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INVALSI

L’INVALSI SALE IN CATTEDRA

di Beppi Zambon

sabato 13 aprile 2013

L’INVALSI SALE IN CATTEDRA

L’8 marzo 2013 il governo Monti ha dato vita al SVN (Sistema Nazionale di Valutazione), un sistema mai discusso all’interno delle scuole e anzi bocciato da moltissimi collegi docenti quando fu proposto sotto forma di sperimentazione; lo stesso Consiglio di Stato aveva dato un parere fortemente critico, così come aveva fatto il CNPI.
Ciò non ostante il Governo ha proceduto e il SVN è divenuto legge dello Stato, strumento costitutivo del processo educativo italiano: un Governo dimissionario, in carica per l’ordinaria amministrazione non ne dovrebbe avere l’autorità, qualcuno solleverà il dubbio di legittimità: staremo a vedere, intanto noi ci troviamo di fronte al fatto compiuto, ad uno strumento coercitivo che diventerà centrale nella vita delle scuole italiane, piegandole alla logica della privatizzazione, della scuola azienda. La logica della Qualità Totale (TQM) applicata alla scuola, come se la didattica fosse il modello produttivo di una fabbrica Toyota, con tempi e metodi atti a misurare quegli elementi (sempre che essi si configurino come misurabili) quali gli apprendimenti, le conoscenze, le abilità, le applicazioni, gli interessi, le capacità. Con quali innovativi strumenti sarà fattibile tutto ciò: si mette in mano all’INVALSI l’individuazione dei criteri valoriali che orienteranno l’azione quotidiana delle nostre scuole.
A questo, va sommato, sul piano più specificatamente studentesco l’introduzione di uno strisciante e subdolo criterio selettivo per poter accedere al sistema dei Licei, un anticipo dei test per l’ingresso alle facoltà universitarie, che allude alla strutturazione di sistemi scolastici sempre più chiusi, compartimentati, selettivi: esattamente il contrario di quello che è emerso dal pensiero comune di studenti e genitori, da quello che statuisce quella carta straccia della nostra Costituzione ma è anche l’opposto di quanto sembrava utile predisporre per sanare la divaricazione emersa con il calo dei diplomati e degli iscritti e laureati italiani, rispetto agli altri paesi europei; a tutti gli effetti, un controsenso, che ci porta sempre più lontano dai parametri europei, dagli standard dei paesi più avanzati sul piano economico.

Vediamo sinteticamente cosa prevede il provvedimento sul Sistema di Valutazione:

1) “Autovalutazione”: la scuola si "autovaluta" sulla base dei risultati dei quiz INVALSI e dei parametri strutturali forniti dal MIUR e, se vuole, in base ad altri indicatori scelti autonomamente. Poi redige un rapporto su un modello in formato elettronico che arriverà direttamente dall’Invalsi ed elabora un piano di miglioramento. È l’Invalsi che valuta e insieme decide cosa valutare; è chiaro che le scuole correranno ad allinearsi ai parametri di qualità indicati, trascurando tutto ciò che non sarà oggetto di rilevazione e valutazione, anche perché la legge di stabilità ha stabilito che dal prossimo anno i fondi alle scuole saranno quantificati in base ai risultati di qualità.

2) Valutazione esterna: in base ai risultati forniti dai rapporti, si individueranno le scuole da sottoporre a vrifica: ci saranno visite dei nuclei di valutazione esterni costituiti da ispettori e "esperti" formati e selezionati dall’Invalsi; essi riformuleranno il piano di miglioramento a cui la scuola dovrà attenersi: di fatto viene compressa la libertà d’insegnamento.

3) Azioni di miglioramento: entra in campo l’INDIRE che supporta le scuole nella definizione dei piani di miglioramento attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, di progetti di “miglioramento della didattica”, di corsi di formazione in servizio per docenti, ATA e DS; il tutto potendo avvalersi anche di privati.

4) Valutazione dei DS: anche i presidi, tramite gli USR, saranno sottoposti a valutazione.

Nessuno dice cosa succederà alla scuole che, nonostante la cura, non riusciranno a raggiungere gli standard previsti, ma la realtà degli USA ci dice che queste scuole vengono chiuse e i docenti licenziati (d’altra parte la legge Brunetta prevede il licenziamento dei dipendenti pubblici a fronte di performance ripetutamente negative).
Parlano di innalzamento della qualità, mentre la drammatica realtà è che questo sistema di valutazione abbasserà rapidamente e con danni irreparabili la qualità della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come già accaduto nella scuola inglese e statunitense, da dove arrivano forti critiche al modello di didattica che – ora – ci vogliono imporre. Una quantità enorme di risorse sarà ulteriormente dirottata nella burocrazia (già immaginiamo i moduli e i modelli da riempire) e sottratta al lavoro concreto della classe e della didattica, ma ancor più pericoloso sarà il potere retroattivo dei piani di "miglioramento": ci verrà chiesto di adeguare le nostre programmazioni e gran parte della nostra attività in base agli indicatori stabiliti dall’Invalsi, pena la "cura" a suon di ispettori e di corsi di "miglioramento". I docenti italiani devono saper reagire ed essere in prima fila nella difesa della libertà d’insegnamento e della qualità della scuola pubblica italiana: solo una scuola pubblica di qualità può bloccare la svalorizzazione e la privatizzazione della scuola. La scuola è un bene comune irrinunciabile e come tale va difeso con tutte le nostre capacità e forze, bisogna assolutamente invertire la rotta, gli ultimi dati statistici europei ci danno all’ultimo posto per spesa pubblica in cultura e penultimo in pubblica istruzione, infatti secondo uno studio pubblicato il 6 aprile da Eurostat, l’istituto di statistica europeo, che ha messo a confronto la spesa pubblica nel 2011, in cultura spendono ormai tutti più di noi: dalla Germania (1,8% del Pil) alla Francia (2,5%) fino al Regno Unito al 2,1%. Anche la media del vecchio Continente è impietosa: se l’Italia si ferma all’1,1% del Pil, meritandosi la “maglia nera”, nell’Ue si spende esattamente il doppio e, per quanto riguarda il sovvenzionamento della scuola, da quella d’infanzia alle superiori, non va meglio: per l’istruzione si spende solo l’8,5% del Pil, mentre nell’Unione europea si viaggia ad una media del 10,9%. L’ultimo posto stavolta non è nostro, ma davvero per poco: peggio dell’Italia fa solo la Grecia.

In questo contesto le giornate di lotta e sciopero lanciate dai Cobas della Scuola per il 7 maggio nelle materne ed elementari, per il 14 nelle medie e il 16 nelle superiori, contro i quiz-Invalsi che immiseriscono la scuola e l’istruzione, per cancellare il Sistema di valutazione che annulla la libertà di insegnamento e subordina scuole, studenti, docenti e i loro salari, a demenziali indovinelli, per l’assunzione dei precari su tutti i posti disponibili, per dire no alle prove selettive per entrare a scuola e alle classi-pollaio, ci sembrano una buona occasione su cui investire tutta la nostra fantasia, tutta la nostra creatività.

Beppi Zambon