Home Centro studi per la Scuola Pubblica - CESP Padova Home

Che fine ha fatto la relazione educativa? - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
Home > materiali > Che fine ha fatto la relazione educativa?

materiale utile

Che fine ha fatto la relazione educativa?

di Cecilia Bartoli da ’la paesia e lo spirito’

mercoledì 30 novembre 2011

Che fine ha fatto la relazione educativa?

di Cecilia Bartoli da la poesia e lo spirito

Tutto quello che non so, diceva Flaiano, l’ho imparato a scuola e questo è probabilmente vero per la maggioranza di noi. La percezione che il tempo della scuola sia un tempo obbligatorio quanto inutile, da dover sfangare al più presto e nel più economico dei modi è una percezione diffusa specularmente tra la popolazione degli studenti come tra la maggioranza degli insegnanti, dalla scuola d’infanzia all’università. Le cose importanti non si imparano a scuola, i saperi appaiono svuotati di senso, l’educazione a “ciò che serve nella vita” i ragazzi la cercano altrove e non essendoci più una strada, un cortile, un contatto inter-generazionale dato dal vivere all’interno di una comunità che dava ai ragazzi e ai bambini la possibilità di identificarsi o distaccarsi e rifiutare una pluralità di modelli adulti, questo “altrove” assume per lo più le sembianze di una palestra, un centro commerciale, una televisione, la rete, che offrono un’idea univoca quanto povera e mortificante di “ciò che serve nella vita”, utile infine alla formazione di giovani consumatori.

Io sono una psicologa e una psicoterapeuta. Da quando mi sono laureata quindici anni fa mi occupo però principalmente di educazione, persuasa come sono che tre quarti del disagio psichico sviluppato da bambini e ragazzi non esisterebbe se si offrisse loro un ambiente educativo creativo e in cui crescere a proprio agio, persuasa come sono che l’individualismo narcisistico, anche nelle sue propaggini patogene, di cui accusiamo sempre i più giovani possa essere facilmente incrinato da contesti educativi vitali e “inquieti”, persuasa infine come sono che la scuola, nel suo complesso, è morta e svuotata di senso, ma la politica lo è ancora di più e dunque l’agire educativo assume su di sé, più che in altri momenti, anche un valore prettamente politico.

L’aforisma di Flaiano non è del tutto vero nella mia esperienza, non tanto di alunna e di studentessa universitaria rispetto alle quali potrei invece sottoscriverlo in pieno, ma di professionista adulta dove le uniche cose che ho imparato sull’educare al fare e all’essere le ho imparate da maestre di scuola elementare e materna molto curiose e preparate, vere artigiane della relazione educativa e di cura, del cui sapiente “saper fare” all’università non si sente nemmeno il sentore. Persone capaci di costruire con impegno e semplicità vere e proprie nicchie di resistenza alla disgregazione sociale, all’indifferenza e al progressivo declassamento dei più elementari valori civili – come l’integrazione delle differenze fisiche, sociali e culturali – che fino a ieri apparivano scontati e che a brevissimo saremo costretti a riconquistare.

Donne per nulla supine alle scartoffie burocratiche di cui purtroppo le università e le riforme (anche quelle di sinistra) le hanno progressivamente riempite, rischiando di consumare le energie necessarie ad aprirsi ogni giorno al mistero dell’altro; donne che hanno rifiutato in partenza l’idea che un bambino, una persona, possa essere osservato come una sequenza di “competenze” valutabili in una scala a 7 punti; donne che non coagulano il loro quotidiano disagio solo intorno a pur comprensibili rivendicazioni sindacali, ma ne cercano le ragioni anche al di là della loro condizione contrattuale; donne che puntano di netto il loro sguardo sotto il metro e cinquanta e che hanno capito che un pensiero elementare e materno va difeso più che mai, oggi che la scuola, come il mondo, ci appare così inospitale e con così pochi punti di riferimento condivisi con cui crescere insieme ai bambini.

Chi sono queste donne? Sono quelle che in Italia hanno partecipato alla costruzione di un pensiero pedagogico di senso, coloro che si sono fatte contaminare e hanno scambiato idee e proposte con i percorsi di sperimentazione educativa sviluppata fuori dalla scuola, coloro che hanno da sempre ragionato di metodo, coloro che negli anni ‘80 hanno dato vita a gruppi e accettato l’eredità di movimenti come i Cemea o l’Mce. Coloro che oggi, data l’aria che tira, hanno tirato i remi in barca e chiuso la porta dell’aula, restringendo sempre di più la loro nicchia di azione. Questa è forse la loro unica colpa.

Dalla scuola elementare e d’infanzia italiana sono usciti tra gli anni ‘60 e ‘70 i tre capisaldi pedagogici fondamentali: la relazione educativa, la cooperazione educativa e la convivenza delle diversità. Non sono usciti come contenuti alti, che qualsiasi teorico della pedagogia naturalmente potrebbe sottoscrivere, ma come questioni di metodo, per questo la scuola elementare si è interrogata e ha anche lottato per avere il tempo pieno (indispensabile alla relazione educativa), per la compresenza in classe e gli spazi d’incontro tra adulti (necessari alla cooperazione educativa), per integrare bambini e bambine con svantaggi fisici e ragionare, a partire da loro, sui percorsi d’apprendimento.

