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MOBBING

di presidi padroni, di mobbing, di altro ...

da retescuole.net

giovedì 28 febbraio 2013

Presidi che “disertano” la scuola, studenti che giocano a carte, diritto all’attività didattica violato, la piaga del mobbing.

Polibio polibio.polibio@hotmail.it

Fotografie, filmati, registrazioni, anche utilizzando telefoni cellulari, per dimostrare l’esistenza delle irregolarità; per tutelarsi dalle reazioni dei presidi-padroni che “negano” o “nascondono” le irregolarità e che reagiscono con comportamenti psicologicamente aggressivi nei confronti di colui/colei o di coloro che hanno “osato” esercitare il diritto di rango costituzionale di portare alla conoscenza della pubblica opinione e delle autorità interessate episodi e comportamenti lesivi della corretta gestione delle istituzioni scolastiche; per contrastare qualsiasi comportamento lesivo della dignità umana all’interno delle scuole e per tutelare l’integrità psico-fisica dei lavoratori. I riferimenti normativi per contrastare la piaga del mobbing sono l’art. 57 del decreto legislativo n. 165 del 30 marzo 2001, le disposizioni contenute nella direttiva emanata il 4 marzo 2011 dal ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, di concerto con il ministro per le pari opportunità, recante linee guida sulle modalità di funzionamento dei Comitati unici di garanzia (il Comitato unico di garanzia di ciascun ministero redige lo schema del Codice di condotta per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze morali e psicologiche-mobbing).

Ulteriore riferimento normativo è il vigente Contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto scuola (articoli 98 e 99). Così il comma 1 dell’art. 98 (“Comitato paritetico sul mobbing”) del vigente CCNL: “Per mobbing si intende una forma di violenza morale o psichica nell’ambito del contesto lavorativo, attuato dal datore di lavoro o da dipendenti nei confronti di altro personale. Esso è caratterizzato da una serie di atti, atteggiamenti o comportamenti diversi ripetuti nel tempo in modo sistematico ed abituale, aventi connotazioni aggressive, denigratorie o vessatorie tali da comportare un’afflizione lavorativa idonea a compromettere la salute e/o la professionalità e la dignità del dipendente sul luogo di lavoro, fino all’ipotesi di escluderlo dallo stesso contesto lavorativo”.

Nei Codici di condotta per il contrasto alle determinazioni e alle violenze morali e psicologiche-mobbing si legge che “la prevenzione del mobbing e di qualsiasi forma di discriminazione, molestia o violenza morale e psicologica si realizza attraverso l’adozione di misure organizzative idonee a evitare l’insorgere di situazioni di conflitto e disagio nello svolgimento dell’attività lavorativa”; che è tutelato “il personale che segnala casi di mobbing o episodi di discriminazione o molestie da qualsiasi ritorsione diretta o indiretta”; che “ogni comportamento teso a discriminare, offendere, emarginare o, comunque, a determinare disagio, costituisce violazione dei principi tutelati dal codice ed è pertanto contrario ai doveri d’ufficio e, indipendente dalla configurazione di altre fattispecie di natura penale, civile e amministrativa, è sanzionato disciplinarmente, ai sensi del decreto legislativo 30 marzo 2001 e sue successive modificazioni e integrazioni e dai contratti collettivi nazionali di lavoro”.
La prova – chiamiamola “documentale” – è fondamentale e determinante. Pertanto, le “testimonianze” acquisite dalla persona direttamente interessata, e dalla stessa realizzate a mezzo di fotografie, di filmati, di registrazioni anche utilizzando un telefono cellulare (essendo però presente durante la registrazione e addirittura chiamando un telefono fisso collegato a una segreteria telefonica fornita di un nastro dalla lunga durata), nonché qualsiasi altra immagine fotografica o scena filmata, pubblicità, scrittura, trasmissione televisiva o radiofonica resa comunque di pubblica conoscenza, sono tutte importantissime perché costituiscono prove per dimostrare l’esistenza delle irregolarità, per tutelarsi dalle reazioni dei presidi-padroni che le “negano” e di chiunque altro, per contrastare i comportamenti lesivi della dignità umana. Potrebbero essere addirittura più importanti delle testimonianze fornite da altre persone comunque a conoscenza, anche per essere state presenti, dei fatti. Comunque, oltre a essere fondamentali, avrebbero funzione integrativa.

