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Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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vademecum

Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare

di Tullio Carapella da vivalascuola/lapoesiaelospirito.it

mercoledì 6 giugno 2012

PER NON DIMENTICARE

qui di seguito trovate ampi stralci di di un ragionato ed interessante promemoria tratto da ’la poesia e lo spirito’ dove lo potete consultare per intero vai

Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare, sulla pelle nostra

di Tullio Carapella

Lo Stato monta pesantemente sulle groppe di questi zappatori come Michael, divora il frutto del loro sudore e in cambio gli caca addosso.
J.M. Coetzee, La vita e il tempo di Michael K.

Cominciando dalla fine: bombe sulla scuola
Scrivere oggi, ai primi di giugno del 2012, un bilancio di questo anno scolastico, non credo sia possibile senza ricordare la morte di Melissa Bassi e il sangue, i feriti e il terrore del 19 maggio, a Brindisi. Non è la prima volta che la morte entra a scuola, basti ricordare Vito Scafidi, lo studente morto a Torino nel novembre del 2008 per il crollo di un controsoffitto o, più lontano nel tempo, nel 2002, i 27 bambini e la maestra di San Giuliano di Puglia… Eppure credo mai, prima di oggi, almeno in Italia, qualcuno aveva individuato nella scuola un luogo in cui portare volontariamente il terrore e in una comunità di ragazze e ragazzi dei nemici da ammazzare vigliaccamente. In questo sta la straordinarietà di questo orrore su tutti gli altri, per questo credo che questo anno scolastico sarà ricordato.

Altrettanto necessario è però sottolineare che ragazze e ragazzi hanno saputo reagire, già a partire dal lunedì successivo, in mille forme diverse in tutte o quasi le scuole d’Italia, così come in piazza, in particolare con la manifestazione del 26 maggio. Vale la pena ricordarlo anche perché è legittimo il sospetto che la “sacra corona” c’entri poco o niente e che si colpiscano i ragazzi per ammazzare sul nascere anche ogni loro residua voglia di immaginare qualcosa di diverso dal mondo ogni giorno più brutto che stanno confezionando per loro.

Non sono del resto il primo a notare che già in passato le bombe (Piazza della Loggia, Piazza Fontana, il treno Italicus…) sono servite ad invocare maggiore fermezza, maggiore controllo, richiami all’unità, o ad abbracci indecenti, e conseguente condanna a chi si permette di “remare contro”. Se ciò è vero, ed è vero, allora non è escluso nemmeno che qualcuno possa aver pensato di tornare ai “vecchi metodi”, alimentando terrore, colpevolizzando chi non si imbarca in crociate al fianco di chicchessia contro generici “uomini cattivi” e provando a spegnere la capacità dei giovani di sognare un mondo diverso.

Se, però, in questa ipotesi c’è anche solo un briciolo di verità, allora, per non darla vinta ai mandanti delle bombe, è ancora più necessario continuare a muoversi e a scendere in piazza e rifiutare le ricette facili per recuperare la capacità di pensare in proprio e di ricordare, ricordare quello che c’è stato prima e che forse ha portato a questo, mettendo in fila i nessi di causa ed effetto.

Proverò in questo senso a fare la mia modesta parte nelle note che seguono, richiamando, anche solo per brevi cenni, quelli che mi sembrano gli elementi più caratterizzanti di questo anno scolastico: che è stato anche l’anno degli ultimi colpi di coda del governo Berlusconi e del ministro Gelmini. L’anno delle speranze dei più, nate dalla caduta di quel governo e subito bruciate da Monti e Profumo. È stato l’anno dei pensionamenti a 67 anni, della scuola sempre più vecchia e stanca, del blocco del turn over e degli stipendi, dello spauracchio dello spread che ci rincretinisce, agitato sotto i nostri occhi a giorni alterni come il pendolo dell’ipnotizzatore. L’anno della crisi del lavoro affrontata favorendo i licenziamenti, con una cura che ammazza il paziente, tanto nel pubblico che nel privato, e chi si illude di poterla scampare senza lottare o è stupido o è un sindacalista prezzolato. Ed è stato l’anno di chi si ammazza da sé, perché troppa è la disperazione, ma ci consoliamo che in Grecia si ammazzino molto di più.

