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UNA RIFLESSIONE SULLE PROVE INVALSI - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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INVALSI

UNA RIFLESSIONE SULLE PROVE INVALSI

di Claudia Fanti

giovedì 24 gennaio 2013

Le prove Invalsi, l’insegnamento in funzione dei test e la crisi della pedagogia italiana, un tempo avanguardia; modelli esteri accolti nel momento in cui i paesi sperimentatori li abbandonano; una scuola “per la performance”…

Intervista a Claudia Fanti,
insegnante di scuola primaria del primo circolo di Forlì,
in retescuole.it

Che impressione le fa l’adozione delle prove Invalsi sui suoi studenti, ancora bambini?

Come insegnante di scuola elementare ritengo che con le recenti innovazioni si sia completamente persa la bussola pedagogica e filosofica. Ora abbiamo l’Invalsi, fino a poco tempo fa avevamo indicazioni ministeriali non vincolanti sui programmi, ma qualora questo Governo le rendesse definitive diventerebbero vere e proprie prescrizioni obbligatorie. Sono due strumenti che si richiamano, perché su un sistema dì programmi più centralizzato si innesterà l’obbligatorietà delle prove Invalsi, standardizzate e centrate su veri e propri "quiz".

Cosa pensa che comporti l’obbligatorietà dell’Invalsi?

Trovo che prove come l’Invalsi in realtà siano avulse dal contesto pedagogico di una scuola primaria. Si ha la sensazione che siano un po’ "calate dall’alto": chi le compila? A cosa servono? Sarebbe bello ci fosse un po’ più di trasparenza all’origine, soprattutto data la pretesa di imporre come obbligatorio un quadro di valutazione nazionale che va a interporsi nel rapporto tra Ministero e corpo docente. La scuola italiana è sempre stata differente dalle altre europee, ad esempio nel principio dell’accoglienza e dell’inclusione: le nostre scuole accolgono i bambini in classi anche oltre ì venti alunni e lo fanno con tutti, inclusi i portatori di handicap o gli stranieri che arrivano anche a maggio. Dunque, è una scuola che è sempre stata abituata a integrare e a modificare i programmi didattici in modo da andare incontro alla necessità dei singoli.

A suo giudizio, qual è l’elemento più carente della scuola odierna?

Penso che la cosa che manca di più nella scuola di oggi sia il tempo. Alle elementari anche il "tempo pieno" non è più veramente tale: non si fanno più quelle compresenze che ci aiutavano a formare piccoli gruppi. in cui magari si potevano recuperare gli alunni rimasti indietro. Non solo è venuta a mancare l’autonomia didattica, ma anche quella che riguarda le scelte pedagogiche. D’altra parte, questo governo ha scelto di non abbattere la riforma Gelmini e il suo apporto sembra semplicemente una serie di annunci sulle future dotazioni: computer, lavagne interattive.
Certo, è vero che il bambino resta affascinato dalla possibilità di usare il computer ed effettivamente sembrerebbe apprendere più velocemente, ma non si tratta di fare le cose più alla svelta. Più importante, in un sistema che tende a velocizzare tutti i processi, sarebbe riuscire a ritagliarsi il tempo per ragionare e riflettere insieme. il tempo da dedicare alla creazione di una piccola comunità in grado di collaborare, di scambiarsi idee, di porre domande, di interrogarsi sulle soluzioni, che sappia porsi con un pensiero critico di fronte a ciò che vive in una scuola. Quando ci si riesce, l’insegnante non diventa altro che un mediatore: allora sì che diventa il momento di usare le tecnologie, purché si sia abbattuta questa concezione del tempo che non lascia tempo. Dire: "Calma, pazienza, torniamo indietro, torniamo ai procedimenti che ci hanno portato a quel risultato, esaminiamo insieme l’eventuale errore, capiamo anche perché è un errore"... È così che va, dev’essere così anche se di alunni ne hai trenta, trentacinque, quaranta. Infatti è un lavoro tormentato, a volte ti mangi le dita perché non ce la fai, è un continuo mettere in discussione se stessi. Gli strumenti informatici potrebbero sicuramente rivelarsi utili, ma la tecnologia non risolve nulla se la immetti in un quadro già depauperato delle risorse essenziali per una scuola primaria.

Se vogliamo un’istituzione dalla quale escano cittadini competenti, non possiamo fare una scuola di "addestramento".

