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proposta

La nostra scuola nella crisi.

di Beppi Zambon

mercoledì 6 marzo 2013

La nostra scuola nella crisi.

Lunedì 4 marzo sulla Repubblica Salvo Intravaia ci ricordava che il ministro Profumo ha in tasca la riduzione di 1 anno del ciclo di studi per i futuri cittadini italiani, seguendo il modello applicato in diversi paesi europei: lo sapevamo da tempo e ci abbiamo lottato contro fin dai tempi di Berlinguer e della Moratti, non tanto per conservare il posto di lavoro a tutti i lavoratori della scuola ma piuttosto a difesa dei tempi lunghi della didattica e della scolarizzazione.
Questa volontà l’abbiamo segnalata anche nell’autunno di mobilitazione del mondo della scuola ma è stata presa sottogamba di fronte all’esacerbante provocazione delle 24 ore pagate 18 e dell’introduzione del comando puro quale strumento di gestione delle scuole.

Oggi siamo punto a capo nella scuola, fingendo che nulla sia successo, anche se dietro alle spalle abbiamo una rivolta sociale latente che ha saputo manifestare tutto il suo peso – per il momento - solo nelle urne. Dobbiamo evitare che si ripeta lo scippo della volontà popolare, così come è avvenuto con i referendum – non li avrete scordati ?! - di quasi 2 anni fa.
Chi è nel panico, chi si strappa i capelli è bene che rifletta su quanto è appena avvenuto: il 20% ha espresso il suo rifiuto delle scelte economiche, politiche e sociali non andando a votare, il 25% lo ha fatto esprimendo un potente TUTTI A CASA, il 25% ha optato per una moderata richiesta di cambiamento, il 30% ha votato per mantenere i privilegi fin qui goduti. Troppo semplicistico a fronte di dotte disquisizioni sui flussi e il travaso dei voti, sicuramente, ma queste non risolvono nulla dinanzi alla semplice realtà dei fatti, con cui dobbiamo fare i conti.

Siamo in tempo di rivoluzioni, intese come cambiamenti profondi nella struttura della società, e il voto ne è stato lo specchio, facendo intravvedere le potenzialità che permeano questo divenire sociale.
In questi giorni i presidi si affannano a promuovere le cl@ssi 2.0 oppure l’introduzione generalizzata delle LIM, lo stanno facendo di soppiatto da furbetti per un piatto di lenticchie o scontrandosi con i collegi docenti o mettendo docenti contro docenti, proponendo – loro - l’innovazione contro la conservazione.

Non possiamo lasciarci trascinare in questa deriva: il problema non possono essere le nuove tecnologie applicate alla didattica e alla trasmissione dei saperi ma quale didattica utilizzare e come, quali saperi riprodurre e a quali fini. Su questo è fondamentale dare battaglia, questa può essere un’idea forte capace di durare oltre un collegio docenti.
Insomma, a mio avviso, non dobbiamo fasciarci la testa, anzi il quadro politico che si è aperto, pur nella sua incertezza e contradditorietà, ci apre la possibilità di rilanciare la corsa dei nostri cavalli di battaglia e i nostri valori, finora sempre disattesi dalla governance istituzionale, perché – e il voto ne ha dato riscontro – sono costituenti l’immaginario sociale collettivo. Possiamo, dunque, riaprire i giochi sugli investimenti per la scuola pubblica e la sicurezza nei posti di lavoro; sulla didattica e l’aggiornamento/qualificazione del personale; sul contratto e l’apertura delle scuole al territorio; la formazione e la stabilizzazione dei precari.
Si può aprire una nuova fase se non si è autoreferenziali, se ci si confronta a maglie larghe, se si evitano gli steccati ideologici, se si rinuncia agli interessi particolari di piccola o grande bottega sindacale.

Beppi Zambon