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discussione

VOTARE NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

di COBAS - comitati di base della scuola del Veneto

giovedì 27 agosto 2020, di cesppadova

VOTARE NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

La riduzione del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) è un classico taglio con l’accetta, incurante delle conseguenze sugli equilibri costituzionali e, soprattutto, sulla rappresentatività del Parlamento, unico organo costituzionale direttamente rappresentativo.
La motivazione economica è il cosiddetto risparmio, che viene enfatizzato in termini assoluti (500 milioni di euro per legislatura), ma che corrisponde solo all’0,007% della spesa pubblica annuale e, quindi, si configura come un’argomentazione risibile, che risponde solo ad una facile demagogia, che rischia di collocarsi in pericolosi contesti di antiparlamentarismo e di rivendicazione di “pieni poteri”.
Il ddl costituzionale prevede solo che passino per l’applicazione almeno 60 giorni dalla data di entrata in vigore, per dare il tempo al Governo di ridisegnare i collegi elettorali, in linea con quanto prevede la vigente legge elettorale. Quindi, il taglio dei parlamentari, come dice lo stesso Dossier della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non richiede modifiche alla legge elettorale vigente, che prevede ben due correzioni al sistema proporzionale: un terzo di parlamentari eletti con metodo maggioritario e la soglia di sbarramento nel sistema proporzionale. Correzioni che riducono in modo ancora più marcato la rappresentatività del sistema se si riduce drasticamente il numero dei parlamentari.
Nonostante il rinvio del referendum, in questi mesi non è stato fatto alcun serio passo in avanti per una legge elettorale proporzionale senza correzioni. Ma anche con un sistema proporzionale “puro” con pochi deputati e ancor meno senatori da eleggere in ogni collegio, il quoziente elettorale (numero di voti necessari per ottenere un seggio) sarebbe molto alto (in particolare al Senato), creando alte soglie di sbarramento di fatto, che minano comunque la rappresentatività del sistema.
Ma il taglio con l’accetta sconvolge gli equilibri costituzionali anche per altri aspetti: con le commissioni in sede deliberante pochi deputati e pochissimi senatori potrebbero approvare in via definitiva le leggi, in continuità con il processo pluridecennale di concentrazione del potere normativo nelle mani del governo o, in questo caso, di pochi parlamentari non direttamente rappresentativi.
Nelle elezioni del Presidente della Repubblica la presenza di 59 delegati regionali nel collegio elettorale aumenterebbe in modo significativo il peso dei rappresentanti regionali rispetto a quello dei parlamentari nazionali: anche questo si collocherebbe nella tendenziale regionalizzazione della Repubblica, già in parte realizzata con la sciagurata riforma del 2001 (con tutte le incongruenze della regionalizzazione- aziendalizzazione della sanità che sono emerse con l’emergenza Covid 19) e che verrebbe rafforzata con tutte le varie ipotesi di autonomia differenziale.
Anche le maggioranze qualificate previste dalla Costituzione per eleggere gli organi di garanzia o per la stessa revisione della Costituzione vedrebbero drasticamente ridotte la loro funzione di garanzia, in quanto più facilmente raggiungibili, soprattutto con una legge elettorale di tipo maggioritario.
Insomma, bisognerebbe intervenire con più attenzione sugli equilibri costituzionali e non in modo semplicistico e arruffone.