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GIORNATA DELLA MEMORIA

MEMORIA: Auschwitz, la memoria e il presente

di Stefano Levi della Torre

lunedì 23 gennaio 2012

Auschwitz, la memoria e il presente

di Stefano Levi Della Torre

da la poesia e lo spirito

1 – Il 27 gennaio, data stabilita per la “Giornata della memoria”, ricorda il giorno in cui l’Armata Rossa, nella sua avanzata contro le armate naziste, raggiunse il campo di Auschwitz. Primo Levi, testimone di quel momento, così ne scrive nelle prime pagine de La tregua:

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti dei nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo […]

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Questa pagina sobriamente monumentale fu scritta nel 1947, ma La tregua uscì anni dopo, nel 1965. Racconta la liberazione e il ritorno di un superstite attraverso l’Europa, a guerra finita. Eppure il suo titolo è il più terribile dei titoli di Primo Levi, più terribile di Se questo è un uomo e de I sommersi e i salvati. Questi, tutto sommato, sembrano volti al passato. La tregua è invece un esplicito avvertimento per il futuro. La fine dell’orrore più grande è solo una tregua. Ciò che è stato introdotto irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, proprio perché è stato potrà più facilmente prodursi di nuovo. E abbiamo da temerlo non solo come possibili vittime, ebrei o Romi o Sinti o di qualunque altro gruppo umano, ma anche come possibili persecutori, o retrovia consenziente o passiva o cieca in appoggio alla persecuzione, o alla strage, o al genocidio. E’ con questo sguardo al futuro che la nostra memoria trova il suo senso più forte.

Possiamo sapere tutto di Auschwitz, eppure resta per noi inimmaginabile. Se digiuniamo, possiamo forse immaginare la condizione di chi giorno per giorno è consumato dalla fame fino a morirne? Se sentiamo freddo, possiamo forse immaginare le condizioni di chi è costretto a restare in piedi per ore, solo coperto da una divisa di cotone logora, a 10, 15 gradi sotto zero? Se siamo angosciati, possiamo immaginare l’angoscia di chi teme ad ogni istante di essere bastonato, torturato, ucciso e sa che ciò avverrà fatalmente? E non solo come destino individuale e anomalo, ma come universo collettivo in cui questa è la norma, l’orizzonte che rende irreale il ricordo e l’attesa di un mondo vivibile. Solo vagamente possiamo intuire Auschwitz, quell’“altro mondo” che pure è stato costruito tra noi, nel cuore d’ Europa e appena pochi decenni fa.

Per avvicinarmi almeno un poco all’orrore dei Lager, sono ricorso altra volta a due immagini: la prima è tratta da La vita offesa, composto di testimonianze raccolte da Anna Bravo e Daniele Jallà (Angeli 1987): un superstite ricorda: Sotto la catasta dei morti veniva un’erbetta; io quanta di quell’erbetta ho mangiato! La seconda è una scena riportata nel rapporto di Lord Russel poco dopo la fine della II guerra mondiale (Il flagello della svastica, Feltrinelli 1955): Per divertire la sua bambina di nove anni, Wilhaus qualche volta si serviva di bambini molto piccoli per fare esercizio di ‘tiro al piccione’, gettandoli in aria e tirando su di loro al volo. La figlia applaudiva e diceva: ‘papà, fallo ancora’, e papà lo faceva. Ecco, in quel mondo alla rovescia, quale trasfigurazione possono subire l’erbetta e una bambina, che cosa diventa la tenerezza di un padre per la sua piccola figlia, che cosa diventa l’innocenza di una bambina affascinata da un gioco e dalla bravura del padre. Una scena così personalizzata, così “familiare”, questa perversione radicale della tenerezza ci tocca di più che non la nozione ancor più terribile ma quasi astratta di migliaia, milioni di morti. Le figure e i volti parlano alla nostra sensibilità più profondamente che non i numeri.

Nei Lager si realizzava il programma nazista per la “purificazione del mondo”, attraverso la distruzione di intere categorie di uomini e donne: gli oppositori politici, gli omosessuali, i Testimoni di Geova, i prigionieri di guerra, i “devianti” d’ogni genere rispetto ai canoni dell’ordine totalitario. “Purificazione del mondo” attraverso la strage e il genocidio di interi popoli. La schiavitù e la strage era il destino di tutti i reclusi nei campi, ma il genocidio era riservato agli ebrei e agli “zingari”. Ma che cos’è genocidio? E’ la distruzione programmatica di un intero gruppo umano. Ciò che soprattutto lo caratterizza è l’uccisione sistematica dei bambini. La morte era il destino riservato appunto al milione e mezzo di bambini ebrei, alle decine di migliaia di bambini zingari, deportati appositamente per passare per i camini. Perché gli ebrei e gli zingari dovevano sparire completamente, come “razze”, dalla faccia della terra.

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