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Scuola: sostantivo femminile

di Marina Boscaino

sabato 10 marzo 2012

Scuola: sostantivo femminile

di Marina Boscaino da vivalascuola

La delegittimazione programmatica dei docenti italiani è stata uno sport prevalentemente di centro destra. A turno Garagnani, Brunetta, Berlusconi, Gelmini hanno pronunciato parole trasudanti profondo disprezzo per chi fa il nostro lavoro. Ricordo per inciso – sebbene in epoca di governo tecnico e riconciliazione nazionale non sia esattamente ciò che si dovrebbe riportare alla memoria – che Gianfranco Fini l’11 luglio del 2007 rilasciava al Corriere della Sera la seguente dichiarazione: «I nostri figli sono in mano ad un manipolo di frustrati che incitano all’eversione». D’accordo, si trattava del Fini della “fase 2” e non dell’uomo delle istituzioni, che presiede oggi il Parlamento italiano. Ma fa riflettere.

La folkloristica campagna di insulti e delegittimazione che il centro destra ha riservato da e per tanto tempo agli insegnanti italiani non ha risparmiato – oltre alle accuse di comunismo, di fannullonismo, di parassitismo – anche divagazioni più o meno sarcastiche sulla “frustrazione”, dunque. Che, però, è un sentimento reale (a differenza dei deliri ideologicissimi che ci rubricano tutti come comunisti, termine che, peraltro, per molti di noi non è, almeno storicamente, un insulto, nonostante le intenzioni di chi l’abbia formulato) che meriterebbe un trattamento differente dal dileggio e dall’ironia.

Comincio con l’osservare che ci sono molte più frustrate che frustrati, nella scuola italiana. Secondo i dati del Ministero della Pubblica Istruzione, le insegnanti sono circa il 100% nella scuola dell’infanzia, il 95,6% nella scuola primaria, il 76.5% nella media, il 60.3% nella superiore. Dove la femminilizzazione riguarda soprattutto i licei e le materie letterarie. Distribuita un po’ più omogeneamente la docenza negli istituti tecnici e professionali. Si tratta di un fenomeno a quel che sembra inarrestabile: era donna nell’anno scolastico 1984-85 il 69% degli insegnanti, nel 1999-2000 il 75.5%.

La femminilizzazione delle docenti è ulteriormente sottolineata dal trand, ad esempio, relativo alla dirigenza scolastica, dove – pure registrandosi un incremento – siamo ancora lontani dalle pari opportunità: negli istituti superiori la crescita in un decennio è stata di 9 punti in percentuale (dal 20,9% al 29,8%); nel settore del 1° ciclo le dirigenti donne che complessivamente erano circa il 45% nel 98-99 sono arrivate al 55,3% del totale. Una riflessione: nel nostro Paese più la professione è socialmente ed economicamente riconosciuta, più è destinata prevalentemente agli uomini. Un andamento simile a quello degli insegnanti, infatti, si registra nei settori amministrativi di tipo esecutivo, in cui le donne sono ormai due terzi di tutto il personale.

Tornando alla didattica, globalmente sono il nord e il centro Italia ad essere maggiormente femminilizzati. Per quanto riguarda gli insegnanti, è l’Umbria la regione più rosa. Sempre parlando di numeri, la tendenza alla femminilizzazione ha persino coinvolto l’insegnamento della religione cattolica, rispetto al quale i sacerdoti (che nel ’93 erano il 36%, nel 2010 erano poco più del 12%) hanno progressivamente lasciato il posto alle donne, che sono il 56%. Dando infine uno sguardo all’Europa, secondo gli ultimi dati Eurydice, nel 2009 la femminilizzazione del corpo docente, dalla primaria alla secondaria superiore inclusa, riguardava complessivamente nella UE circa il 60%, in Italia il 75,8%,

Esiste un rapporto diretto tra il fenomeno della femminilizzazione dell’insegnamento e la questione salariale. L’incremento progressivo del livello di istruzione delle donne e il loro conseguente ingresso nel mondo del lavoro hanno trovato nella scuola – a partire dagli anni ’60 – un punto di convergenza. A quell’epoca gli stipendi degli insegnanti erano proporzionalmente più consistenti degli attuali: l’entrata massiccia delle donne ha coinciso con un lento abbassamento della considerazione a livello sociale della funzione docente e, contemporaneamente, con un rallentamento della progressione economica.

