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Autonomia

La tanto lodata Autonomia Scolastica era una bufala

di Giovanna Lopresti

martedì 19 marzo 2013

La tanto lodata Autonomia Scolastica era una bufala

di Giovanna Lo Presti da vivalascuola

Sono amaramente contenta – si è dimostrato in modo definitivo, con l’ultimo taglio al Fondo d’Istituto, quanto posticcio, velleitario, falso e bugiardo fosse il progetto dell’autonomia scolastica. Non ci voleva un genio per capire che, ab origine, l’autonomia scolastica nasceva storpia e figlia di un mostruoso parto plurigemellare. Il Contratto collettivo nazionale di lavoro (si parla di tempi in cui i contratti, male e in ritardo, venivano comunque rinnovati; era il 1999) affermava, all’articolo 6:

“Contestualmente con la piena attuazione dell’autonomia scolastica e con l’attribuzione della dirigenza ai capi d’istituto, ciascuna istituzione scolastica è sede di contrattazione integrativa, nel rispetto delle competenze del capo di istituto e degli organi collegiali”.

Eccoli qui, gli altri “gemelli”: la dirigenza dei capi d’istituto e la contrattazione integrativa. Autonomia scolastica e differenziazione retributiva del personale della scuola, attraverso l’attribuzione del salario accessorio, nascono quindi strettamente legate. Ma, ricordiamolo, il Fondo di Istituto non è nient’altro che una parte del monte salariale complessivo dei lavoratori della scuola destinata a retribuire prestazioni lavorative aggiuntive: è una quota che potrebbe essere suddivisa tra tutti, ma che viene destinata – previa contrattazione di istituto – a pochi.

Dal 2000 ai giorni nostri il FIS si è sciolto, anno dopo anno, come un mucchietto di neve al sole. Nel gennaio del 2012 un bell’articolo di Salvo Intravaia proponeva cifre che molti di noi conoscono per esperienza: nel 2000 la parte di finanziamento che andava direttamente alle scuole era di 166,7 milioni di euro (cifra comunque irrisoria per sostenere l’ambizioso progetto dell’autonomia scolastica), nel 2012 tale cifra era di 11 milioni, pari al 93 per cento della somma iniziale.

Ad un anno di distanza, il pugno di mosche si è ancora ridotto: ma intanto il dirigismo, degenerazione della già preoccupante idea manageriale applicata ai presidi, trionfa e l’idea che la diversificazione salariale sia la strada giusta per uscire dal binario morto su cui staziona la scuola italiana impera. Ecco cosa resta di un progetto malnato: lo strapotere dei presidi (i quali, non a caso, si lamentano di averne poco – segno certo che ne hanno anche troppo) e l’ideologia meritocratica, un vero tossico pervasivo.

Intanto nelle scuole vige il particolarismo feudale (che è cosa diversa dall’autonomia): la perfida idea di mettere in competizione gli uni contro gli altri gli istituti scolastici ha messo radici, e dà adesso i suoi frutti velenosi. Sempre più vecchi, sempre più messi alla berlina come nullafacenti, sempre più disgregati al loro interno, gli insegnanti italiani pagano caro il fatto di non essere stati sospettosi ed agguerriti quando era il caso di esserlo – e cioè una quindicina d’anni fa. Sarebbe stato giusto non cedere alle sirene dell’Autonomia e capire da subito (lo si poteva fare, visto che la denuncia della scuola-azienda era già allora la parola d’ordine di tutto il sindacalismo di base) che la tanto lodata Autonomia Scolastica era una bufala, un progetto inconsistente o meglio un progetto che, fingendo di incrementare la possibilità per le singole scuole di elaborare un piano educativo rispondente alle proprie esigenze, di fatto mirava soltanto ad alleggerire il bilancio dello Stato da una spesa per l’istruzione giudicata troppo onerosa.

Però, visto che il salario accessorio non spiaceva a tre categorie purtroppo ben rappresentate tra gli insegnanti (e fors’anche tra i non docenti) e cioè i Primi della Classe (quelli che fanno sempre tutto meglio di tutti gli altri e per questo si aspettano di essere premiati), gli Zelanti (quelli che fanno sempre quel che gli si dice di fare e per questo si aspettano di essere premiati) e i Rapaci (quelli che, pur non facendo né meglio né più di altri, desiderano semplicemente guadagnare di più) il rito della spartizione del FIS attraverso la contrattazione di Istituto è andato avanti.

Intanto la scuola ha perso 150.000 posti di lavoro in pochi anni, le retribuzioni, a contratto bloccato, sono ferme dal 2009, e quanto agli scatti d’anzianità vedremo poi come andrà a finire. Soprattutto si è persa, nell’immaginario collettivo degli insegnanti, l’idea forte che a scuola si vada per imparare e che la scuola pubblica sia fondamentale per una reale equità sociale. E per imparare, in tempi di estrema complessità sociale quali sono i nostri, servono grandi risorse e non i quattro soldi del FIS. Servono insegnanti colti e retribuiti adeguatamente – e non pagliacci pronti a mettere in atto qualsiasi diavoleria venga proposta dal Ministero (penso alla LIM, tanto per fare un esempio – penso ai progetti Vales e similari) pur di non restare indietro rispetto alla scuola concorrente, pur di guadagnare quattro soldi.

Perciò sono amaramente contenta che il FIS sia ridotto ad una miseria – e spero che un numero sempre più grande di insegnanti rivendichi dignità per il proprio lavoro che, in concreto, significa fine della piaga del precariato, rinnovo del contratto con forti aumenti salariali, restituzione senza condizione degli scatti d’anzianità, ridiscussione della controriforma pensionistica ed anche, è naturale, fondi consistenti per il vero miglioramento dell’offerta formativa, che vuol dire lavorare in scuole sicure, decorose e ben attrezzate, lasciando da parte la competizione con la scuola accanto e la competizione con il proprio collega. Se questo non accadrà, se gli insegnanti italiani non avranno uno scatto d’orgoglio, si sa già cosa ci aspetta: carichi di lavoro aumentati, a parità di salario, quattro soldi in più per i mercenari sempre pronti a vendersi ed una cattedra zoppicante dietro alla quale invecchiare.