Se è dimostrabile una serie di procedimenti disciplinari attivati nei confronti della stessa persona, seguiti da irrogazioni di sanzioni disciplinari addirittura anche a raffica. Se è dimostrabile che una sanzione disciplinare è stata irrogata, addirittura di diversa entità, da due persone con funzioni dirigenziali diverse (l’una dopo l’altra, così da costituire un assurdo) nei confronti dello/a stesso/a dipendente, addirittura senza avere ascoltato, nonostante la formale richiesta notificatagli, la persona nei confronti della quale avevano attivato i procedimenti disciplinari. Non è altrettanto facile dimostrare, se non si possiede uno strumento di registrazione, e se lo strumento di registrazione non è stato attivato dalla persona nei confronti della quale il preside o chicchessia ha agito arbitrariamente, il comportamento del dirigente scolastico (uomo o donna che sia) che nel corridoio della scuola si rivolge a un’insegnante di sostegno, utilizzando, in presenza di pubblico, termini che non gli sono consentiti, volendola obbligare, nonostante la presenza dell’alunno diversamente abile affidato a quell’insegnante, ad andare in un’altra classe per svolgervi attività di supplenza.
Non è altrettanto facile, se non c’è la registrazione, dimostrare che un dirigente scolastico, comportandosi da preside-padrone, ha trasformato il Collegio dei docenti in una platea riservata ai docenti per svolgere – oltre a “informare” su come si potevano realizzare “sdoppiamenti” di classi (con “iniziative” da aggravio di spese, e tali da “sfuggire” ai controlli, magari e soprattutto quello della Corte dei conti) – un suo “atto di accusa” nei confronti di una persona assente.
Non è altrettanto facile, se non c’è la registrazione, dimostrare il mobbing attuato dal preside, con comportamenti ripetuti nel tempo in modo abituale, per esempio quattro e magari più volte in tre mesi, che entra in classe all’improvviso e svaluta (o comunque si comporta in modo tale, ancora più grave se in modo del tutto illogico, da compromettere la dignità del/della docente sul luogo di lavoro) l’operato del/della docente di fronte agli alunni. Evidentemente si tratta di un preside che non si comporta nel rispetto delle regole: bussare alla porta dell’aula, chiedere il permesso di entrare, entrare se gli è consentito, salutare gli alunni e il/la docente e comportarsi da ospite. Bisogna, quindi, munirsi di registratore per dimostrare le invasioni del preside e il suo comportamento tendente a svalutare l’operato del/della docente di fronte agli alunni.
Particolarmente interessante l’intervento del presidente del Comitato nazionale contro il mobbing-bossing scolastico (O.N.L.U.S. Co.Na.M.Bo.S.), maestro Adriano Fontani, all’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte di appello di Firenze (28 gennaio 2012). Sarà oggetto di un prossimo articolo di Polibio.

Di recente, nei siti e nei blog è presente un articolo di Lucio Garofalo (“Amare confessioni di un maestro in crisi”), nel quale – subito dopo avere espresso il suo rammarico per “l’eccessiva invadenza”, per la “disinvoltura dei comportamenti”, per la “spregiudicatezza e la villania di alcuni genitori e dei loro figli scostumati e prepotenti”, cosicché “francamente non se ne può più di una scuola in cui l’invadenza e l’arroganza dei genitori sono un malcostume esagerato e diffuso, quanto intollerabile, in cui le classi da gestire sono sempre più caotiche e numerose oltre i limiti del normale buon senso” – è scritto che quella attuale è “una scuola in cui la cosiddetta ‘autonomia scolastica’ viene spesso scambiata dai dirigenti per una sorta di ‘tirannia’ o arbitrio personale, per cui ne consegue che le scelte sono inopinate e discutibili, fin troppo discrezionali, decise in modo solitario e antidemocratico, con metodi autoritari e verticistici, causando ingiustizie e malcontenti. Una scuola che è diventata un luogo di lavoro alienante e stressante …, in cui il ruolo dell’educatore viene mortificato e sottovalutato …, con i test a risposta multipla …, una scuola a ‘quiz’” della quale “non se ne può più”.
Ebbene, dati gli “arbitri personali”, la sorta di “tirannia”, le “scelte inopinate e discutibili”, le decisioni “in modo antidemocratico”, i “metodi autoritari” che causano “ingiustizie”, ovviamente praticati da “presidi-padroni” (tuttavia senza generalizzare), la proposta (che si evidenzia come una necessità) del preside democraticamente eletto risulta funzionale per restituire alla scuola (agli insegnanti e al personale Ata) quella correttezza in termini di organizzazione e di rispetto dei diritti dei lavoratori che è fondamentale per l’efficienza e l’efficacia del percorso di istruzione e di formazione degli studenti.
Inoltre, non vi sarebbero più i presidi che “disertano” la scuola (e non si sa dove si trovano durante le attività didattiche), una sorta di “eclissi di preside”, e non vi sarebbero più i “collaboratori” del preside che si allontano dalla loro aula (sostanzialmente, perché “costretti” a farlo) quando il preside non è a scuola (lasciando nell’aula gli studenti, da soli, e non dobbiamo stupirci se giocano a carte, se si rincorrono, se fanno quel che vogliono, così come accade anche quando restano senza insegnante perché non si è provveduto a nominare il supplente). Non vi sarebbe più il “collaboratore” del preside che firma le circolari al posto del preside, che ovviamente, dato che a firmarle è il “collaboratore”, è “assente”.