Il patto tacito sembrò allora consistere nell’accettazione di stipendi bassi a fronte di un lavoro limitato a poche ore settimanali, compresi i vari vantaggi che ancora compaiono nell’immaginario dei detrattori della scuola, ma che – nel frattempo, almeno per chi si impegna e crede nella propria funzione – sono definitivamente scomparsi: 3 mesi di ferie, innumerevoli pomeriggi liberi. L’immagine dell’insegnante donna, moglie possibilmente di un professionista, che lavora la mattina e durante il pomeriggio provvede ai figli e alle cure domestiche o ai propri interessi (parrucchiere e shopping inclusi) è stata soppiantata da quella di tante lavoratrici coinvolte a tempo pieno su fronti differenti, tutti ugualmente impegnativi. Perché, nel frattempo, la scuola è cambiata: formalmente le ore di lavoro sono 18 (nella secondaria), ma le condizioni di lavoro sono profondamente mutate.

La scuola – non per tutti, certamente, ma per molti – rappresenta un impiego a tempo pieno, con l’aggiunta, non irrilevante, che tale impiego si svolge con e per bambini e ragazzi, ed è finalizzato alla formazione, all’educazione, alla creazione di cittadini consapevoli, dotati di autonomia critica. Ridurre le pertinenze di un insegnante alle ore curriculari è sbagliato: nel 1974 – anno di nascita degli organi collegiali – e, dopo, nel 1999 con l’autonomia, si sono aperti, nel bene e nel male, ampi spazi di intervento e di partecipazione collegiale (non sempre efficaci) al funzionamento e allo sviluppo di ciascun istituto. A livello individuale, inoltre, gli insegnanti di molte discipline dedicano tempo ed energie alla correzione di elaborati. Infine, c’è bisogno di tempo – per chi li pratica, dal momento che si tratta di attività non riconosciuta né incentivata – per curare aggiornamento e studio.

Le spinte convergenti di delegittimazione sociale, di una riduttiva interpretazione dell’orario di lavoro e del carico di responsabilità che esso comporta, dell’immiserimento dei salari, hanno condotto ad una situazione irreversibile, che non può non investire anche gli alunni. La prevalenza assoluta di donne nella scuola, quali conseguenze può produrre sui giovani in apprendimento?

“Porrei l’accento non sull’insegnante “reale” ma sulla funzione simbolica che incarna. Nell’epoca “dell’evaporazione del padre” e del crollo del principio d’autorità – tema caro a Recalcati ed in generale agli psicoanalisti del campo lacaniano - l’istituzione scuola potrà esercitare una suppplenza alla carenza educativa dei genitori?”

Così si interroga Aldo Musciacco, docente di filosofia e psicologo.

Concludiamo con una nota di cronaca paradossale questa carrellata di dati e considerazioni. Un episodio che può aiutarci a considerare quei dati non come fonte di analisi disfattista, ma come prospettiva socio-culturale dinamica, su cui riflettere positivamente. All’insegnante (uomo, ne esistono anche di sensibili alla questione) che chiedeva di argomentare la tesi secondo la quale a scuola le ragazze vanno meglio dei ragazzi (esercizio proposto da un libro di testo politically correct) M.S., 15 anni, studentessa di un secondo anno di professionale a Torino (eno-gastronomico, per giunta, frequentato soprattutto da maschi: anche gli chef sono prevalentemente uomini), interpreta a modo suo l’evidenza di cui abbiamo parlato fino ad ora: “A scuola le ragazze vanno meglio dei ragazzi. Le donne imparano più degli uomini. Infatti ci sono soprattutto insegnanti donne”.