Questa grande battaglia di metodo ha lasciato nella scuola elementare e materna un impronta forte e profonda, anche i più ignavi, i più frustrati e stanchi vi hanno in qualche modo partecipato. Nella scuola pubblica ci saranno sempre insegnanti persuasi, motivati, insegnanti per vocazione e persone a cui non interessa null’altro che lo stipendio a fine mese, tuttavia l’impostazione che la scuola elementare era riuscita a darsi, garantiva a chi voleva far bene di poter fare bene e non era poco.

Dico “era” perché questi tre capisaldi manifestano solo ora in tutta la loro evidenza gli effetti dell’attacco che hanno subito, smantellati da una riforma dettata non soltanto da esigenze di risparmio economico, ma da un piano dove le logiche del mercato e del privato orienteranno presto tutti i processi di costruzione sociale, marginalizzando, discriminando, fiaccando ogni processo di confronto democratico. Se la scuola elementare è stata finora – se non sempre nella realtà, almeno nella rappresentazione sociale – l’unica porzione di società che garantiva una partecipazione paritaria a tutti, stranieri, italiani, disabili, maestre, genitori, bambini e adulti, presto non ci sarà più “la scuola di tutti”, ma “le scuole di pochi”, o la scuola di tutti con dentro le opzioni per pochi.

Perché glielo stanno permettendo? Forse il sentimento della perdita era già talmente diffuso che davvero limitarsi a guardare ostinatamente sotto il metro e cinquanta continua a rappresentare l’unica salvezza. L’unica salvezza, da quando le riunioni con le colleghe sono insopportabili rituali in cui si vuol parlare di tutto fuorché dei bambini e di come insegnare loro delle cose; da quando le ore in più di programmazione e costruzione di materiali didattici non sono più cercate né apprezzate; da quando l’idea condivisa di vivere in gruppo un’esperienza di crescita personale e di trasformazione sociale è definitivamente tramontata; da quando l’agire educativo non è più per nessuno sinonimo di agire politico; da quando le giovani maestre che si apprestano a insegnare sono talmente sopraffatte dal romitaggio cui le costringe il precariato scolastico e talmente infarcite di astrazioni universitarie da far percepire l’involuzione senza ritorno; da quando il discorso pubblico sulla scuola è diventato un coacervo di giaculatorie insopportabili di chi in una scuola non ci ha mai messo piede.

Solo che quando saranno in 40 dentro a una classe a essere alti un metro e cinquanta, e ci rimarranno solo per 4 ore, anche loro, le brave maestre che hanno passato una vita a ragionare di relazione, cooperazione e integrazione dovranno accettare, a fine carriera, di riprendere in mano il frustino perché altri mezzi, in quelle condizioni, non ce ne sono.

Allora la domanda non è più perché glielo permettono, ma perché glielo permettiamo? Perché gli permettiamo di smantellare definitivamente la scuola elementare? Perchè di fatto glielo stiamo permettendo? Come abbiamo permesso fin qui che la buona scuola scivolasse in nicchie ristrette di volenterose maestre nascoste, mentre il grosso scivolava miseramente in una perdita totale di senso. Eppure nella scuola elementare gli spazi per confrontarsi con i genitori sono stati fino ad oggi garantiti: ma a chi interessa più cosa fa il proprio bambino a scuola? L’importante è che sia impegnato e sotto controllo. Non ci specchiamo più nella nostra scuola, se non quando la nostra scuola rispecchia le parti peggiori di noi.

La disaffezione della società al proprio sistema educativo è tragica, ma dal mio punto di vista non corrisponde solo alle colpe (molte) della scuola, ma a una più generale disattenzione all’infanzia e ancor di più alla giovinezza. Mentre gli adulti rivendicano per sé adolescenze prolungate e spensierate, la società sopprime i tempi necessari ai bambini, mortifica i loro sguardi, occupa di macchine i loro spazi urbani e di oggetti i loro ambienti di vita. Li vuole piccoli, meglio se obesi (così più immobili) consumatori, svagati, parcheggiati, distratti sfiduciati nel futuro e nelle proprie capacità.

Maria Montessori diceva che lo spessore morale, il grado di progresso di una società si misurano sull’attenzione che ha verso i baminbi, vedendo in loro il proprio stesso sviluppo, la propria ricchezza. Noi dimostriamo piuttosto la tendenza a divorare egoisticamente il loro mondo, sotto ogni punto di vista.

Allora il problema della scuola e più in generale dell’educazione non è un problema degli addetti ai lavori, è un problema di tutti, e tutti dovremmo opporci con ogni mezzo alla corrosione della riflessione che la prassi pedagogica ha prodotto, nonostante tutto, nella scuola elementare italiana. Credo che da tutti i campi del sapere, certamente in tutti gli ordini di scuola, dovremmo stingerci intorno a quelle poche brave maestre e riposizionando al centro il ragionamento prioritario sulla relazione, la cooperazione e la convivenza delle diversità, non tanto sul piano dei contenuti, ma soprattutto su quello dei metodi, non tanto con le scartoffie delle docimologie universitarie, ma col loro saper fare. Ritrovando, al di là del cicaleccio inutile e delle giostre dell’apparire politico, un pensiero elementare e materno da condividere con i bambini.
(da Gli Asini, n. 5-6)