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DAD e DISABILITA’: rilevato un peggioramento in termini comportamentali, di apprendimento, autonomia e comunicazione

di Sebastiano Ortu e Carlotta Cini - Cobas scuola Livorno-Pisa

sabato 13 giugno 2020, di cesppadova

DAD e DISABILITA’: rilevato un peggioramento in termini comportamentali, di apprendimento, autonomia e comunicazione

di Sebastiano Ortu e Carlotta Cini* - Cobas scuola Livorno-Pisa

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“Pochi mesi di didattica a distanza sono bastati a dimostrare quanto la lontananza dalle aule fisiche abbia aumentato il divario sociale e sia stata escludente per gran parte della comunità scolastica.

Le problematicità dell’accesso alla tecnologia hanno certamente creato una prima profonda frattura tra chi riesce a seguire e procede in qualche modo, tra mille difficoltà e a requisiti ridotti, nel proprio percorso formativo, e chi resta inesorabilmente indietro.

La distanza ha sicuramente comportato difficoltà ulteriori soprattutto per chi è più fragile, a partire da chi ha situazioni sociali ed economiche complicate.

Ma le criticità di questo surrogato emergenziale della didattica in presenza hanno colpito ancora più pesantemente gli studenti e le studentesse con disabilità.

Un dato generale è chiaro: la modalità a distanza mette tra parentesi la componente emotivorelazionale del processo di apprendimento, aspetto fondamentale di qualsiasi rapporto educativo e che solo in presenza può realizzarsi pienamente, ma che in special modo riguarda chi deve far ricorso alle proprie diverse abilità.

La dimensione fondamentale per educare a crescere come individui sociali, compito primario della scuola, è quella dell’interazione tra pari. La didattica a distanza elimina la dimensione orizzontale della relazione e spazza via le fondamenta di quello che in molti identificano con il concetto di “inclusione” ma che può essere semplificato, assai più
comprensibilmente, in due parole: crescere insieme.

È il valore fondamentale alla base della scelta che vede l’Italia unico paese al mondo in cui tutte le persone con disabilità sono accolte nelle classi comuni e non nelle scuole separate, le cosiddette “differenziali”.

La didattica a distanza ha rappresentato un ostacolo per chi ha disabilità fisiche che limitano l’interazione con i dispositivi digitali, e per chi non ha mezzi economici tali da permettersi strumenti di adattamento e di supporto.

Ma anche per chi di fatto è stato privato, in buona parte del periodo di sospensione della didattica dovuta all’emergenza Covid, delle figure degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione di cui aveva diritto.

Un ricorso prolungato a una metodologia didattica in modalità on-line e all’uso correlato delle TIC impone la sostituzione della penna con la tastiera, trasforma le attività pratiche laboratoriali in simulazioni virtuali, sostituisce l’esercizio fisico collegato alle scienze motorie con l’approfondimento teorico. Ciò determina esiti negativi sulla capacità motoria in generale e sulle motilità fini in particolare, con conseguenze importanti anche sullo sviluppo armonico delle abilità e delle capacità cognitive (come diversi studi hanno ormai confermato) ad esse correlate.

Pensiamo all’impatto della didattica digitale a distanza sull’universo delle disabilità psichiche e soprattutto degli autismi, nel momento in cui la rigidità dello schermo mette a dura prova la capacità attentiva o promuove comportamenti ossessivi e stereotipie.

Le criticità assumono una dimensione ancora più inaccettabile se le esaminiamo dal punto di vista delle famiglie, che si sono trovate a gestire un impegno spesso al di là delle proprie possibilità, con ricadute pesanti sulla propria attività personale, sociale e lavorativa. La scuola della DAD di fatto ha scaricato parte del proprio ruolo sulle spalle di nuclei familiari già fortemente provati.

La didattica a distanza, che sarebbe meglio chiamare “didattica dell’esclusione”, ha lasciato indietro coloro che hanno maggiori difficoltà e in primis le studentesse e gli studenti con disabilità. E i risultati non hanno tardato a manifestarsi. Le prime indagini (inchieste, questionari e analisi dei territori) hanno da subito rilevato un peggioramento per i soggetti con disabilità in termini comportamentali, di apprendimento, autonomia e comunicazione determinatosi dalla chiusura prolungata delle scuole. Non poteva essere altrimenti.

E la soluzione non può essere davvero quella prospettata (sembra) da alcune proposte ministeriali, che prevedono la possibilità per i docenti di sostegno, con la riapertura delle scuole a settembre, di assistere direttamente a casa le persone con disabilità. Una proposta inaccettabile, non solo perché è irrealizzabile con le attuali risorse messe a disposizione, ma soprattutto perché significherebbe, con la scusa della garanzia della continuità di un servizio, un ritorno al passato delle classi differenziali in una dimensione casalinga e domestica, secondo un modello di scuola in realtà fortemente discriminatorio.

Invertire il trend dei tagli che da decenni ormai soffoca il sistema scolastico italiano, ristrutturare gli spazi, crearne di nuovi, gestire meglio quelli che già abbiamo, assumere il personale necessario, mettere a disposizione risorse per limitare il numero degli alunni per classe e farla finita una volta per tutte con le “classi pollaio” rappresenta non solo l’adempimento a una normativa, il più delle volte non rispettata, per le classi con persone con disabilità, ma è anche l’unica via d’uscita per portare fuori la scuola italiana dall’emergenza sanitaria e per ritornare in classe e in sicurezza sin da settembre. I palliativi non funzionano: la didattica a distanza ha già fatto abbastanza danni nel
periodo dell’emergenza e deve essere assolutamente abbandonata”.

*tratto da livornopress.it