate” e far partire il cronometro, iniziando a contare i due minuti previsti per lo svolgimento della prova preliminare. È fondamentale in questa prova rispettare rigorosamente il tempo di somministrazione. Trascorsi i due minuti, dire agli allievi di posare subito la penna e chiudere i fascicoli. Passare a ritirarli, rassicurando coloro che non fossero riusciti a portare a termine la prova, ribadendo loro che ciò non deve essere motivo di preoccupazione alcuna.(3)
Chi insegna a scuola sa che il fattore velocità interferisce negativamente sull’apprendimento della lettura. Il bambino si emoziona e si angoscia, “fa la gara” invece di impegnarsi con tranquillità per portare a termine il suo compito. Solitamente, quelle poche volte in cui occorre avere elementi certi sulla rapidità e qualità della decodifica dei testi da parte di un bambino, l’insegnante li raccoglie senza mostrare il cronometro; il suo uso esplicito invece trasmette l’idea che la lettura sia un pratica frettolosa. Inoltre occorre riflettere sul particolare del ritiro della prova trascorsi i due minuti. Per comprendere quanto possa risultare drammatico questo aspetto, apparentemente trascurabile, per un bambino o una bambina di sette anni, bisogna fare uno sforzo di decentramento cognitivo: immaginate, da adulti, di andare a effettuare un concorso importante per il vostro futuro e provate a pensare che i tempi di cui pensavate di aver bisogno per mostrare la vostra preparazione siano dimezzati e che quindi, prima del termine del vostro svolgimento, gli organizzatori vi intimino di “posare subito la penna e chiudere i fascicoli”, indi passino a ritirarli “rassicurando [voi] che non [siete] riusciti a portare a termine la prova”. Vi sentireste rassicurati? (4)
Ormai sono vent’anni che “Come un romanzo” di Daniel Pennac è stato pubblicato in Italia e che il suo decalogo con “I diritti imprescrittibili del lettore” è divenuto il riferimento per tanti insegnanti che ritengono la lettura un’attività profondamente collegata alla motivazione, al piacere, alla personalizzazione dell’approccio. Forse al decalogo occorrerebbe aggiungere un undicesimo punto, per contrastare i rischi, non prevedibili a suo tempo da Pennac, implicati dallo stile Invalsi: il diritto a leggere lentamente.

9. Biro o matita? Sciocchezze trascurabili

Un ultimo elemento che può apparire irrilevante a chi non ha esperienza di scuola primaria. Per esplicita direttiva, i test devono essere compilati con la penna non cancellabile. Non sono ammesse eccezioni. Eppure basta entrare in qualche classe seconda per accorgersi immediatamente che solo pochi insegnanti fanno usare la penna già in questa fase. Si usa la matita perché in questo modo l’errore può essere corretto, e nelle prime fasi del processo di apprendimento della scrittura è bene che sia così, in modo che non crescano ansie sull’errore “irrimediabile”. Cancellare e riscrivere ciò che si sbaglia può essere vissuto come il lavoro di perfezionamento di un artigiano, come la rifinitura di uno scrittore alle prese con il suo elaborato; si impara dai propri errori. Solitamente il passaggio alla penna è graduale, diverso da classe a classe e seguito da vicino dagli insegnanti del team, in accordo tra loro. In molti casi viene anche previsto un passaggio intermedio attraverso un periodo con la penna cancellabile. Quindi il test Invalsi con questa prescrizione ha l’effetto di un elefante in una cristalleria: manda in frantumi la progressione scelta dagli insegnanti e obbliga dall’esterno tutti i bambini e le bambine d’Italia a “passare alla penna” da un giorno all’altro, in una situazione di esame con esaminatori non della propria classe. So che alcuni pensano: “Suvvia, sappiamo che c’è differenza, ma si tratta di una prova di pochi minuti...”. Anche in questo caso solo uno sforzo di decentramento cognitivo può aiutare un adulto a comprendere realmente ciò di cui si sta discutendo. Immaginatevi allora nuovamente in quel concorso cui si accennava prima, alle prese con un esercizio che implica la semplice digitazione e formattazione di un testo; immaginate però di dover lavorare con un software che non avete mai usato. Ricordatevi inoltre che il tempo è ridotto. Davvero ritenete ancora che si tratti di una sciocchezza trascurabile?
Solitamente, in classe, proprio nelle seconde, il consiglio che si dà alle bambine e ai bambini di fronte a una prova importante che non sia centrata sull’abilità nell’uso dello strumento di scrittura è: “Usate matita o biro, la scelta è libera, usate lo strumento col quale vi sentite più a vostro agio”. Oggi questa linea di condotta viene sempre più sostituita dal passaggio alla penna biro nel secondo quadrimestre, in modo da arrivare alle prove Invalsi di maggio con una sufficiente esperienza.

Conclusione
Fermiamoci qui. Dunque in un contesto neoliberista già fortemente condizionante, la scuola primaria è stata dapprima destrutturata nei suoi modelli organizzativi e forzata ad adottare le vecchie valutazioni potenzialmente selettive. Quindi su questa situazione l’imposizione dei test per valutare il sistema ha iniziato a operare con un forte potere di ricatto sui docenti. Questi test sono divenuti in breve tempo – con la loro forte carica di unilateralità, individualismo, estraneità alla tradizione didattica consolidata – dei potenti fattori di trasformazione delle pratiche degli insegnanti. Il questionario a risposta multipla, che era una delle tante forme dell’esercizio scolastico, sta divenendo l’esercizio principe, quello cui si chiede conto dell’efficacia dell’insegnamento. L’illusione di misurare, di comprendere e magari di migliorare la qualità della didattica nella scuola primaria passa attraverso queste immani raccolte di dati che ogni anno impegnano tutti i bambini e gli insegnanti. Oggi, la scelta di provare a difendere la multiformità, complessità e imprevedibilità del pensiero infantile e la dimensione relazionale del processo di insegnamento è un po’ più difficile, e ha parecchio a che fare con l’atteggiamento verso questi test.


(1). D. Checchi, A. Ichino e G. Vittadini, Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici, sito Invalsi, 4 dicembre 2008.

(2). Il resoconto dell’esperienza è disponibile in .

(3). Nell’originale le parole in corsivo sono sottolineate.

(4). Ovviamente queste riflessioni sono fatte avendo come riferimento il bambino o la bambina nella propria classe con le proprie maestre in una situazione tranquilla: il tutto quindi peggiora ulteriormente in situazione “in vitro” come quella che chiede di organizzare l’Invalsi, con osservatori esterni, in aule diverse, separando i banchi ecc.