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TFA - precariato

PROFUMO DI CONCORSI E PUZZA DI GUERRA TRA POVERI

di Stefano Micheletti

giovedì 5 gennaio 2012

PROFUMO DI CONCORSI E PUZZA DI GUERRA TRA POVERI

Contro la precarietà permanente

Stefano Micheletti
Cobas – Comitati di Base della Scuola di Venezia3 gennaio 2012

Le recenti esternazioni del neo-ministro dell’istruzione F. Profumo, sulla
necessità di rinnovare e ringiovanire il corpo docente delle scuole di ogni
ordine e grado, potrebbe far ridere.
La conseguente dichiarata volontà di bandire un concorso per reclutare
forze giovani farebbe appunto ridere, se non facesse piangere gli oltre
duecentomila precari della scuola – già invecchiati in anni ed anni di
supplenze.
Per non parlare delle migliaia di docenti di ruolo, i quali, con la recente
manovra Monti, si son visti spostare sine die l’agognata pensione e quindi la
possibilità di un turn-over, o dei milioni di discenti, la cui distanza
anagrafica con i docenti è sempre più – dal punto di vista educativo –
scandalosa.

Sembra che il “tecnico” ex rettore del politecnico di Torino non conosca
proprio la realtà della scuola … e invece si tratta solo di un inganno.
In realtà proprio perché la conosce fa queste esternazioni, tutte volte a
scatenare una conflittualità tra “giovani” e “vecchi”, per continuare con i
processi di immiserimento e di aziendalizzazione della scuola e dell’
istruzione.
Come si faccia a salvare le pensioni future dei giovani, creare occupazione
e crescita, tenendo al lavoro coatto migliaia di pensionandi e nella precarietà
a vita i giovani, fino a farli diventare vecchi come i precari delle
Graduatorie ad Esaurimento, è tutto da spiegare, ma comunque tutto torna.
E il caso della scuola è emblematico.
Nel comparto scuola, in tre anni, sono stati tagliati 143.000 posti di
lavoro mediante l’aumento degli allievi per classe, l’abolizione delle
compresenze nella scuola primaria, la riduzione di ore e di materie nella
secondaria, la riduzione del sostegno ai disabili.
Altri posti di lavoro saranno tagliati nei prossimi anni, quando la cosiddetta
“riforma Gelmini” andrà a regime e ad esaurimento i vecchi ordinamenti.
Nonostante questo “dimagrimento” straordinario – mai avvenuto in alcun
comparto della Pubblica Amministrazione, ma neppure in altri settori del lavoro
privato, quest’anno scolastico 2011/12 non sarebbe neanche potuto partire se
non fossero stati stipulati ancora centoventimila contratti a tempo determinato
annuali o fino al termine dell’attività didattica (*). Senza contare almeno
altri 60.000 contratti a tempo determinato per il personale ATA e altre decine
di migliaia di supplenti temporanei per sostituzione del personale assente.
Dal punto di vista occupazionale, i tagli effettuati sono stati in qualche
modo ammortizzati dai pensionamenti e soprattutto dall’aumento – al Nord e
nelle grandi città – della popolazione scolastica, pertanto il fenomeno del
precariato nella scuola continua ad essere abnorme: solo una parte di precari
della scuola – soprattutto al Sud – sono stati trasformati in disoccupati, gli
altri continuano ad essere occupati ed essenziali al funzionamento scolastico,
anche se in condizioni di lavoro ancora più precarie.
Le 30.308 assunzioni di docenti e le 36.000 del personale ATA dello scorso
settembre hanno rappresentato una goccia nel mare della precarietà ed
introdotto, attraverso un accordo capestro firmato da CISL-UIL-SNALS-GILDA, un
contratto separato per i nuovi assunti che prevede, con il congelamento dell’
anzianità per nove anni, una sorta di salario d’ingresso.

