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Noi fratelli di Pinocchio

di Donato Salzarulo da Vivalascuola

domenica 21 aprile 2013

Noi fratelli di Pinocchio

di Donato Salzarulo da vivalascuola

«La figura di Pinocchio è una metafora che guida me e anche l’Italia.» (S. Stewart-Steinberg)

1.- E’ bene dirlo subito: non siamo soltanto lettori di Pinocchio dalla fanciullezza. Ne siamo fratelli. Se anche siamo diventati ragazzi per bene ed onesti, la spoglia del burattino è ancora lì sulla sedia. A indicarci il nostro passato e il nostro presente. E’ metafora della nostra crisi di attaccamento alla società, della difficoltà e problematicità di questo nostro rapporto. E poiché società è concetto ad elevato livello di astrazione, è metafora di come siamo legati a parenti, amici, gruppi sociali, comunità virtuali. In breve alla sfera socio-politica.

Pinocchio, il nostro burattino, esce la prima volta a puntate sul “Il Giornale dei bambini” tra il luglio del 1881 e il gennaio del 1883. Viene poi pubblicato in volume a Firenze nel 1883. Il Regno d’Italia è stato proclamato da vent’anni e da dieci Roma capitale. Il liberalismo risorgimentale mostrava segni di crisi. «Ormai non basta più dirsi liberale», annotava Francesco De Sanctis in un intervento del 1878. La spaccatura fra Stato e Chiesa produceva una virulenta crisi religiosa, insieme alla necessità di inventare una tradizione nazionale, di creare una religione civica. Tradizione significa padri. Superamento della crisi della funzione paterna di origine religiosa. Pinocchio prende vita proprio nel bel mezzo di un insieme di discorsi relativi al soggetto moderno, post-liberale.

2.- Nel 1923 Prezzolini scriveva: «Chi capisce la bellezza di Pinocchio, capisce l’Italia». Cioè, gli italiani. Per questo, in occasione del 150° dell’Unità, ho ripreso in mano il libro di Collodi. L’ho ripreso, come spesso capita, stimolato da un altro libro. Autrice: Suzanne Stewart-Steinberg, docente di Studi Italiani e Letteratura comparata alla Brown University, negli USA. Titolo: L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità (Elliot Edizioni, 2011). Il sottotitolo originale è più esplicito e rievoca la massima attribuita a D’Azeglio sul “fare gli italiani”: On Making Italians.

Pinocchio non ha la trama di un romanzo di formazione. E’ la storia di un burattino senza fili, fabbricato dal povero falegname Geppetto che, dopo aver vissuto una serie di avventure (alcune anche mortali), si trasforma in un ragazzino onesto e per bene. Una storia con elementi e tratti da favola. Dal pezzo di legno che emette la sua debole vocina, agli animali parlanti, alla Fata. Per chi scriveva Collodi? E con quale intento? Si rivolgeva soltanto ai bambini per trasformarli da monelli in bravi fanciulli? E cosa intendeva, allora, Prezzolini quando ci invitava a cogliere il collegamento tra la condizione di burattino senza fili di Pinocchio e l’Italia? In che senso egli ci rappresenta?…

3. – Anche se pubblicato su un giornale dei bambini, Collodi non pensava che fossero soltanto loro i destinatari del libro. Egli partecipa al progetto educativo del “fare gli italiani” che sono, come nazione, ancora infantili. Deve essere la scuola, innanzi tutto, a farli, ma tutta la nazione deve trasformarsi in scuola. Sotto questo profilo Pinocchio è un dispositivo pedagogico, una figura produttiva capace di educare, mentre viene educata e si auto-educa, una “macchina influenzante”. È un’icona culturale di una nazione in cerca d’identità, un emblema declinato secondo un progetto di genere destinato costitutivamente e unicamente ai maschi.

