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INVALSI

INVALSI: botta e risposta

di Cipollone/Angelucci

giovedì 24 maggio 2012

«Dai test Invalsi una spinta all’efficienza»

Piero Cipollone - «Dai test Invalsi una spinta all’efficienza»

Intervista a Piero Cipollone, ex direttore INVALSI, ora direttore esecutivo della World Bank, pubblicata da Il Sole 24 Ore in data 21 maggio 2012.

«Le scuole stanno imparando a usare la misurazione degli apprendimenti per diagnosticare le aree di difficoltà»
« Libertà agli istituti sull’utilizzo dei risultati con una sola restrizione per evitare di pubblicare esclusivamente le performance migliori»

In Italia il successo formativo dei ragazzi dipende ancora molto dal tipo di scuola che si frequenta. Anche istituti vicini, che operano nello stesso quartiere, e dotati delle stesse risorse, sono profondamente diversi «nella capacità di trasferire conoscenza ai loro allievi». Ma se fossimo in grado di eliminare queste differenze, che sono dovute tutte a fattori interni alle singole scuole, portando quelle meno efficaci ai livelli delle migliori, «avremmo fatto un passo avanti straordinario sulla strada di una scuola più efficiente». A parlare è Piero Cipollone, classe 1962, ex presidente dell’Invalsi, l’Istituto di valutazione della scuola italiana, e ora direttore esecutivo alla Banca Mondiale a Washington.

Direttore, anche l’Europa ci chiede un cambio di passo nella valutazione degli apprendimenti. L’Italia è pronta a questa sfida?
I pezzi del puzzle ci sono tutti. Abbiamo un sistema di misurazione degli apprendimenti che ormai funziona al meglio. Le scuole stanno imparando a utilizzare la misurazione degli apprendimenti come strumento di diagnostica delle loro aree di difficoltà e di supporto alla didattica. L’Invalsi sta progressivamente guadagnando il ruolo di interlocutore credibile grazie al continuo confronto con le scuole, i presidi e gli insegnanti. E i risultati si vedono. Ancora pochi anni fa l’Italia non aveva alcuna rilevazione sistematica degli apprendimenti; oggi abbiamo rilevazioni censuarie in ingresso e in uscita che coinvolgono circa 2,8 milioni di studenti, dalla primaria alle superiori.

E da quest’anno queste prove sono obbligatorie. Ciò aiuterà a renderle meno osteggiate?
Non direi che siano osteggiate. Lo scorso anno, per esempio, l’adesione delle scuole alle prove Invalsi è stata praticamente universale. Si tratta, certo, di una rivoluzione per la scuola italiana e in quanto tale provoca delle difficoltà di adattamento legittime e comprensibili. Ma le assicuro che nelle scuole dove i dati vengono portati a conoscenza del corpo docente e fatti oggetto di discussione e analisi i professori non sono affatto ostili. Anzi sostengono con forza le ragioni di una misurazione standardizzata degli apprendimenti.

Alcuni esperti dicono però che le prove Invalsi colgono solo alcuni aspetti dell’apprendimento. Non per esempio la creatività.
Le prove Invalsi misurano gli apprendimenti dei ragazzi. Per questo sono disegnate. Non si è mai pensato di misurare la creatività, compito che peraltro mi pare piuttosto difficile. C’è piuttosto ancora una grande confusione in merito a queste prove. La misurazione degli apprendimenti non è stata mai concepita come un sostituto della valutazione degli alunni e degli studenti. È compito degli insegnanti valutare gli studenti con tutti gli strumenti a loro disposizione. La misurazione degli apprendimenti attraverso una prova standardizzata è uno di questi ma è particolarmente importante perché è il solo che permette una valutazione comparativa. Inoltre la misurazione degli apprendimenti non è utile a livello di singolo studente ma assume rilievo a livello di classe o di scuola perché mette in luce quelle parti del curricolo dove un insieme di studenti presenta delle difficoltà.

Resta però il nodo di come utilizzare i risultati delle prove Invalsi. Lei sa che alcuni presidi pubblicano solo i risultati migliori?
Le scuole sono autonome. E una direttiva che uniformi i comportamenti mi sembrerebbe una violazione della loro autonomia. Io lascerei libertà alle scuole con una sola restrizione. L’Invalsi dovrebbe avere l’autorizzazione a rilasciare tutti i dati di quelle scuole che li hanno pubblicati, anche se solo in modo parziale. Questo semplice accorgimento eviterebbe una pubblicazione selettiva dei soli dati migliori.

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Smentita

di Anna Angelucci - insegnante, Roma, 23 maggio 2012

Nell’articolo in allegato (Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2012) (*), Piero Cipollone, ex presidente dell’Invalsi, dichiara che "abbiamo un sistema di misurazione degli apprendimenti che ormai funziona al meglio" e che "l’Invalsi sta progressivamente guadagnando il ruolo di interlocutore credibile grazie al continuo confronto con i le scuole, i presidi e gli insegnanti".

Riguardo alle prove, afferma: "Non direi che siano osteggiate. Lo scorso anno, per esempio, l’adesione delle scuole alle prove Invalsi è stata praticamente universale".

Vorrei smentire.

Il sistema di misurazione degli apprendimenti proposto dall’Invalsi non funziona "al meglio": nel merito, per l’inadeguatezza e la non pertinenza di prove standardizzate in assenza di un biennio unitario, nonchè per la velleità di un sistema di misurazione delle competenze attraverso test oggettivi che, sotto il profilo docimologico, possono misurare solo conoscenze; nel metodo: per l’ambiguità della procedura attivata dal MIUR, che vede collegi che deliberano l’adesione dei docenti alle prove, collegi che deliberano la non adesione dei docenti alle prove, collegi ai quali i dirigenti vietano di formulare alcuna delibera, classi con ispettori esterni, classi con docenti interni della materia, classi con docenti interni di altra materia, classi con docenti in sciopero quindi senza sorveglianza, classi che faranno i test in giorni successivi a quelli indicati dal Miur, classi che, sapendo distinguere tra i diversi significati di "anonimo" e "anonimizzato", si rifiutano di fornire i loro dati sensibili e quindi non compilano il fascicolo personale, impedendo all’Invalsi l’acquisizione dei dati di contesto che servirebbero a quantificare il cosiddetto "valore aggiunto".
Sarebbe semplicemente bastato trasformare i test Invalsi da censuari in campionari, come accade per tutte le rilevazioni internazionali di sistema.
E come era stato chiesto da migliaia di cittadini con un emendamento all’art. 51 del "Decreto Semplificazioni", trasformato in o.d.g. dalla Commissione Affari Costituzionali, con parere favorevole del Governo.
Non c’è stata alcuna interlocuzione tra l’Invalsi e scuole-presidi-docenti, anche a fronte di legittime e reiterate richieste di chiarimento da parte del mondo della scuola. Nè alcun pronunciamento da parte del Ministro.
Ma, cosa, a mio parere, ancora più grave, non è stata mai intrapresa dal MIUR alcuna azione di miglioramento dell’attività didattica e/o dell’efficacia dell’offerta formativa in relazione agli esiti dei test Invalsi, nelle scuole di ogni ordine e grado in cui, da anni, vengono effettuati, con grande e evidentemente inutile dispendio di denaro e di energie.
Infine, in merito alla presunta universalità dell’adesione delle scuole alle prove Invalsi: la scuola, che è un’istituzione, non poteva non aderire a una prova normata ex lege.
Riguardo all’adesione degli studenti e alla conseguente scientificità di tutta l’operazione ...."Io so" ...., direbbe Pasolini.