Con il governo Monti e il ministro Profumo nessuna soluzione di continuità con
i provvedimenti Gelmini/Tremonti del precedente governo, i quali hanno portato
al collasso il servizio scolastico.
Il fenomeno del precariato nella scuola non dipende certo dalle difficoltà
nel reclutamento, da concorsi non più banditi da oltre 12 anni, o dalla
mancanza di docenti abilitati e formati appositamente per l’insegnamento. Il
fenomeno della precarietà è strettamente connesso ad una logica dello
sfruttamento.
Di che cosa si deve parlare infatti quando, per espletare lo stesso lavoro,
- mediamente - all’Amministrazione costa 8/9 mila € in meno stipulare, anno per
anno, un contratto a tempo determinato al posto di uno a tempo indeterminato?
Tra mesi estivi non pagati e scatti di anzianità non corrisposti lo stipendio
annuale di un precario della scuola è sotto il livello di povertà.
E non a caso le ultime assunzioni del 1 settembre 2011 sono state effettuate
con il vincolo della soppressione del primo gradone di carriera, assicurandosi
che per i prossimi nove anni comunque i neoassunti saranno ancora pagati da
precari.
Il neo ministro Profumo, invece di esordire con la battuta sui concorsi per
far largo ai giovani, che fa il paio con quell’altra sulla necessità di
lavorare per dare autostima agli insegnanti, visto che soldi per uno stipendio
decente non ce ne sono, avrebbe potuto almeno annunciare l’abrogazione della
norma inserita nella Legge Finanziaria del 1998 (Legge 447/97 emanata da un
governo di centrosinistra), che prevede la preventiva autorizzazione delle
assunzioni, mediante un Decreto Interministeriale, su parere del Ministero dell’
Economia, ripristinando l’automatica immissione in ruolo sui posti vacanti ad
ogni inizio d’anno scolastico.
Se non ci fosse stata questa norma, in questi anni, almeno i posti di
organico di diritto (già sottostimati rispetto ai posti di organico di fatto,
effettivamente necessari per il normale funzionamento scolastico) che via via
si sono liberati, per effetto dei pensionamenti, sarebbero stati coperti tutti
da personale stabile.
E invece il “tecnico” Profumo persegue, con la stessa logica di chi l’ha
preceduto – da Berlinguer in poi – a lavorare politicamente per scatenare la
conflittualità tra i precari delle GAE e i futuri precari che dovrebbero uscire
dai nuovi percorsi di abilitazione all’insegnamento (i TFA), appena approvati,
ma in difficoltà nel partire (pare che le prove di accesso si svolgeranno a
fine febbraio 2012).

Tutto questo, naturalmente, ha portato ad una comprensibile fibrillazione
il vasto e variegato mondo del precariato della scuola, avezzo al litigio
permanente attraverso ricorsi e controricorsi che hanno arricchito stuoli di
avvocatucoli di provincia, invece che a condurre una lotta seria contro la
precarietà.
“NO I CONCORSI NO, CI SIAMO PRIMA NOI DEI GIOVANI”, si legge nei blog e nei
siti dei precari, dimenticando che nella Finanziaria 2008 del governo Prodi
(Fioroni all’Istruzione) era prevista una delega al governo ad emanare un
semplice Regolamento (non una legge approvata dal Parlamento quindi) per il
reclutamento del personale docente basato su concorsi a cattedra biennali e che
il MIUR, in continuità tra Gelmini ed ora Profumo, ci sta lavorando da almeno
due anni, anche se pare garantito che metà dei posti dovrebbero comunque andare
alle GAE fino a loro esaurimento.
“NO AL DOPPIO CANALE DI RECLUTAMENTO, dovete esaurire prima le nostre
graduatorie”, ancora si legge nei preoccupatissimi sfoghi precari nelle mailing-
list, dimenticando che il doppio canale già esiste da oltre un ventennio,
risultato di un compromesso (onorevole?) raggiunto da un allora esistente
movimento dei precari che appunto aveva “strappato” la possibiltà di assumere
sul 50% dei posti dai concorsi e sul rimanente 50% dalle graduatorie di chi
aveva già superato un concorso, senza vincerlo, e lavorava comunque nella
scuola da almeno due anni; cosa che prima non avveniva perché un precario già
idoneo a concorso doveva rifare il concorso più volte nella speranza di
vincerlo, appunto perché le graduatorie di merito avevano validità biennale.
Del resto anche le assunzioni del 1 settembre scorso sono avvenute rispettando
la legge che prevede il doppio canale di reclutamento: metà dei posti sono
andati alle graduatorie di merito del concorso ordinario, effettuato nel
1999/2000 e – per alcune graduatorie – anche nel 1990; l’altra metà alle GAE.
Solo dove le graduatorie di merito – regionali - dei vecchi concorsi sono
esaurite (e non sono poi così tante) le assunzioni sono avvenute attingendo
solo dalle GAE.
Da questo punto di vista quindi, se – come pare – venisse mantenuto il
doppio canale di reclutamento, non cambierebbe poi tanto per i precari delle
GAE: comunque rimarrebbe il 50% (anzi, in un’altra esternazione Profumo avrebbe
promesso qualcosina di più) dei posti riservato a loro; con la possibilità anzi
di tentare la fortuna partecipando ai nuovi concorsi – aperti, a differenza
dell’ultima tornata di 12 anni fa, non a tutti i laureati, ma solo ai già
abilitati all’insegnamento – avendo quindi la possibilità di essere presenti in
tutti e due i canali di reclutamento; le vetuste graduatorie dei concorsi
ordinari a cattedra del 1999 e del 1990 sarebbero sostituite dalle nuove.