Il preside democraticamente eletto, peraltro, oltre a mantenere lo stipendio, al massimo maggiorato di un’indennità mensile di funzione pari ad alcune centinaia di euro, continuerebbe a svolgere una parte (per esempio, un terzo) dell’attività didattica settimanale. Risponde del suo operato ai docenti, al personale Ata, ai rappresentanti dei genitori degli alunni in Consiglio d’istituto, agli studenti e ai loro rappresentanti. A conclusione del mandato eventualmente triennale (da confermare per un altro triennio a seguito di nuova elezione) oppure unico di sei anni consecutivi, ritornerebbe a svolgere soltanto la funzione docente, così come accade per il rettore dell’Università, per il direttore di dipartimento, per il prorettore.

Non si comprende perché in una scuola addirittura con meno di 800 studenti e con non più di 1.200 studenti (rispetto a un Ateneo che di studenti ne ha da 20.000 a 80.000) il preside non debba essere democraticamente eletto (il rettore dell’Università viene democraticamente eletto), e perché non debba essere costantemente presente a scuola (fatti salvi gli incontri ufficiali in altre sedi, ovviamente documentati, così come accade per gli insegnanti), proprio per rispondere alle necessità quotidiane, comprese soprattutto quelle improvvisamente emerse. Per quanto concerne le università, l’art. 13, comma 2, del d.p.r. 11.07.1980, n. 382, testualmente recita: “hanno diritto a richiedere una limitazione dell’attività didattica i professori di ruolo che coprano la carica di rettore, prorettore, preside di facoltà e direttori di dipartimento, di presidente di consiglio di corso di laurea, di componente del Consiglio universitario nazionale”.

Quando gli studenti vengono lasciati da soli in un’aula, nella quale, a loro “preferenza” e per loro “libera scelta”, si immergono nell’uso del telefonino o si impegnano nel gioco a carte (quando non si addormentano con la testa sul banco), risultando così immotivatamente ridotto il monte ore complessivo dell’attività didattica annuale, il loro diritto allo studio viene violato. E allora è giusto che di ciò si abbia prova documentale e che le prove documentali vengano diffuse e rese di pubblica conoscenza. Le immagini sono necessarie e importanti per dimostrare ciò che viene violato, e soprattutto per dimostrare la situazione di caos organizzativo, peraltro in un ambiente deputato all’istruzione e alla formazione delle giovani generazioni, nell’ambito del quale le anomalie incidono alquanto negativamente.
Quello del gioco a carte attivato dagli studenti durante le ore “buche” perché nessuno ha provveduto a impegnarli nell’attività didattica (e avrebbe dovuto provvedere il dirigente scolastico, la cui presenza a scuola durante le ore di attività didattica non può venire meno, anche perché in assenza del preside il “collaboratore”, per occuparsi delle emergenti necessità, deve allontanarsi dall’aula e lasciarvi dentro, da soli, gli studenti, a fare il paio con la classe dove gli studenti non hanno l’insegnante e giocano a carte, e quindi anche gli studenti della classe del “collaboratore” del preside giocheranno a carte o col telefonino) è ormai arcinoto. E allora si tratta di un’anomalia che va rimossa, e non va affatto “oscurata”, anche intervenendo presso le autorità competenti, tra le quali (vd. comma 6 dell’art. 60 del d.lgs. n. 165/2001 nella versione novellata dall’art. 71 del d.lgs. n. 150/2009) l’Ispettorato per la funzione pubblica, che opera alle dirette dipendenze del Ministro delegato, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento della funzione pubblica.

