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discussione

DAD/DDI. La scuola delle macchine

di Alessandro Palmi

venerdì 29 gennaio 2021, di cesppadova

La mediazione delle macchine informatiche nel processo educativo, istruttivo e formativo del vissuto scolastico collettivo è oggetto di discussione e riflessione. Una elaborazione importante che riguarda il divenire stesso della nostra società, che ha bisogno di approfondite riflessioni e di confronto dispiegato. Qui proponiamo uno stralcio del contributo pubblicato sulla rivista on line "machina" dell’editrice DeriveApprodi. G.Z.

L’ambito didattico e pedagogico

di Alessandro Palmi da deriveapprodi.it

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In ambito didattico si registrano diverse criticità; la prima, più ovvia, è la constatazione di come non sia possibile considerare scuola ̶ almeno per come dovrebbe essere intesa nel senso più nobile del termine ̶ un sistema dove la relazione diretta tra docente e discente e la ricchezza delle relazioni trasversali nel gruppo vengono sostanzialmente azzerate. Quello mediato dalla tecnologia e dalla macchina diventa giocoforza un sistema diverso, con regole e dinamiche differenti, dove viene persa la enorme quantità di informazione analogica della «comunicazione» [1] ci si ritrova quindi immersi in un contesto totalmente diverso da quello consueto, perfino al di là di quelle che sono le cause di questo cambiamento di contesto, dove giocoforza non sarà possibile ̶ né auspicabile ̶ riprodurre le dinamiche classiche.

Questa criticità, che sembrerebbe così ovvia da non meritare più di tanta attenzione, in realtà appare non ben compresa persino da una buona parte del corpo docente: troppi sono infatti i colleghi e le colleghe che semplicemente stanno cercando di riprodurre i «soliti» meccanismi presenti nelle scuole, riproducendo tutte le liturgie classiche e rischiando di finire intrappolati in un vortice di situazioni paradossali, a volte al limite del grottesco ̶ ad esempio l’imposizione di tenere accese le telecamere con mani e telefoni in vista o le interrogazioni da bendati ̶ senza rendersi conto che, cambiato il contesto, non è più possibile riprodurre meccanismi e relazioni che sono nati e successivamente strutturati e consolidati in un contesto totalmente diverso. Si tratta di un approccio che definirei «antiscientifico» o «antimaterialista». Inoltre, la pretesa di riprodurre pedissequamente il modello classico attraverso la Dad soffre di un ulteriore vizio ovvero il non tenere conto di quale sia la causa del cambiamento di contesto: esso non è dovuto ad un cambiamento indotto o voluto dal sistema ̶ o da una parte di esso ̶ né da una naturale evoluzione di processi in atto e neppure scelto dai partecipanti; ma è frutto di un evento traumatico di portata globale che ̶ al netto di tutto ciò che si potrebbe dire e potrà succedere ̶ è piombato sull’attuale organizzazione sociale come un tornado in maniera velocissima ed imprevedibile.

In particolare, durante il lockdown primaverile, come si poteva pensare di «riprodurre la scuola in forma Dad» senza tenere conto di quanto stava avvenendo ̶ lutti, paure, sospensione di diritti costituzionali, convivenza forzata, rischi economici serissimi e tanto altro che poteva e potrà ancora accadere nelle case di chiunque, quindi anche di docenti e studenti? Esiste il rischio di uno straniamento e di fare «come se il virus non ci fosse».

D’altra parte, il tempo trascorso dall’inizio della crisi pandemica ha fatto giustizia anche di coloro che nei primi tempi hanno tentato di magnificarne le sorti; oramai nessuno tenta più di sostenere la Dad in quanto tale, è opinione corrente e diffusa che non funzioni e non possa funzionare e solamente la paura ̶ indotta da una martellante azione dei media ̶ la rende digeribile per una grande parte di docenti e studenti.

Chi ha sperimentato la Dad come docente ha vissuto la frustrazione di parlare con una sequela di palline colorate con una iniziale all’interno di quadratini neri; ha avuto spesso l’impressione di parlar da solo; ha subito l’assenza quasi assoluta di feedback. In più, ad aggiungersi a questa alienazione, ha subito l’umiliazione di sentirsi dire che era «colpa»sua, che era incapace di sfruttare l’opportunità offerta dalle tecnologie. Così, mentre il suo lavoro veniva via via sempre più sussunto dalla macchina, che inoltre diventava sempre più strumento di controllo, il docente accumulava frustrazione su frustrazione (per approfondire gli effetti deleteri della Dad in campo strettamente pedagogico e didattico si rimanda ai tanti materiali scritti sul tema, facilmente reperibili in rete).

Va comunque detto che, purtroppo, molti docenti non hanno dato buona prova di sé in questo frangente: troppo spesso abbiamo visto il semplice tentativo di riprodurre le solite dinamiche di potere esistenti nel gruppo classe in presenza. Non a caso in molti hanno manifestato una nostalgia del «potere» indotto dal voto e la disperazione per le aumentate possibilità di «copiare», mentre in altri casi si è vista una certa mancanza di empatia nei confronti delle situazioni in cui si potevano trovare studenti e studentesse. Le modalità Dad «standard» sembravano dare per scontato che nessuno avesse problemi di connessione o che tutti avessero a disposizione stanze e Pc per poter studiare, mentre è certo che la maggioranza degli studenti era costretta a connettersi con smartphone e che il sovraffollamento e la carenza di device adeguati erano molto comuni ̶ tanto che i dati di dispersione e non raggiungimento in varie zone hanno superato il 30% del totale.

Ovviamente l’attitudine del corpo docente è stata variegata: se in tanti hanno messo in atto i comportamenti deleteri citati, molti altri docenti invece hanno cercato di mantenere i contatti, aiutato gli studenti e le studentesse, lottato contro l’esclusione e il digital divide e sono stati comprensivi verso gli studenti.

In generale si può affermare che l’ambito didattico è stato approfondito in particolare dal punto di vista dei discenti piuttosto che da quello dei docenti; varrebbe forse la pena di aprire una riflessione più approfondita proprio dal lato docente, per cercare di capire come il cambio di paradigma contenuto nella Dad e nella Ddi provochi profonde trasformazioni nel ruolo stesso della figura del docente, che vanno ben oltre ad un semplice cambio di contesto didattico e che mettono in discussione la natura stessa della prestazione lavorativa.

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