Un tempo, ciò che si faceva a scuola era molto centrato sul rapporto tra docente e bambino; un quadro che anche a causa di tagli di ogni tipo, con conseguente mancanza di risorse anche materiali pensiamo anche all’edilizia è andato deteriorandosi negli anni. Certo, in questa Regione la situazione è migliore che in altre.
Si sente sempre di genitori che si organizzano per fare le fotocopie che la scuola non riesce più a fornire...
Nel momento in cui siamo, gli insegnanti sono davvero costretti a investire nel proprio istituto parte del proprio stipendio. Sempre più scuole sono costrette a richiedere a inizio anno un obolo ai genitori, qualcosa di non obbligatorio cui però fanno appello tutti gli istituti, altrimenti non avrebbero le risorse per vivere. Dato il momento che stiamo vivendo, non è giusto gravare continuamente sulle famiglie. Molte sono comprensive, altre non sono consapevoli della situazione in cui versiamo. Non si può angosciare un tessuto sociale già smagliato. L’aggiornamento poi non esiste quasi più, lo dobbiamo fare a spese nostre. Però lo fai, soprattutto quando sei stimolato dalle grandi difficoltà, che certo diminuiscono, quando la scuola è fatta di questionari, verifiche, interrogazioni. Sì "sfornano" per usare il termine che spesso si sente dire persone che hanno raggiunto minime competenze, ma certamente non persone con un pensiero critico.

Si parla dell’utilità del sistema dei test Invalsi nel rilevare le eccellenze...

L’idea di fondo è quella dell’insegnamento in funzione dei test, con l’obiettivo della massima performance. Il nostro obiettivo doveva essere recepire le novità della pedagogia per arginare la dispersione e l’abbandono scolastico, mentre oggi ci ritroviamo ad affrontarlo ancora con gli stessi strumenti dei nostri padri: il sistema dei voti, tornati in auge più che mai, la differenziazione in classe tra i migliori e i peggiori pensiamo alle lavagne coi buoni e cattivi. Se quello che ci interessa è una scuola dalla quale possa uscire un cittadino competente, che ami ciò che fa e sappia cercare ciò che vuole e non solo ciò che è utile, che sappia amare il bello in tutte le sue forme, non possiamo fare una scuola "di addestramento" fondata su esercitazioni, verifiche in fotocopia, schede preconfezionate... È’ questo il problema. Pensiamo, poi, che la stessa scuola anglosassone, da molti guardata come un modello nella direzione della performance, sta facendo marcia indietro e così quella finlandese. Entrambe vanno verso un tipo di scuola che molti insegnanti, anche italiani, vorrebbero, fatta di gruppi che si spostano nei laboratori dove ci sono gli strumenti musicali oppure i computer per chi è predisposto all’informatica, o le attrezzature per studiare le scienze... In questi Paesi gli studenti delle superiori vengono "usati" nei rispettivi territori, in appoggio all’equivalente dei nostri quartieri, in un’interazione reale tra scuola e istituzioni. Da noi, quando vuoi fare qualcosa di particolare ci sono i progetti europei, che spesso si rivelano degli "una tantum" per fare bella figura, ma non si svolgono in realtà continuative. La scuola non è uno, due progetti: è un unico progetto che comincia riconoscendo che chi vi entra è una persona dalla quale anche l’insegnanti può imparare moltissimo. Pensiamo in special modo agli stranieri: certo, se si inseriscono a fine maggio è difficile garantire il giusto trasferimento di competenze, infatti anche qui le cose andrebbero fatte con maggiore coerenza e razionalità.

Ci può fare un esempio sull’apprendimento dagli studenti soprattutto stranieri?

Pensiamo all’aritmetica. Oggi, gli insegnanti di matematica devono lavorare su vari tipi di aritmetica per rispondere a sistemi di apprendimento diversificati in tutto il mondo. I bambini cinesi, per esempio, studiano l’aritmetica in tutt’altro modo, spesso più efficace del nostro. Quella è un’eccellenza, ma come faccio a pretendere che quel bambino a fine anno abbia le stesse competenze linguistiche di un coetaneo italiano? Quell’esame finale, anzi, lo metterà in crisi. Un bambino è una persona e come tale si allarma, si emoziona, entra in uno stato per cui non risponde come vorrebbe e potrebbe. Per arginare questi problemi ci sono una serie di strategie infinite, variano da insegnante a insegnante, ma io non penso che quella dei test sia una scelta valida. Purtroppo è tutta la società che va in quella direzione. In fin dei conti è più facile coi test, con le prove standard per tutti con le quali anche la rielaborazione dei risultati è facilitata... Ciò che ottengo, però, non mi dice nulla sulla situazione reale delle classi.