Con questo non voglio certo sostenere il concorso come sistema di
reclutamento del personale docente. I vecchi concorsi a cattedra sono
risultati costosi, casuali, nozionistici, … un terno al lotto vincerli, senza
contare i casi di corruzione riscontrati.
Tutti sappiamo che vincere un concorso non significa certo che poi si
sappia insegnare: un conto è conoscere le discipline, un conto saperle
insegnare, in un mestiere in cui la componente relazionale con i discenti è
fondamentale.
Anche perché poi non è ancora chiaro come saranno effettuati questi concorsi.
Il disegno finale dei processi di ristrutturazione della scuola, iniziati
con l’avvento della cosiddetta autonomia scolastica, è l’aziendalizzazione.
In questo leggiamo lo sforzo di imporre una standardizzazione della
valutazione – attraverso i quiz invalsi – legando finanziamenti, benefit ai
docenti, ecc., appunto all’INVALSI.
Ma il pieno raggiungimento dell’aziendalizzazione si avrà con l’assunzione
diretta da parte dei dirigenti scolastici, quindi è lecito supporre che i
prossimi concorsi possano avvenire scuola per scuola, o reti di scuole, appunto
per mascherare una vera e propria assunzione diretta.
Del resto, in tutte le aziende che si rispettino, è il padrone ad assumere
i propri dipendenti. Ed è una delle ipotesi, forse la più credibile, perché
sorretta da importanti lobbies, non solo dalla A.N.P..