L’anno nel quale ci hanno promesso che almeno la scuola non l’avrebbero più toccata, che potevamo stare tranquilli, che adesso che erano arrivati i nostri… e che invece anche nella scuola hanno approfittato per far avanzare i progetti che nemmeno la Gelmini era riuscita a permettersi. La chiamata diretta dei presidi, a partire dal “modello lombardo”, le assunzioni zero, i docenti in esubero travasati con poca grazia e senza alcuna preparazione sui posti di sostegno, come sacchetti dell’immondizia in una discarica, e con l’organico che continua di fatto a restringersi, mentre il numero di studenti iscritti continua a crescere e mentre il PD festeggia per migliaia di nuove assunzioni conquistate eroicamente la mattina del 6 marzo e cancellate la sera stessa (qui)! E tanto basta per lavare la coscienza dei puri…

Un secolo fa, la Gelmini
Non so se è una sensazione solo mia, ma pare incredibile che all’inizio di questo anno scolastico, e per quasi tutto l’autunno, a governare la scuola italiana ci fosse ancora l’onorevole Mariastella Gelmini. Incredibile non solo perché non era immaginabile che un ministro così tanto improbabile potesse durare tre anni e mezzo, ma soprattutto perché oggi è rimasto ben poco del clima che si respirava solo sette mesi fa.

Intendiamoci, non è che la politica in generale, e quella scolastica in particolare, sia cambiata più di tanto, ma è venuta meno quell’atmosfera un po’ scanzonata da allegra brigata di avvinazzati che si respirava prima, per cedere il passo alla compassata sobrietà dei bocconiani, molto boriosa, in verità.

Lungi da me, sia ben inteso, rimpiangere “quelli di prima”, non solo perché all’estero ci dovevamo vergognare sempre un po’, ma perché dietro le paillettes da burlesque e oltre alla goffa avversione per la cultura e per il mondo della scuola, che possono pure essere derubricati a fenomeni di folklore, c’erano (e potrebbero ancora esserci) i tanti danni che hanno fatto, alla scuola e non solo.

Sta creando danni enormi, ad esempio, il decreto sul dimensionamento scolastico, ossia la legge 111 del 15 luglio 2011, che la nuova maggioranza multicolore non si sogna minimamente di abrogare e che, per intenderci, prevede che istituzioni scolastiche debbano essere accorpate per avere minimo 1000 alunni (vedi qui e qui). Una misura che non potrà che ridurre l’efficienza degli istituti colpiti (almeno 1300), visto i problemi legati all’avere, ad esempio, un solo dirigente e una sola segreteria per un numero di studenti che, essendo 1000 un minimo e non essendo specificati limiti massimi, potrà anche superare abbondantemente la cifra indicata. In provincia di Lecco, ad esempio, nel prossimo settembre proveranno l’ebbrezza, o la vertigine, di un istituto scolastico con 2100 alunni e sicuramente tanti altri casi analoghi si verificheranno sul resto del territorio nazionale.

Anche quando i berlusconiani una cosa buona la fanno, cioè danno il via libera, con il decreto sviluppo del maggio del 2011, a 30.000 assunzioni tra i docenti e 35.000 tra i non docenti (1), si preoccupano sempre degli interessi egoistici di alcuni a danno di altri e del proprio tornaconto elettorale e, naturalmente, combinano guai sulla pelle dei lavoratori e degli studenti.

