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LA DAD è TRATTA

di Serena Tusini*

sabato 29 agosto 2020, di cesppadova

LA DAD è TRATTA. Nelle Linee guida ministeriali prevista la DaD anche fuori dai periodi di emergenza.

di Serena Tusini* dal giornale dei Cobas della Scuola

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Stanno facendo di tutto per fare in modo che la scuola esca trasformata alla radice dall’evento della pandemia. L’ultimo pesante passaggio sono le Linee guida per la Didattica digitale integrata, attraverso cui il Ministero dell’Istruzione spinge affinché quella didattica digitale che ha fallito nelle scuole e nelle famiglie diventi strutturale.

Nelle Linee guida si dice infatti che le scuole superiori dovranno inserire nella programmazione una quota di “didattica digitale integrata, intesa come metodologia innovativa di insegnamento-apprendimento”. Il punto infatti è proprio questo perché il Ministero non è tanto interessato alla DaD (lo hanno più volte dichiarato, criticando quei docenti che hanno continuato a fare lezioni frontali anche se a distanza), ma sta cercando di portare a casa una accelerazione importante delle metodologie legate alla scuola digitale.

La trappola dell’innovazione

Sono anni che il Ministero ci prova, investendo anche discrete somme: prima le LIM, poi le classi 2.0, un’infinità di corsi di formazione per docenti, animatori digitali in ogni scuola ecc. Perché questa insistenza? Da dove viene e che finalità ha? Dietro la propagandistica modernizzazione, che fino al lockdown aveva trovato orecchie soprattutto tra i genitori, si nasconde in realtà uno strumento decisivo per la trasformazione della scuola, una trasformazione contro la quale i docenti italiani hanno opposto e stanno opponendo resistenza. La propagando ascrive tale resistenza all’età avanzata e alle incapacità informatiche dei docenti, narrazione anch’essa messa in crisi dal lockdown quando in una settimana la grande maggioranza degli insegnanti e stata capace di riprendere il contatto a distanza con i propri studenti su piattaforme le più disparate; in realtà la resistenza proviene da un giudizio largamente negativo che la maggioranza dei docenti italiani dà di queste metodologie. Si tratta di metodologie didattiche che vengono citate, dandole acriticamente come espressioni di innovazione e di qualità, anche nelle Linee guida (didattica breve, apprendimento cooperativo, flipped classroom, debate). Al contrario esse devono essere urgentemente poste sotto la lente critica, devono essere smascherate e comprese nel loro essere strumenti di ridefinizione complessiva della scuola e della sua funzione sociale. Queste metodologie infatti disegnano una scuola al ribasso, una scuola che smette di essere luogo centrale della formazione dei cittadini, ma diventa funzionale a costruire capitale umano, cioè persone che vengono educate e cresciute considerandole, fin da piccoli, come futuri lavoratori. Infatti queste metodologie sono tutte mirate ad ottenere due obiettivi fondamentali:

Spostare la centralità del processo di insegnamento dalle conoscenze alle competenze.
Individualizzare al massimo i percorsi di apprendimento e spostarne la responsabilità sul singolo studente.

Competenze o conoscenze

L’insegnamento per competenze è al centro della scuola e della normativa scolastica, ormai da molti anni; le conoscenze sono messe da parte, derubricate a nozionismo: insomma a scuola si va per imparare a fare, non per impadronirsi del sapere. Sono solo pochi decenni, se ci pensiamo bene, che il sapere non è più un’esclusiva delle classi più abbienti, ma attraverso una scuola pubblica di qualità è diventato accessibile potenzialmente a tutti. Sarà un caso che proprio quando la scuola diventa di massa, improvvisamente la conoscenza non è più importante? La didattica digitale si sposa perfettamente con quella riduzione al minimo delle conoscenze che è presente anche nelle recenti Linee guida: “Al team dei docenti e ai consigli di classe è affidato il compito di rimodulare le progettazioni didattiche individuando i contenuti essenziali delle discipline”. Leggere, scrivere e fare di conto, tutto qui e soprattutto “imparare ad imparare”, in un futuro di formazione continua visto il precariato che aspetta i nostri studenti; una formazione continua che avverrà quasi del tutto in modalità digitale e con la quale da subito i ragazzi e le ragazze devono prendere dimestichezza. L’Unione Europea lo dice chiaramente: “Le tecnologie dell’informazione […] operano un ravvicinamento fra i ‘modi di apprendimento’ e i ‘modi di produzione’. Le situazioni di lavoro e le situazioni di apprendimento tendono a un reciproco ravvicinamento se non ad un’identificazione sotto il profilo delle capacità poste in atto” (Libro bianco su istruzione e formazione – Commissione Europea 1996). E aggiunge: “La società dell’informazione modificherà i modi d’insegnamento sostituendo al rapporto troppo passivo dell’insegnante e dell’allievo il nuovo rapporto, a priori fecondo, dell’interattività”. Le Linee guida sono ricalcate su queste affermazioni e dicono infatti che è necessario “porre gli alunni, pur a distanza, al centro del processo di insegnamento-apprendimento per sviluppare quanto più possibile autonomia e responsabilità”. Se traduciamo e usciamo dalla propaganda, significa che ore di lezione saranno sostituite con didattica digitale chiamata “asincrona”: cioè i ragazzi studieranno da soli utilizzando materiali selezionati dai docenti.