Lei quindi vede nell’obbligatorietà dell’Invalsi una necessità di rendere più facile un lavoro complesso?

Un questionario come questo sorge sicuramente da uno scopo. Ma non è certo lo scopo degli insegnanti. Tutti gli esponenti politici, in maniera trasversale, ci presentano il sistema dei test come già positivo ovunque: "Un sistema di valutazione ci vuole, in Europa e in America lo fanno tutti ".

Dovremmo salvare i loro modi di ragionare: si può sbagliare con procedimenti più intelligenti di quelli richiesti dalle facili soluzioni.

Quest’estate, forse lo ricorderete, c’è stata la vicenda dei cinque bambini bocciati in un istituto di Pontremoli. Sui giornali si è letto che la bocciatura serviva a regolare il numero degli studenti in una certa classe. Vorrei conoscere i singoli casi, perché dietro alla bocciatura di un bambino non possono esserci considerazioni tanto semplicistiche.

Certo, con una scuola senza voti...

Una scuola senza voti non si può fare, perché il voto è legge. Quando questo numero che devi mettere su una persona è insufficiente e comporta la bocciatura, allora saltano fuori i commenti indignati dei grandi opinionisti. "Alle elementari si boccia...". Ma vedere i bambini crescere senza voto fin dalla prima, quella sarebbe la cosa più bella.

La Montessori...

Ah, la Montessori. Ha presente com’è stata trattata in Italia? L’ha chiamata il Mahatma Gandhi in India a costruire le scuole del bambino. E Steiner? Berlusconi, i suoi figli li ha mandati lì. Ma cosa conta, adesso? Il merito, l’eccellenza, l’adeguamento ai modelli per il consenso. Importante, invece, sarebbe salvare i modi di ragionare dei bambini, lasciarli sbagliare e poi rivedere insieme gli errori: perché si è sbagliato? Nessun bambino viene a scuola per essere considerato stupido e spesso gli errori nascono da procedimenti anche molto più intelligenti di quelli che portano a facili soluzioni. Questo credo valga anche alle superiori e all’università. Pensiamo alla pedagogia dell’errore, che non lo sanziona, non lo mette in statistica, ma ci lavora su: se non parti da lì, non cambi le situazioni. Certo è che più alunni hai, più strategie devi trovare, ed è difficile; lo è anche con dodici bambini, se non hai le risorse, se non conosci le diverse tipologie di intelligenze presenti in classe, se la stessa è stata formata male all’origine. Con le giuste strategie riesci a tenere insieme anche chi sembrava impossibile potesse convivere. Il problema qual è? Che i governi, tutti senza eccezione, si susseguono implacabili e smantellano, buttano via tutto, anche quelle poche idee positive emerse ogni tanto e finiscono in maniera metodica per plasmare il cittadino in base all’epoca in cui vive, in cui sono richieste alcune competenze: se il bambino le ha, bene, se no, quelle che ha non interessano perché non previste dai test. Non vorrei che tutto diventasse materia da test, perché se mi "testano" così anche la musica, l’educazione motoria e le scienze, perdo completamente lo spazio e il tempo per far ragionare i ragazzi e perdo anche la mia libertà d’insegnamento. Ecco, il problema è che questa libertà costituzionale è sempre più condizionata, ed è come toglierci l’aria. Nei corridoi il malcontento si sente. Poi finisce che tanti dicono: "Va beh, è così, che ci vuoi fare?". Soprattutto per le scuole elementari si avverte uno slittamento verso quella che una volta si chiamava scuola media e oggi è la secondaria di primo grado. In Arte, per esempio, nelle indicazioni ministeriali si parla espressamente di "codici formali" e non più solo di progettazione di percorsi creativi e originali. In questa come in altre materie, insomma, si "chiede di più".

Viene alzata l’asticella di ciò che si richiede sia ai docenti sia agli studenti?