Vale la pena di precisare per inciso: 30.000 assunzioni non è un numero enorme, visto che oltre 20.000 docenti vanno ogni anno in pensione e che ancora oggi sono circa 200.000 le cattedre disponibili in Italia e affidate regolarmente ai precari, ma è tanto, se confrontato con le 10.000 immissioni in ruolo dei tre anni precedenti e con il nulla assoluto che i bocconiani sembrano, ad oggi, prevedere per il prossimo anno, anche facendosi scudo di tutti i vincoli posti a possibili nuove assunzioni dall’articolo 1, comma 1, del decreto interministeriale del 3 agosto 2011.

Quelle trentamila immissioni in ruolo, però, proprio perché inserite in questo desolante quadro di crescente precarizzazione della scuola pubblica (2), potevano costituire una buona boccata d’ossigeno e, come in una favola bella, un primo motivo di riappacificazione tra i lavoratori della scuola e la propria ministra. E invece no: in primis ci mette il naso la Lega, che suggerisce e ottiene una legge pensata con il preciso intento di favorire i precari del nord e, per giunta, pensata anche male. Poi ci mettono il naso quelli che sulle guerre tra poveri e sul meraviglioso mondo di ricorsi e controricorsi si ingrassano. In questo quadro si innestano le istruzioni sempre tardive e sempre confuse del Ministero agli uffici scolastici, che spesso, a loro volta, si sentono in dovere di fornire il proprio contributo per peggiorare le cose.

Il risultato è che assunzioni che andavano fatte improrogabilmente entro il 31 agosto si protrarranno almeno fino a fine novembre. Il danno economico del pressapochismo del governo sarà pagato esclusivamente dai lavoratori e, sia detto a risarcimento delle parole ingenerose spese sulla Lega, sarà pagato equamente, tanto dai lavoratori del sud, quanto da quelli del nord. Chi vuole una descrizione più dettagliata del pasticcio qui ricordato per sommi capi può trovarla tra le pagine di ReteScuole, dove, peraltro, è scaricabile anche il vademecum per la difesa della qualità della scuola presentato il 9 settembre.

Eppure, a ben vedere, i quei primi giorni di scuola non sembrava ci fosse proprio niente da cui difendersi e, almeno dalle parti del governo, sembrava andasse alla grande e non dovesse finire mai. La scuola pure era diventata un posto così tanto allegro che, a dispetto di chi sottolineava l’ulteriore aumento di classi pollaio, le strutture fatiscenti, l’impoverimento della didattica, si riusciva finalmente a guardare avanti con ottimismo.

Nel liceo Parini di Milano, ad esempio, lo stesso nel quale fino ad un anno prima si tenevano pericolosi assembramenti autogestiti allo scopo di analizzare la “riforma” Gelmini, con il pericolo di incorrere nel reato di “politica a scuola”, si poteva realizzare il sogno di organizzare una sfilata di alta moda, con studentesse-modelle e con la squisita presenza di soggettini del calibro di Salvatore Ligresti e Daniela Santanché, donna apolitica per eccellenza (qui).

Apolitici appaiono anche alcuni dei test scritti per la selezione dei 2386 nuovi dirigenti scolastici, cose del tipo “in quale norma è previsto un piano programmatico per migliorare il sistema scolastico?” (Area 2, quesito 159). Dove la risposta esatta è chiaramente “Nella legge 6 agosto 2008 n. 133, art. 64”, ossia nella legge finanziaria di Tremonti che prevedeva i tagli di quasi 8 miliardi di per la scuola pubblica! Ma più che la faziosità potrebbe sorprendere che nell’attesissimo concorso a preside regni il pressapochismo, si consentano fughe di notizie e abbondino gli errori grossolani. Potrebbe sorprendere se solo la “grande stampa” e la televisione non avessero deciso di ignorarlo (vedi qui e qui).

La Gelmini, a settembre, si poteva sentire ormai così sicura di avere il mondo in pugno da poter scrivere o, meglio, firmare (perché a scrivere si fa fatica) qualunque sciocchezza, certa ormai che tutti fossero diventati ciechi e che di servi pronti a pubblicare senza battere ciglio se ne trovassero sempre. È il caso, ad esempio, del comunicato del 13 settembre sull’“incremento delle ore di Storia dell’arte”, che, pur rovesciando la realtà, è pubblicato quasi integralmente dal Corriere della Sera dopo un paio di giorni, senza alcuna nota critica o controllo giornalistico, sotto forma di “contributo del Ministro”.