Contro l’individualismo neoliberista

Anche tutto questo è una mistificazione: l’obiettivo è quello di frantumare il gruppo classe, sul modello efficientista anglosassone per cui anziché sviluppare un programma insieme alla propria classe, ogni studente avrà il proprio percorso e i propri obiettivi, esattamente nella logica meritocratica (?) e neoliberista che domina la società. Non più un programma di Italiano, di Matematica, di Scienze uguale per tutti, ma tanti pacchetti a step per i quali uno studente potrà essere ad esempio al modulo tre d’Italiano, mentre a Matematica è ancora al modulo due; ognuno con i suoi tempi, dicono, nel rispetto dei percorsi individuali ed assicurando a tutti il successo formativo. È un’idea inversa rispetto alla scuola della Costituzione che abbiamo conosciuto: oggi nella formazione delle classi i docenti hanno sempre proceduto cercando di mescolare e rendere i livelli omogenei classe per classe, in modo che in ogni classe fossero presenti ragazzi con potenzialità diverse. Tutti comunque svolgono lo stesso programma in un’idea paritaria di classe scolastica che contiene una precisa idea di società: è un’idea di uguaglianza, è l’idea costituzionale per la quale la Repubblica cerca di rimuovere le differenze sociali e culturali di partenza e la scuola viene investita di una potente funzione di ascensore sociale. La didattica digitale cancella questo modello e favorisce quello dei percorsi individuali a diverse velocità: anche questa è un’idea di società, quella società neoliberista dove la meritocrazia e gli indvidui-monadi devono tracciare isolatamente, e non collettivamente, il proprio destino. Tale modello neoliberista permette inoltre, come nelle scuole anglosassoni, di potenziare (e selezionare) le eccellenze prematuramente e di dare il minimo d’ufficio agli altri. Il livello socio-culturale con il quale si entra nella scuola, segna in modo poco superabile il proprio percorso di formazione culturale. Da qui l’insistenza sui famosi banchi a rotelle e le chiarissime affermazioni della ministra che ha rivendicato tale scelta di arredamento per veicolare una nuova modalità di scuola

Tutto questo ciarpame didattico, proposto da anni nelle scuole, è già stato, nei fatti, respinto dai docenti italiani, chiamati a trasformarsi in semplici tutor e accompagnatori di percorsi di apprendimento individuali; ed oggi, dopo che tali strumenti sono stati sperimentati in situazione di lockdown, anche le famiglie hanno preso coscienza diretta dell’abisso di qualità tra una scuola in presenza e la scuola digitale.

Quando dunque ci opponiamo alla didattica digitale ci opponiamo a un’idea di scuola e società ben precise e difendiamo la scuola della Costituzione, sulla quale si stanno accanendo da anni e che sperano di archiviare con l’aiuto della pandemia.

Certo la scuola attuale non è il migliore dei modelli possibili e andrebbe riformata, ma la direzione che da anni ha preso il Ministero, in ossequio ai diktat di Confindustria e della UE, è da respingere frontalmente perché mira a trasformare la funzione sociale della scuola, ad affossarne la qualità e di conseguenza a spalancare un enorme mercato per i privati, di cui i prodotti didattici digitali rappresentano una fetta non certo trascurabile.

Invitiamo pertanto i Collegi Docenti, nella propria autonomia e competenza esclusiva in campo didattico, a bocciare le linee guida e a programmare attività di didattica digitale da utilizzare esclusivamente in situazioni di chiusura delle scuole.

Invitiamo i genitori ad opporsi al taglio orario rivendicando la normativa che non permette alle scuole di tenere i ragazzi a casa (magari a svolgere ore di didattica digitale asincrona), ma impone un orario curricolare ben preciso.

La partita che si gioca è grossa e da come sapremo giocarla scuola per scuola, famiglia per famiglia, dipende il futuro della scuola italiana.

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