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INSEGNARE FA MALE - burnout

a cura di Giorgio Morale

mercoledì 16 gennaio 2013

INSEGNARE FA MALE

tratto da Vivalascuola.it del 15.01.2013

Leggo che il tasso di usura nervosa tra gli insegnanti è secondo solo a quello che riguarda la classe medica. “Anche voler bene stanca” – scriveva Lalla Romano. Figuriamoci curare, guidare, istruire, educare, ‘darsi‘ quotidianamente a un gran numero di giovani distratti spesso ostili, sobillati da genitori diffidenti, pungolati da una opinione pubblica alquanto scettica sulla qualità e l’utilità del loro servizio, umiliati da ministri della Repubblica a caccia di streghe e slogan populisti.

Se per i ragazzi è il bombardamento consumistico e la desolazione relazionale a produrre fatali catene distruttive, negli insegnanti può trattarsi di quello che in inglese chiamano burnout. Anche in italiano: sindrome da burnout (che noi pronunciamo bernàut). È una sindrome da esaurimento cronico. Mi si dirà: con tutti i suicidi tra imprenditori falliti, col tipo di malattie del lavoro che ci sono oggi in Italia, e l’asma e la dermatite e le anemie, adesso dobbiamo preoccuparci anche di questi esauriti dei professori? Beh, sì, direi che dobbiamo occuparcene, dato che sono loro ad occuparsi delle generazioni future. E visto che si tratta di una vera e propria malattia professionale. (Peggiorata dalla precarietà. Non scordiamo, se vogliamo parlare sul serio, che il numero dei suicidi raddoppia tra i disoccupati.)

Quando leggo quali sono le diverse fasi del burnout mi viene da sorridere (le riconosco tutte: in me, nei tanti colleghi, nei prof e negli specializzandi che ho incontrato). Possono esserci, difatti, 12 momenti attraverso cui si manifesta la patologia. Per sintetizzare li riassumo così: all’inizio c’è l’entusiasmo idealistico, il momento in cui si sceglie la strada di prendersi cura degli altri e si è spinti (non solo dal proprio senso di responsabilità, ma anche dall’ambiente lavorativo, nonché dai colleghi ‘concorrenti‘) a dimostrare che si vale ‘di più‘.

Sotto la pressione di eccessivi carichi di lavoro e dello stress arriva la delusione, e l’individuo comincia a sentirsi sfruttato e tradito nelle aspettative, anche perché di gratificazioni economiche non ne arrivano. Poi si apre la fase della frustrazione, in cui ci si sente sfruttati, marginalizzati, insoddisfatti, in ogni caso ossessionati dal lavoro. È allora che si cerca o di riguadagnare terreno sulla propria immagine di sé lavorando compulsivamente, diventando maniacali e pedanti fin nei dettagli, oppure di sfuggire l’ambiente di lavoro con ogni mezzo, schifati da tutto. Infine, giunge la fase della depressione e dell’apatia: non si ama più niente, si perde contatto coi propri bisogni e coi bisogni degli altri.

detachment marcia in red

Non vorrei (né tanto meno potrei per competenze) proporre una riflessione sistematica sul fenomeno, mi basta qui ripensare a chi sono stata, alle persone incontrate, ai fuggevoli segnali di crisi raccolti negli anni. La collega che mi incontra al bar e per 65 minuti mi trattiene a parlare di come viene perseguitata dal preside. L’amico, supplente da anni, che ha sviluppato una rabbiosa intolleranza verso tutti i colleghi. La mia ex studentessa di Educazione primaria che, chiamata per una supplenza di due mesi, per due mesi ogni giorno scoppia a piangere. Memorie vivide dei miei supplenti delle medie che entravano in classe a leggere il giornale. Certi prof logorroici che parlano del loro divorzio, dei diritti dei cacciatori, di cosa farebbero con una vincita al Superenalotto. Le espressioni di disgusto con cui un gruppo di eterni precari accoglie il curatore del seminario quando parla di “insegnante pro-attivo”. Il precario ‘sissino‘ che sequestra la prof nel suo ufficio (all’arrivo dei Carabinieri scapperà dalla finestra). L’altro che non boccia più nessuno dopo che un genitore ha fatto causa alla scuola. Il collega che fa seminari gratis. La maestra che prepara cartelloni fino alle due di notte. Sono solo squarci, fotogrammi, non compongono alcuna diagnosi. Eppure, nel loro modo impressionistico, mi dicono di cause ben più grandi, le cui radici non vanno ricercate tanto nel singolo, bensì in un ambiente lavorativo fortemente instabile, finanche opprimente, e in un contesto psico-sociale logorato.

Christina Maslach, tra le prime a studiare il burnout e a preparare test di misurazione con cui valutarne la gravità, sostiene che le cause prime di questa sindrome sono da ricercare nella discrasia tra l’ente di lavoro e l’individuo lavoratore circa sei grandi aree riguardanti la vita lavorativa: carico di lavoro, controllo, gratificazione, senso di appartenenza a una comunità, equità e valori condivisi.

Non ci vuole molto a verificare quanto le politiche scolastiche degli ultimi anni abbiano lesionato tali ambiti: andando ad intaccare il riconoscimento sociale per la professione (da Luca e Paolo che mandano un bel vaffa alla prof delle superiori dal palco di Sanremo a Brunetta che dà dei “fannulloni” ai precari) e il carico di lavoro (con riunioni, consigli, programmazioni, aggiornamenti, una punitiva quanto poliziesca burocrazia ed ora, si vocifera, anche ulteriori ore di insegnamento da impartire gratuitamente), promuovendo la disaffezione e il sospetto (tra sissini e tieffini, tra colleghi abilitati, tra insegnanti e genitori, tra insegnanti e presidi, tra presidi e ispettori, ecc.), e rendendo il percorso di accesso alla professione lungo, costoso, involuto, intollerabilmente evanescente e precario. (Molti sono i mestieri logoranti, lo so, ma pochi richiedono di essere ispirati e credibili ogni giorno, di modellare con cura l’anima fragile e aperta dei piccoli della specie.)

Maslach suggerisce che per prevenire il problema occorre equilibrio ed equità nell’assegnazione degli incarichi, coordinamento delle risorse, supporto dei superiori e tra pari, condivisione di progetti e ragioni. Ma Maslach sta a Berkeley, non sa che in Italia stanno buttando dalla finestra graduatorie decennali, tagliando i fondi, abbandonando gli insegnanti e, più in generale, smontando pezzo per pezzo le ragioni dell’istruzione pubblica.

Il professor Henry Barthes, il bravo supplente segnato da un passato tragico e mosso dalla vocazione (privata e didattica) a preservare la libertà della mente e dello spirito, si salverà. Forse grazie alla capacità di staccarsi da se stesso, dai traumi, dalla bruttezza. Forse grazie all’affetto di chi riuscirà a salvare. Non sarà lo stesso per tutti i protagonisti, alcuni inghiottiti dal fallimento o da un più ampio nulla. Non si salverà neanche la scuola. E noi?