Penso che il problema sia da ribaltare: invece di continuare a dividersi su
chi e sui pochi che entreranno in ruolo, su chi prima o chi dopo o chi mai, si
tratterebbe di cominciare a ragionare come costruire una conflittualità nella
scuola per ricostruire rapporti di forza favorevoli allo scopo di conquistare
un servizio scolastico decente.
Il problema sono i posti per docenti e ata che devono essere coperti da
assunzioni stabili; almeno quelli di organico di diritto potrebbero essere
subito coperti e interamente, non su una percentuale che anno per anno il
Ministero dell’Economia autorizza.
E poi si tratta, con la lotta, che naturalmente dovrebbe avere una
dimensione sociale, con studenti, genitori e con tutti coloro che intendono la
scuola un bene comune andare a definire che scuola vogliamo, e con che organico
dobbiamo fare questa scuola che vogliamo.
Credo si tratti di un discorso centrale.
Certo l’ambito “sindacale” dei lavoratori è fondamentale, ma sappiamo come in
anni ed anni di svendita e concertazione da parte dei cosiddetti sindacati
maggiormente rappresentativi, molte armi siano state spuntate: la possibilità
di forme di lotta incisive ad esempio, messe al bando o quasi dalla legge
146/90 antisciopero, voluta fortemente proprio da cgil-cisl-uil contro i cobas
e le lotte autonome.
Cogliere la valenza della scuola bene comune, significa anche costruire un
fronte ricomposto di lotta che travalichi anche gli stessi lavoratori della
scuola, precari o stabili, tartassati su stipendi, pensioni, qualità del lavoro
e bastonati sulla dignità e probabilmente anche sulla voglia di lottare.
Del resto, anche la vittoria referendaria sull’acqua bene comune, non ha
certo visto all’avanguardia i lavoratori degli acquedotti, ha visto migliaia e
migliaia di soggetti sociali attivi e poi milioni di aderenti all’idea forza di
tenere l’acqua e i servizi sociali fuori dal Mercato.
Lo stesso dovremmo fare sulla scuola e sull’istruzione, al di là dei
maestri, prof. e ata di ruolo, frustati per gli stipendi da fame e la pensione
irragiungibile, dei precari delle GAE o di quelli che aspirerebbero a fare i
precari della scuola.
Sulle classi pollaio ad esempio.
Si riesce a sferrare una offensiva per imporre classi con un numero massimo di
almeno 20 allievi?
Non solo questioni di sicurezza, ma qualità dell’insegnamento/apprendimento e
quindi anche di posti di lavoro, soppressi con i tagli, da ripristinare.
Sulla lotta alla selezione e alla dispersione scolastica ad esempio.
Si riesce a sferrare una offensiva per stravolgere i criteri di definzione
degli organici di diritto e di fatto, imponendo un organico di istituto, che
sia sufficiente ed adeguato ad una buona didattica, che tenga conto del
recupero degli allievi in difficoltà, che non siano quegli inutili corsi di
recupero dei debiti della O.M. 80?
E poi … la finiamo di valutare i nostri studenti in debiti e crediti come la
scuola fosse qualcosa di simile ai disastrati bilanci degli stati sovrani? Non
è solo una questione lessicale.

Sull’idea forza della scuola bene comune dovremmo centrare l’iniziativa, e
non solo a partire dai lavoratori della scuola. Solo così crediamo si possa
anche ragionare sul ripristino dei posti, degli organici, delle risorse
sottratte alla scuola e all’istruzione dai tagli della legge 133 e delle
precedenti, imponendo una inversione di tendenza sulla percentuale di spesa
rispetto al PIL per l’istruzione, la cultura e la ricerca.
Dire ritiro dei tagli, non significa nulla – a parte i rapporti di forza, oggi
assolutamente sfavorevoli ai lavoratori – se non diciamo per chi e per che cosa
vogliamo sviluppare la ricerca, l’istruzione e la scuola, insomma se non
diciamo che scuola vogliamo: se vogliamo la scuola dell’inclusione e della
cooperazione o se vogliamo la scuola della selezione sociale e del merito -
concetto ideologico questo, che sempre più si connota come la carota per chi
accetta il bastone; se vogliamo la scuola delle conoscenze e delle capacità
critiche, o la scuola delle competenze da acquisire con la didattica dei quiz,
competenze poi da spendere in un mercato del lavoro basato sulla precarietà e
sullo sfruttamento.
Tanto più oggi, quando è sempre più evidente che uscire da una Crisi
Globale, al contempo finanziaria, economica, sociale, politica ed ecologica,
significa imporre con la conflittualità sociale un diverso modello di sviluppo,
basato proprio sulla conoscenza.