4.- Post-moderni o figli, da quasi un secolo e mezzo, di una “complessa modernità”, per farci e dirci italiani, ci siamo inventati un modo di esserlo. Alla Renzo e Lucia? Suvvia… Vuoi mettere il fascino di Pinocchio, l’incanto di questo burattino senza fili, intagliato da un pezzo di legno non di lusso, «di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze», con occhi che si muovono, capaci di farsi occhiacci, e bocca che ride e parla, e mani e piedi. Non è umano ed è umano. E’ «allo stesso tempo un ragazzo e un uomo (la sua età è stata oggetto di un intenso dibattito): ribelle laico ma anche Cristo moderno e popolare; burattino ma anche essere che agisce secondo la propria volontà.» (pag. 18)

Che tipo di burattino è il nostro rappresentante? E’ senza fili. Non è alla mercé, quindi, di un burattinaio che lo muova e gli suggerisca parole per le sue imprese. Il falegname Geppetto, questa sorta di “padre buono”, lo sta ancora intagliando e fabbricando e diventa subito oggetto di risate, canzonature, linguacce, insolenze. «- Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! ». Gli ha appena costruito i piedi e sente un calcio arrivargli sulla punta del naso. Gli ha da poco insegnato a mettere un passo dopo l’altro, che lo vede camminare da sé e correre per la stanza, «finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare».

Il corpo di Pinocchio è autonomo, si muove perché lo decide lui. E’ vero, il burattino non ha fili. Suzanne Stewart-Steinberg nel suo libro «si occupa di tutti quei fili invisibili ai quali potrebbe essere attaccato». Sono i fili invisibili dell’ideologia. Più è invisibile, più è efficace. Essa non è falsa coscienza. Colla immateriale e immaginaria lega i soggetti a un apparato. Fosse pure la mitologia di un blog o di un net-work. Fuori di sé e schiavi di sé. Metafora privilegiata per indicare il soggetto moderno, l’autrice utilizza Pinocchio collocandolo «nell’ambito di un discorso più ampio sul soggetto post-liberale, un soggetto che emerge dal punto di confluenza di due altri discorsi: da un lato quello che riguarda il problema dell’ideologia, dall’altro quello che riguarda la materialità della vita, la materialità di una forma di biopolitica che trova nel positivismo la sua più articolata espressione.» (pag. 17)

5.- Effetto Pinocchio. Cos’è? Scrive Stewart-Steinberg:

«Ciò che io ho definito “effetto Pinocchio” è proprio questa strana commistione tra l’ansia per la potenziale vacuità del soggetto italiano (per il suo carattere inventato e retorico, per la sua immaturità e persino per la sua natura inumana, di burattino) e la tendenza a interrogarsi in maniera approfondita sul legame sociale, in una società moderna, post-liberale.» (pag. 17)

Italiani a rischio di marginalizzazione e impotenza. Soggetti a sovranità limitata. Superficiali, retorici, inconsistenti, infantili. Affetti da linguaggio emotivo, sentimentale. Ingovernabili. Quante volte, in questi giorni, all’indomani dei risultati elettorali, ci siamo scambiati questi epiteti? Pinocchio è il nostro biglietto da visita.

Forse è un libro che può tornare ancora utile in questo particolare passaggio della nostra storia nazionale, purché si comprenda che il nostro compito oggi non è più quello di “fare gli italiani”, ma gli europei. L’Europa esiste: come espressione geografica, continente fisico, mercato integrato, moneta unica, ma gli europei non ci sono ancora. E’ un soggetto vuoto. Come eravamo noi italiani, dopo l’Unità. Non c’è ancora l’Europa sociale; quella politica è insufficiente e parla prevalentemente la lingua dei banchieri. Da qui la nostra ansia. Il nostro non sapere se restare nell’euro o uscire. Se tenerci stretti al nostro stato nazionale, che pur ha ceduto pezzi di sovranità, o se spingere l’acceleratore verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa. Da qui le domande sulla natura del nostro “legame sociale” e politico. Che democrazia è questa se mercati e troika assegnano agli stati membri compiti da svolgere e “dimettono” presidenti di Consiglio provvisti di regolare fiducia dei loro Parlamenti?…

6.- Pinocchio ha un successo immediato. Tradotto in duecento lingue, continua ad essere un best-seller. Ha ispirato pellicole cinematografiche e riduzioni televisive. E’ oggetto di culto e prodotto seriale delle industrie di giocattolo. Ha stimolato una quantità sterminata di interpretazioni: letterarie, psicopedagogiche, psicanalitiche, politiche, teatrali. La “Pinocchiologia” è sempre fiorente. Suzanne Stewart-Steinberg non intende aggiungere interpretazioni a quelle esistenti.
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