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24 ore

Dove ci sono pecore ubbidienti, è giusto che i lupi banchettino

di Girolamo De Michele

martedì 16 ottobre 2012

Dove ci sono pecore ubbidienti, è giusto che i lupi banchettino

di Girolamo De Michele
da: lapoesiaelospirito.it qui trovi tutti gli articoli della puntata

Ed ecco che il ministro “tecnico” (in quota-PD, come i suoi due sottosegretari) non trova di meglio che rispolverare il prolungamento dell’orario di cattedra per gli insegnanti delle superiori, come già fece il ministro (in quota-PdL) Moratti. L’argomento sottinteso è lo stesso: gli insegnanti delle superiori lavorano poco – diciotto ore a settimana, e il resto del tempo al bar.

Potrei rispondere che una documentata indagine ha dimostrato che un insegnante lavora mediamente più di 1600 ore all’anno: sembra sia il tempo di lavoro effettivo più alto tra i dipendenti statali. L’indagine si può leggere per intero qui; o, se si va di fretta, nella buona sintesi che ne fece a suo tempo Salvo Intravaia su “la Repubblica” dell’8 aprile 2006: “Fai l’insegnante? Lavoro comodo. Ma adesso non è più vero” (qui).

Facciamo un rapido calcolo: di quanto tempo di studio ha bisogno un ragazzo per preparare un’interrogazione di una ventina di minuti, o una verifica di un’ora? E a noi insegnanti, per preparare un’ora di lezione, non volete concederne almeno un’altra di lavoro? E diciotto ore di lezione più diciotto di preparazione fanno già trentasei ore settimanali. Senza il conto delle riunioni, dei Consigli di Classe, dei Collegi Docenti, dei colloqui con le famiglie, dei Dipartimenti, delle Commissioni; della correzione dei compiti scritti; dell’aggiornamento.

Ma queste cose il ministro le sa. Come sa bene l’effetto che il suo provvedimento non tarderà a realizzare: insegnanti delle superiori contro insegnanti delle medie e delle elementari, a rinfacciarsi le ore di lavoro e il salario, come i polli di Renzo, in attesa di finire, gli uni e gli altri, infilzati dallo spiedo di chi rapina ulteriore ricchezza sociale col pretesto della crisi. Mentre, ricordiamolo, si pagano intere finanziarie di interessi alle grandi banche e società d’intermediazione mobiliare (come Goldman Sachs, Deutsche Bank, JP Morgan), che il debito italiano lo hanno ampliato a dismisura con le loro speculazioni finanziarie.

Storia vecchia, si dirà: e infatti la sua origine è lontana. Precede non solo il ministero Moratti, ma anche quello Berlinguer. È con la riforma della pubblica amministrazione, e in particolare col passaggio dei dipendenti pubblici al regime di diritto privato (dlgs 29/1993), che inizia questa storia: il pubblico dipendente ha visto modificato il proprio status lavorativo, attraverso l’articolazione di una somma di diritti e doveri reciproci tra dipendente e amministrazione pubblica assimilabile ai contratti di diritto privato a titolo oneroso e a prestazione corrispettiva, la cui interconnessione è costituita da un mutuo scambio (do ut des). In termini giuridici si chiama “sinallagma contrattuale“: il docente, come pubblico dipendente, viene equiparato al produttore generico che riceve dalla società uno scontrino da cui risulta la quantità di lavoro prestato, e sulla base del quale ritirerà dal fondo sociale una equivalente quantità di mezzi di consumo.

Insomma (per dirla con Lenin, che aveva una certa qual passione per la pedagogia), il rapporto di diritto privato è un ristretto orizzonte che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: «non avrò per caso lavorato mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro?». Ma è in questo mondo che si realizza il diritto costituzionale all’istruzione, al sapere, a una vita degna di essere vissuta: infatti è all’interno di questo ristretto orizzonte, regolato dallo scambio tra individui atomici, che è regolamentata l’attività di produzione del sapere, di maturazione dell’autonoma capacità critica, di sviluppo della capacità di imparare a imparare.

Si dice spesso che la scuola ha per fine non una «testa ben piena», ma una «testa ben fatta»: ma non si sottolinea a sufficienza che questa testa ben fatta è un cervello collettivo, la cui essenza è la cooperazione sia orizzontale tra soggetti docenti o discenti, sia verticale tra docenti e discenti. Non c’è forse attività umana che esprima meglio la realtà del comune che i processi di apprendimento: soprattutto nell’epoca del capitalismo cognitivo, nella quale la produzione sociale di sapere è immediatamente produzione di valore. Ma questa produzione bio-politica di sapere/valore è regolamentata in forma privatistica, in primo luogo dal punto di vista amministrativo: l’abolizione dell’organico funzionale; l’aumento dei carichi di lavoro individuali a scapito del tempo della progettazione e della condivisione; la progressiva precarizzazione del corpo docente; la gerarchizzazione autoritaria realizzata dalla riforma-Brunetta e completata, col servile ossequio del PD, con la legge (cosiddetta ex-Aprea) 953; sono conseguenze logiche della privatizzazione del rapporto di lavoro.

Come lo è la suddivisione della retribuzione in tre voci, con l’inserzione dell’indennità di servizio, che consente ulteriori prelievi sul salario in caso di malattia, e rende ancor più evidente l’acribia dello strozzino che pesa ogni singola parcella della libbra di carne – ogni singolo minuto del tempo di lavoro – per la retribuzione del servizio: la produzione di sapere, come quella di idee, immagini e affetti non è limitata a specifici momenti della giornata lavorativa.

In questo modo l’intero tempo di lavoro è sottoposto a una doppia precarizzazione; quella derivante dai rapporti di lavoro a tempo determinato, e quella derivante dall’effettuazione di lavoro retribuito solo e soltanto nella misura in cui c’è una prestazione richiesta, senza alcuna comprensione contabile o contrattuale del lavoro propedeutico – aggiornamento, informazione, lettura, formazione professionale, apprendimento di nuove tecnologie – alla prestazione contrattuale.

È ora che i lavoratori della scuola si ribellino non contro questo o quel singolo provvedimento, ma contro l’intero complesso delle norme che, almeno a partire dal 2008, sono state varate; che rivendichino il diritto a disegnare in prima persona la scuola del comune, attraverso dei veri e propri Stati generali dell’Istruzione e della Conoscenza; che dicano con forza che non un voto verrà dato a chi – con pensieri, opere e omissioni, ma anche con retoriche barocche e biforcazioni della lingua – si rende complice della distruzione della scuola pubblica.

In caso contrario, che si dia ascolto ad Hans Magnus Enzensberger: dove ci sono pecore ubbidienti, è giusto che i branchi di lupi banchettino.