E’ in questa prospettiva che potremmo poi anche ragionare sulla formazione
dei docenti, ad esempio.
A settimane dovrebbero partire i test d’ingresso per i TFA transitori, in
attesa delle nuove lauree magistrali,
a numero chiuso e programmato e con tasse stratosferiche, come sono ora le
tasse universitarie.
Nei blog e tra le associazioni di precari, tutti si sperticano a chiedere che
siano meno possibile i selezionati per i TFA, perché i posti non ci sono (quali
posti? Quelli di organico di diritto? Di fatto? Quelli necessari ad una buona
scuola?), in realtà perché si teme la concorrenza di nuovi abilitati.
Pur riconoscendo gli sfavorevoli rapporti di forza e il fatto che in quasi
tutte le facoltà, da anni, i corsi sono a numero chiuso – io credo che il
principio del diritto allo studio imporrebbe la liberalizzazione dei corsi, la
libertà di tutti coloro che lo desiderano a formarsi, in questo caso come
docenti.
Qualsiasi numero chiuso non può essere che reazionario.
Gli accessi ai TFA dovrebbero essere gratis, anzi con un salario d’
ingresso, altro che tasse da migliaia di euro.
Se il numero dei partecipanti ai TFA è troppo alto si creerebbe altro
precariato e altre illusioni? Ma i precari della scuola dovrebbero saperlo che
il precariato esiste perché l’Amministrazione in questo modo abbassa il costo
del lavoro e che se ci fosse la parità di trattamento tra personale a tempo
indeterminato e determinato, se i precari godessero ad esempio della
progressione di carriera con gli scatti di anzianità, all’Amministrazione non
converrebbe più tenere un così alto numero di precari.
Certo che oggi, con il blocco dell’anzianità anche per il personale di
ruolo, è evidente che si tende a pagare anche quelli di ruolo da precari e che,
giocoforza, è imprescindibile sviluppare la conflittualità per lo sblocco dei
contratti e degli stipendi.
Sempre sulla formazione dei docenti, con le nuove lauree magistrali –
ancora da attivare – e con i TFA, certo i rapporti di forza non lo
consentirebbero, ma non abbiamo nulla da dire?
Un percorso di formazione basato su lauree triennali dove – in solo tre
anni - dovrebbe essere affrontato l’aspetto disciplinare, e lauree magistrali
di specializzazione all’insegnamento, più un anno di Tirocinio Formativo
Attivo, dove – come lo era stato con le SSIS – il tutto sembra più connotarsi
come un addestramento alla didattica dei quiz da imporre poi agli studenti, che
una vera preparazione al processo di insegnamento/apprendimento, secondo noi
basato sulla cooperazione educativa.

E sul reclutamento?
Anche qui è chiaro come oggi i rapporti di forza, forse, ci consentano solo
di lamentarsi su quanti posti debbano andare a noi e quanti agli altri, ma
qualcosa da dire ce l’abbiamo?
Su probabili concorsi che saranno ancora una volta basati su nozionismo,
quizzoni e strumenti per reclutare il futuro docente della scuola azienda,
abbiamo qualcosa da dire? Oltre al fatto di escludere nel modo più assoluto
concorsi a livello di istituzione scolastica che possano solo nascondere l’
assunzione diretta da parte dei presidi? Con tutto quello che potrà significare
non solo in termini di assunzione comprate o nepotistiche, ma soprattutto di
scuole che poi si connoteranno come scuole di diversa tendenza - forgiate ad
immagine e somiglianza dei dirigenti - non più scuole dove il pluralismo, il
confronto e la cooperazione saranno alla base dell’attività didattica … scuole-
azienda private, insomma.
Avremo la forza di imporre che i concorsi non possano essere un valido
strumento di reclutamento, e di imporre invece una graduatoria unica a
scorrimento di tutti gli abilitati per le immissioni in ruolo sui posti che via
si libereranno o che si creeranno per effetto della lotta per la scuola bene
comune?
Oppure dovremmo accontentarci dell’onorevole compromesso del doppio canale
di reclutamento, come si accontentarono i movimenrti di precari di vent’anni
orsono, quando il doppio canale venne introdotto (conquistato?).

(*) ItaliaOggi del 3/1/2012 – Alessandra Ricciardi: “… al dicastero
dell’istruzione risultano per
l’anno in corso oltre 120 mila contratti di supplenza di lunga durata: 38
mila
per il sostegno, gli altri su cattedre ordinarie, di cui 71 mila fino al 30
giugno”. Chi dice ancora che i posti non ci sono? (N.d.R.)

Stefano Micheletti
Cobas – Comitati di Base della Scuola di Venezia