Pochi giorni dopo, però, come tutti ricorderanno, la Gelmini la fa talmente grossa che nemmeno al Corriere possono far finta di niente: dichiara che il suo Ministero ha contribuito con un lauto stanziamento (45 milioni!) alla costruzione del tunnel tra il Gran Sasso e Ginevra (750 km!), tunnel senza il quale, potrei aggiungere, i neutrini si sarebbero visti costretti a prendere prima l’A4, poi l’Autosole e poi ancora l’A14 e voglio vedere se erano capaci di battere il record! Quando fanno notare al Ministero che un tunnel così non esiste, da Viale Trastevere prima provano goffamente a dire che non è colpa loro, ma è il resto del mondo che non li ha capiti e, infine, la ministra, scarica, almeno formalmente, il suo scribacchino, attribuendo a lui tutte le colpe. È un po’ come se io, trovando i miei voti sul tabellone tutti sbagliati, accusassi pubblicamente l’alunno Bertelli che mi ha aiutato a ricopiarli. Diciamoci la verità: non sarebbe elegante!

A latere: sarebbe lecito interrogarsi anche su altri due inquietanti aspetti della vicenda. Il primo: dove sono finiti gli operai che hanno preso i 45 milioni per scavare quel lungo buco? E il secondo: premesso che se mi faccio scrivere le cose da un altro è perché lo ritengo più bravo di me, allora, se quello che ha scritto del tunnel è l’intellettuale del gruppo, come ne esce la reputazione del ministro? Ma certe domande la stampa che conta, very correct, non le fa e mi terrò le curiosità.

Chi, però, alle favole non può proprio credere è chi vive sulla propria pelle le conseguenze peggiori dei tagli di questi anni e tra questi vi sono certamente i genitori di alunne e alunni con disabilità. Con il nuovo anno hanno dovuto constatare che per i propri figli le risorse, tanto delle amministrazioni comunali quanto del ministero, tradotte in ore di sostegno settimanali, si erano ulteriormente ridotte (qui) e hanno provato ad organizzarsi. In cambio, almeno in Lombardia, è stata offerta dall’ufficio scolastico una infastidita e tardiva disponibilità a parlare (previa anticamera) e una pelosa offerta di elemosina per i casi umani più commoventi, modello “Carramba, che sorpresa!” Gli stessi genitori che il 5 ottobre a Milano hanno dato vita, con i docenti ed educatori, a una delle pochissime assemblee partecipate dell’anno, hanno avuto la forza di rifiutare la polpetta avvelenata, sottolineando che ciò che chiedevano era il rispetto di diritti elementari e non elemosina (qui).

Ottobre 2011: quando la barca di Berlusconi comincia a fare acqua
Ad ottobre non si registrano grosse novità sul fronte scuola/ministero dell’istruzione, e aggiungerei “per fortuna”, vista la maggioranza che governa e vista anche l’opposizione. Si trascinano e incancreniscono gli effetti dei tagli, ma non ve ne sono di nuovi. La vera novità consiste proprio nel fatto che la stessa Gelmini si dichiara stanca di “riforme”, perché “la scuola ha già dato e non dovrà più sopportare tagli”, dimenticando, peraltro, che fino al giorno prima aveva sempre negato che tagli vi fossero stati. La coerenza, si sa, non è più una virtù e, poi, il governo è impegnato a scaricare Tremonti, attribuendogli tutte le colpe del disastro economico, manco fosse lo scribacchino del tunnel di neutrini. La crisi del resto, non è più negabile e si aprono falle che si fa fatica a tappare con acquisti di parlamentari e favole ai sudditi.

