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Dalla dittatura dei mercati alla governance della finanza - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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crisi e istituzioni

Dalla dittatura dei mercati alla governance della finanza

di Beppe Caccia e Luca Casrini

lunedì 21 novembre 2011

Quello che segue è uno stralcio di un intervento tratto dal sito globalproject.info, dove lo potete leggere per intero, che ci sembra utile per orientarci nel labirito della crisi epocale in cui tutti siamo persi ....

Dalla dittatura dei mercati alla governance della finanza

Europa: necessità dei movimenti costituenti per l’alternativa

di Beppe Caccia e Luca Casarini
21 / 11 / 2011

L’epoca che stiamo vivendo è quella della crisi. Globale e sistemica. Tutt’altro che congiunturale. Destinata a cambiare strutturalmente il mondo per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni. Ma tutto tranne che omogenea nei suoi effetti nelle diverse aree del pianeta. E nient’affatto lineare nei suoi sviluppi. Con la crisi del debito sovrano è uno stadio ulteriore ad essere raggiunto. E con l’insediamento del governo Monti in Italia è una fase politica inedita che si apre, per il nostro paese e per lo scenario europeo.

Cerchiamo di ripercorrerne sinteticamente i passaggi successivi. Siamo ormai nel pieno del quarto anno, a partire dall’esplosione della bolla finanziaria originatasi nel mercato immobiliare statunitense e nella cartolarizzazione dei mutui subprime e, simbolicamente, dal conseguente fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, della più lunga e complessa crisi che il modo di produzione capitalistico abbia mai conosciuto nella sua storia. Ormai lo stesso paragone con la durata e la profondità della crisi del 1929 non regge più. Nessuno, da ultimo Barroso, nega più il suo carattere sistemico. La crisi si presenta come un concatenamento aperto di molteplici nodi rimasti irrisolti nel processo di costruzione del mercato globale: materie prime ed energia, clima e produzione agro-alimentare, finanza ed economia, fino alla dimensione sociale e politica.
Il suo carattere planetario, allo stesso modo, tocca in maniera differenziata le diverse aree territoriali, il loro ambiente; il peculiare modello di sviluppo, di organizzazione del lavoro e del suo sfruttamento che in ciascuna di esse si era affermato; i singoli modelli politici e le forme di esercizio del comando che erano andate strutturandosi, nella stessa misura in cui i singoli contesti regionali erano stati negli ultimi due decenni agenti attivi e soggetti passivi dei processi di globalizzazione della produzione e del mercato.

Gli ultimi mesi hanno visto l’irrompere della crisi del debito sovrano. E’ uno stadio raggiunto progressivamente: in una prima fase la tempesta finanziaria si era abbattutta sul debito privato, risorsa cui erano stati costretti a ricorrere in tutto l’Occidente milioni di proletari e ceto medio impoverito per soddisfare il bisogno di un’abitazione o le necessità dell’acquisto di beni di consumo di fronte alla contrazione del proprio reddito nel corso degli anni Novanta, e sui castelli finanziari, i cosiddetti “titoli tossici”, che costruiti su di esso ne avevano moltiplicato esponenzialmente la portata.
Poi l’uragano della speculazione e dell’insostenibilità ha invece investito il debito pubblico, gonfiato a dismisura per effetto delle risposte cosiddette anti-crisi che, nei tre anni trascorsi, hanno portato i governi di Stati Uniti ed Europa a pompare ingenti quote di liquidità nei programmi di salvataggio delle banche e delle centrali finanziarie, attraverso la crescente emissioni di titoli di Stato che sono stati collocati non, come era storicamente avvenuto, sul mercato del piccolo risparmio privato e nazionale, ma di nuovo nei circuiti della speculazione globale (sia quella privata dei cosiddetti “investitori istituzionali”, sia quella dei fondi d’investimento sovrani detenuti dalle potenze emergenti del BRIC). Le politiche di deficit spending sono state dunque indirizzate non all’attuazione di misure tradizionalmente keynesiane di rilancio della crescita, per mezzo di un irrobustimento del reddito diretto ed indiretto disponibile, né allo stimolo di nuovi settori di sviluppo produttivo (si pensi alle illusioni della “green economy” obamaniana), ma ad alimentare invece una volta di più i processi di finanziarizzazione, ormai del tutto indistinguibili dai processi di produzione materiale e immateriale della cosiddetta “economia reale”.

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