Proprio sugli studenti che giocano a carte e con i telefonini, ma anche su altri aspetti non edificanti, era improntata, ispirata, l’interessantissima mostra fotografica personale di Giuseppe Berardi “Cl@ssi 2.0 la scuola digitale” (patrocinata dalla FIAF – Federazione italiana associazioni fotografiche). Mostra fotografica della quale molto si è parlato in Puglia, e soprattutto a Foggia, nell’ottobre 2012, programmata presso la Libreria Ubik (direttore artistico Michele Trecca), che ritornava a collaborare, “attivissimo e frequentatissimo spazio culturale del centro cittadino” (al numero 75 di piazza Umberto Giordano), “con il Foto Cine Club Foggia (FCCF), di cui Berardi è socio e consigliere, mettendo a disposizione, la Libreria Ubik, i suoi spazi per la mostra fotografica ‘Cl@assi 2.0 la scuola digitale’”.

Una mostra, quella fotografica di Giuseppe Berardi, che rientrava “in un ciclo di appuntamenti – della durata di una settimana e intitolato “la scuola siamo noi” – dedicato dalla libreria Ubik di Foggia al mondo della scuola. Della mostra fotografica di Giuseppe Berardi si sono occupati, con espressioni entusiastiche – anche perché le immagini rappresentavano le anomalie di un sistema (che peraltro Polibio ha più volte disegnato nei suoi articoli apparsi su questo e su altri siti), quello scolastico, che vanno decisamente rimosse, e non soltanto (anche se prioritario) perché pregiudizievoli per la sicurezza degli studenti e di quanti vengono comunque a trovarsi all’interno delle scuole –, diversi siti, blog, radio locali e quotidiani nazionali rappresentati dalla sede regionale della Puglia: “puglia di notte”, “Radio MadeinItalyNotizie” (Chiara De Gennaro), “viveur.it”, “culttime.it” (Loris Castriota), “daunianews.it/cultura-ed-eventi” (Quotidiano online della Provincia di Foggia), “newsgargano.com”, “la Repubblica Bari.it”, “Il Corriere della sera”, la “Gazzetta del Mezzogiorno”. AE le 24 immagini fotografiche che costituivano la mostra fotografica di Berardi programmata dal 7 al 14 ottobre 2012 erano e sono rimaste presenti per qualche tempo dopo il 14 ottobre 2012 in determinati siti, cosicché sono state stampate e ulteriormente diffuse (e a Polibio ne è stata consegnata copia).

Il professore di informatica Giuseppe Berardi, che fino al 31 agosto del 2012 era in servizio, a Foggia, presso l’Istituto tecnico industriale “Saverio Altamura” e l’Istituto tecnico per geometri “Masi” presentava una serie di scatti fotografici “rubati”, ma certamente con finalità di rappresentare aspetti che in nessuna scuola possono avere “cittadinanza” perché lesivi del diritto allo studio e della sicurezza individuale soprattutto degli alunni, nel corso della loro attività didattica. Si trattava, come è stato specificato da coloro che si sono occupati dell’informazione, “di una lettura in chiave ironica dello stato di alcune realtà scolastiche locali”, e “il titolo della mostra – Cl@ssi 2.0 – fa esplicito riferimento a un progetto didattico per la sperimentazione di metodologie didattiche avanzate”.