Il popolo degli indignati che riempie le strade di Roma il 15 ottobre, ad esempio, non è evidentemente disposto a credere alle favole. La manifestazione ha respiro mondiale ed è contro le ricette strangolatrici per combattere la crisi imposte dai banchieri e dagli organismi economici internazionali. I manifestanti, giovani e meno giovani, precari e studenti preoccupati del futuro si danno appuntamento in quel giorno per rivendicare la centralità della stragrande maggioranza della popolazione, obbligata a subire la disoccupazione o la minaccia della disoccupazione e quindi costretta a lavori sempre più saltuari, duri, pericolosi e sottopagati, per i ricatti di un’infima minoranza.

Le manifestazioni più significative si tengono in Europa e, tra queste, la più grande di tutte è sicuramente quella italiana, visto che in centinaia di migliaia riempiono sin da subito il punto di partenza: Piazza della Repubblica. Ancora una volta non sarà possibile avere nessun numero ufficiale di presenze, neanche uno di quei dati molto parchi che un tempo fornivano le questure. Nessuno o quasi, del resto, si sarebbe preoccupato all’indomani di pubblicare cifre, o di parlare delle ragioni della protesta. Una sorta di intesa tacita ha fatto sì che praticamente tutti i giornali, il 16 ottobre, abbiano parlato esclusivamente delle violenze e pubblicato le unanimi condanne del fior fiore dei pensatori nostrani, di destra come di sinistra, senza, peraltro, dire nulla della consolidata abitudine delle forze dell’ordine di lanciare i cellulari blindati a forte velocità contro i manifestanti, pacifici o violenti che siano.

A me preme qui sottolineare da un lato che il vero peccato, quel giorno, è stata la frustrazione di decine di migliaia che, avendo fatto anche centinaia di chilometri per raggiungere Roma, non sono riusciti a muovere un solo passo da Piazza della Repubblica e son dovuti tornare indietro e dall’altro che la risposta dei tantissimi che si sono mossi per protestare è arrivata comunque forte e chiara. Sì, è vero che i giornali non hanno parlato di contenuti (e non ne avrebbero parlato nemmeno se fosse stata la manifestazione più pacifica del mondo), ma i destinatari del messaggio hanno capito cosa volevano dire tutte quelle indignate e quegli indignati, hanno visto quei tanti giovanissimi che, pur non essendo andati lì per fare a botte, non rinunciavano a rimanere a piazza San Giovanni, malgrado i caroselli dei blindati. Hanno visto tanta determinazione e si è rafforzata la convinzione che fosse necessario correre ai ripari.

Gli episodi del 15, anche se conclusisi con un apparente e/o momentaneo fallimento del movimento, hanno dato l’ultima prova in ordine di tempo della rabbia che dalle viscere del Paese si stava levando. Una rabbia che deve aver cominciato a convincere industriali e banchieri, vecchi volponi della politica, gerarchie ecclesiastiche e centri finanziari internazionali, tutti insieme o in ordine sparso, che un contentino a noi indignati si poteva anche dare, scaricando Berlusconi, le sue vallette e i buffoni di corte.

Marcegaglia, comincia pochi giorni dopo a ripetere il ritornello “o riforme o governo a casa” e Napolitano chiede qualcosa di molto simile il 19 ottobre: “riforme per il futuro dei nostri giovani”. Pare il modo ideale per mettere in difficoltà uno che per sopravvivere e superare ogni minima votazione è costretto a pagare mutui e elargire prebende a destra e a manca. Il ritornello sulle riforme subito, con tanto di diktat relativi al sistema scolastico, è scritto anche in una lettera dell’Unione europea degli stessi giorni, con un esplicito ultimatum. L’Italia ha sovranità limitata, al pari di Grecia e Portogallo. Le risatine di Merkel e Sarkozy su Berlusconi sono del 23 ottobre. Quando poi ci si mette anche la sfortuna ad accanirsi all’improvviso contro i titoli Mediaset e l’amato presidente della Repubblica a nominare senatore a vita un papabile come Monti, beh, allora anche per l’eroe delle mille e una notte è troppo e, il 13 novembre, arrivano le dimissioni “per il bene supremo del Paese”… e speriamo continui a volerci bene.