Più che altro resta stabile in un contesto in cui non ci sono più le risorse né il tempo. Non c’è più la scuola del vero tempo pieno. Sì, resistono i tempi pieni senza compresenza, però i moduli non sono più tali; poi c’è il maestro unico che dev’essere un tuttologo e racchiudere in sé le competenze di tutte le discipline... Una volta alcuni maestri riuscivano anche a specializzarsi, senza cadere in specialismo, perché ci si ruotava in tre su due classi. Già con questa prima riforma era stato compiuto uno sforzo immane e qualcosa stava cominciando a muoversi; consideriamo poi che una riforma della scuola dovrebbe avere vent’anni di tempo prima di andare a regime.

A scuola la lettura non può limitarsi all’atto di star solo col libro: serve la partecipazione, la discussione, il ragionare su come ragiono.

Ciò si interseca con un corpo docenti sempre più anziano, con un innalzamento dell’età pensionabile delle donne una grandissima parte del corpo docente e alla fine la distanza generazionale tra chi insegna e i bambini non è mai stata così alta. Dicono che la scuola è anziana e bisognerebbe "svecchiarla", però, allo stesso tempo, dobbiamo rimandare la pensione. Le contraddizioni sono tante. L’unica che non vedo come tale, in quest’epoca di mercati, è la necessità che la scuola formi dei cittadini con competenze spendibili nel mercato del lavoro. Sembra tutto creato a bella posta e se non torniamo a interessarci di filosofia, del suo potere di smascherare queste dinamiche... Chi studia filosofia al giorno d’oggi? Pochi. Cosa gli dicono? "Non lavorerai mai. Attirano di più ingegneria, statistica, indagini di ogni tipo, numeri, numeri, numeri. Dovrebbero essere la cosa più oggettiva possibile, ma sono sempre il prodotto di indagini commissionate da chi si preoccupa di raggiungere uno scopo. Il fatto, poi, che le prove Invalsi siano un’indagine internazionale trovo sia un meccanismo perverso, al quale dovremmo sacrificare chi non ha potere e non può scegliere: i bambini, ma anche i ragazzi delle superiori. Rischiano di diventare vecchi senza essere mai stati giovani, perché devono correre, correre...

Quando c’è stato il momento di svolta?

Bisogna andare molto indietro. Nel dopoguerra i maestri hanno rifatto l’Italia con classi di cinquantasei, sessanta bambini, sui cucuzzoli delle montagne. Lì, tra l’altro, è nata l’idea di fare lavorare i bambini più grandi coi più piccoli. E così si è fatta l’alfabetizzazione. Poi abbiamo avuto a lungo la maestra unica, fin quando ci si è resi conto che i saperi si allargavano e si doveva fare qualcosa. La scuola media è stata riformata negli anni 60, l’elementare nel 1985 con nuovi programmi bellissimi e vastissimi... Avremmo dovuto monitorare, capire cosa recuperare e cosa togliere, ma poi l’economicità ha dettato la legge: eliminati i moduli, distrutto il vero tempo pieno. tolta la compresenza. Ora andiamo noi a fare supplenza, perché non ci sono soldi per gli esterni; torniamo all’insegnante unico alla centralità del voto. Cosa succede? Vi cito una ricerca internazionale del 2006 pubblicata da Armando Editore. Negli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni abbiamo un 50% di analfabeti e un 33% che decifrano ma non capiscono ciò che leggono. Il 35% comprende una breve fase, ma è a rischio regressione. Resta un 29% che comprende, ma quando si tratta di trasferire la competenza acquisita nella lettura a un altro settore questo 29% si riduce a un 18% di persone in grado di capire, affrontare e risolvere i problemi. Su cosa dobbiamo lavorare? Sulla lettura, per esempio. Sulla passione, sulla motivazione, non solo sull’analisi del testo mediante test a crocette. Si legge insieme, si fa conversazione, si enucleano le parti, si ascoltano tutti i bambini. Lo faccio continuamente. In più, prendo appunti mentre parlano, perché dà l’idea di essere ascoltati "Ciò che tu stai dicendo è fondamentale". Dopo ci lavoriamo, ci pensiamo. Su qualsiasi cosa la lettura è veramente la molla, ma non si deve limitare all’atto che ti vede solo davanti al libro; è anche questo momento di partecipazione, di discussione. una catena di pensieri liberi che io trascrivo per poi rivederli insieme. La metacognizione, il ragionare su come ragiono. Chiedermi: "Come ho fatto ad arrivare dove sono arrivato?" C’è un bisogno di tempo che non è una richiesta da niente. Se però me lo riducono...

(a cura di Stefano Ignone)

http://www.funzioniobiettivo.it/Claudia_Fanti/2012/correre_correre.htm