Polibio – che in Puglia ha molti amici – ha avuto la possibilità, nei giorni in cui nel mese di gennaio 2013 è stato a Foggia, di vedere le 24 immagini della mostra fotografica di Giuseppe Berardi (interessantissime immagini, anche per quanto riguarda la scelta).
Recentemente ha saputo che la mostra che doveva essere ospitata dalla Libreria Ubik di Foggia, pronta in tutti i suoi aspetti, non avrebbe visto la luce in quella sede. Ma le immagini sono rimaste nei siti fino a quando da essi non sono state tolte. Di certo, così anche da parte di chi ha conoscenza degli istituti scolastici di Foggia, le immagini fotografiche rappresentavano ambienti dell’ITG “Masi” e dell’ITI “Altamura”, di costruzione ottocentesca, per cui i pezzi di controsoffitto talvolta “volano” dal tetto in giù (ma si tratta anche qui, questa volta da parte di Polibio, di “una lettura in chiave ironica dello stato di realtà scolastiche”, sgarrupato, alquanto presente nelle regioni italiane).
Se si intendeva “nascondere” (forse perché in alcune di quelle immagini fotografiche erano evidenti i volti di alcuni alunni) quella realtà, e invece quella sgarrupata realtà poteva essere utile per far comprendere a chi avrebbe da tempo dovuto comprendere e intervenire, Polibio non può saperlo. Ma quella realtà, che comunque sembra essere risultata alquanto nota, ma che sarebbe stata “oscurata”, offende prima di tutto gli studenti e le loro famiglie.

Ritornando alle 24 fotografie del professore Giuseppe Berardi, che dovevano essere esposte nella mostra organizzata nei locali della Libreria Ubik di Foggia, ma che comunque sono state diffuse da determinati siti (la cui descrizione Polibio ha dato nel suo articolo “E la chiamano ‘scuola 2.0’. Telefonini, gioco a carte, inferriate, calcinacci e controsoffitti che volano”, pubblicato il 22 febbraio 2012, descrizione integralmente qui riportata), esse evidenziano: prese di corrente elettrica alquanto pericolose; registri di classe sulle cattedre in aule con ragazzi che si rincorrono e uno che cade per terra; ragazzi che sonnecchiano; le “robuste” inferriate di una finestra in un corridoio e una serie di oggetti e addirittura un vaso di fiori su un tavolo sporco; le mani di tre ragazzi (due dei quali intenti a far uso dei loro telefonini); una scalinata con vetrate alquanto pericolose perché alquanto basse; un ragazzo che dalla finestra con inferriata esterna guarda le inferriate di altre finestre; quattro ragazzi che da dietro le inferriate di una finestra a diverse ante guardano ciò che c’è all’esterno; una schiera di banchi abbastanza malridotti e in fondo un attaccapanni in disastrate condizioni; una lavagna dei tempi andati; le mani (soltanto le mani) di due ragazzi che giocano a carte; un ragazzo che dorme col capo poggiato sul banco e un altro ragazzo alquanto attento all’uso del telefonino; un ragazzo con un ventaglio di una decina di carte da gioco in mano, in due fotografie c’è l’andirivieni di un ragazzo lungo una fascia a ridosso della parete; dieci ragazzi (alcuni seduti sui banchi) che forse giocano a carte e in primo piano un registro di classe con sopra un paio di occhiali. E infine la perla delle perle: una porta del corridoio con una vetrata rettangolare dalla quale è possibile vedere in primo piano, seduta e con un libro aperto poggiato sulla “cattedra” (già, chiamalo così quel tavolo) e da lei tenuto con entrambe le mani, forse intenta a leggerne le pagine o a fare lezione agli studenti, una professoressa. E chi si trova a transitare per quel corridoio può anche fermarsi davanti a quella porta e vedere ciò che non dovrebbe affatto vedere. Non per quanto riguarda il genere, ma perché a nessuno è consentito di vedere attraverso una vetrata ciò che la persona che sta al di là della vetrata, nell’aula, e si tratta di una persona che lavora, di una professoressa, sta facendo, nemmeno se quella porta è, ma non sembra, una porta antipanico con uscita a doppia anta verso l’esterno.
I complimenti di Polibio al professore di informatica Giuseppe Berardi. Tutti i docenti dovrebbero comportarsi come ha fatto lui, utilizzando macchine fotografiche, telefonini multiuso e anche registratori, per evidenziare e rendere pubbliche, con determinazione e coraggio, le storture e le anomalie che caratterizzano negativamente le scuole italiane e che incidono negativamente sulla formazione degli studenti e sulla cultura.

Polibio
polibio.polibio@hotmail.it