16 novembre 2011: nasce il governo Monti
Per capire chi è Mario Monti e cosa il mondo del lavoro e della scuola si sarebbero potuto aspettare da questa bella novità, fortemente voluta anche “da sinistra”, sarebbero bastate alcune sue dichiarazioni al Corriere della Sera di pochi mesi prima:

“In Italia… si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.

Torna nelle parole di Monti l’accostamento tra Gelmini e Marchionne (e tra il fabbricare, in serie, automobili e futuri sudditi) che già dall’estate 2010 poteva risultare naturale, vista l’ostentato disprezzo dell’una e dell’altro per i diritti sindacali e le parole di ammirazione della ministra quando il manager aveva allontanato dalla fabbrica tre operai rei di essere troppo politicizzati (3). È evidente, del resto, che anche Monti disprezza le arcaiche “rivendicazioni ideali”, vale a dire cosette del tipo difesa del posto di lavoro, di un salario decente, del diritto ad esprimere dissenso, di condizioni di lavoro decenti. È evidente perché sono queste le cose che accomunano Marchionne e Gelmini, o, meglio, sono accomunati anche dai risultati fallimentari delle loro rispettive gestioni, ma non credo che l’attuale premier si riferisse a questo (4).

Chiaramente Monti non è stupido e, a novembre, per tranquillizzare subito tutti sul fatto che una nuova stagione felice sia davvero iniziata non si sbilancia più come faceva mesi prima e dichiara continuamente che “serve maggiore equità”. Ci consoliamo, quindi, del fatto che almeno c’è uno che sa che in Italia non c’è equità e proviamo a convincerci che, di lì a poco, il “nostro”, accompagnato dagli eroici condottieri progressisti che lo sostengono, farà qualcosa per ristabilirla.

Anche sul fronte scuola si registra un apparente segnale positivo, se non altro per aver scampato il pericolo di un nuovo ministro incompetente o di un rettore di un’università privata e confessionale al governo della scuola pubblica statale. Le dichiarazioni del nuovo ministro dell’Istruzione, Profumo, uomo vicino al PD, presidente del CNR, sono poche e, si direbbe in questi casi, improntate a grande equilibrio, sottolineando che non è tollerabile che ad ogni nuovo governo la scuola debba subire una “riforma” e che, non facciamoci soverchie illusioni, è il caso di portare a compimento quella che ha ereditato dalla precedente gestione e sostanzialmente ribadendo il concetto che “la scuola ha già dato”, caro anche alla Gelmini soft dell’ultimo periodo.

Alle parole si accompagnano sin da subito fatti meno rassicuranti, quali la conferma del metodo di valutazione Invalsi e la scelta, in funzione di sottosegretaria, di Elena Ugolini, preside di un Liceo Privato di Bologna; ma poco male, noi non badiamo ai fatti, ma alle parole, specie se cortesi. Il bon ton del nuovo ministro, che ama ripetere che gli insegnanti sono stati troppo a lungo sottovalutati, e le sue rassicurazioni hanno l’effetto soporifero probabilmente ricercato. Tanti paiono illudersi che la scuola possa restare estranea alla tempesta che si prepara e che è già in atto. Come se la crisi, la disoccupazione, la precarizzazione degli stessi rapporti sociali e familiari, non giochino un ruolo fondamentale e spesso devastante nei nostri alunni (5), come se l’innalzamento dell’età pensionabile non ci riguardi e non sia prevedibile che una scuola già ferita dalle precedenti “riforme” possa collassare con docenti sempre più vecchi e stanchi.

Per questi motivi questo anno scolastico, più ancora dei precedenti, non credo possa essere spiegato fuori dal contesto politico e sociale “straordinario” nel quale si inserisce e che contribuisce a conformare.