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Una costituente per la scuola: se non ora, quando?

redazionale di Euronomade

giovedì 4 giugno 2020, di cesppadova

Una costituente per la scuola: se non ora, quando?

redazionale di Euronomade da euronomade.info

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Due documenti, anzi tre, nel giro di 4 giorni sulla scuola: il 25 maggio, un vero e proprio manifesto dell’Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici (ANP); a seguire, il Documento tecnico del Comitato tecnico scientifico, al quale ha fatto seguito un piano per settembre “La scuola che riparte”, consegnato da Patrizio Bianchi alla ministra Azzolina (al momento non ancora noto, ma del quale sono state fornite anticipazioni dalla stampa). Tre documenti che fanno, una volta per tutte, venire al pettine i nodi, ed evidenziano la posta in gioco: non la semplice ripartenza, ma il futuro della scuola.

Credere obbedire digitare: la scuola dell’ANP

È stato detto che il documento dell’ANP ha un pregio, quello di parlar chiaro: l’associazione di categoria dei dirigenti batte i pugni sul tavolo, si attribuisce il merito di aver gestito il sistema scolastico in stato di emergenza – più o meno come i padroni si attribuivano il merito del raccolto, in spregio al lavoro dei contadini – e reclama una riorganizzazione del sistema scolastico radicale. In primo luogo, dalla valutazione senza riserve positiva della didattica a distanza segue la richiesta che tale modalità diventi quella ordinaria; da cui seguono proposte di riorganizzazione della gestione scolastica tarate sull’e-learning. Il modello è una scuola aziendalistica senza se e senza ma, dove il “welfare generale” coincide con “i soggetti portatori di interesse” e della Costituzione: stralciati gli artt. 3, 33, 34 (niente male, nel momento in cui dovrebbe entrare a regime l’Educazione Civica), rimane solo il richiamo al principio del “buon andamento”, per ottemperare al quale, i dirigenti chiedono mani libere da “vincoli e costrizioni” che favorirebbero “conflittualità deleterie per il clima relazionale e, in definitiva, per la funzionalità del sistema”. Senza nascondersi: ampliamento dei poteri dirigenziali, abrogazione dei decreti delegati, abolizione dei contratti nazionali di lavoro, fine del vincolo delle 18 ore; e ancora, creazione di funzioni intermedie di supporto al dirigente – il middle management –, mentre ai docenti “comuni” si chiede di “volgere decisamente la loro attività alla promozione dell’apprendimento autentico, attraverso un approccio di school improvement, ossia attraverso comportamenti di agevolazione del processo di formazione in uno scenario orientato alla cultura della competenza”. La didattica a distanza (DaD), a parere dell’ANP, “richiede il superamento dell’idea della trasmissione della conoscenza, l’ampliamento della visione dell’apprendimento, da realizzarsi attraverso l’utilizzo di pratiche didattiche innovative, e il ripensamento della valutazione che non ha solo lo scopo di misurare le conoscenze apprese, ma anche e soprattutto quello di certificare le abilità e le competenze acquisite dall’alunno”. A questo pesante intervento nella didattica si accompagna la richiesta di abolire lo schema gruppi-classi-docenti, in funzione di una marcata individualizzazione dell’apprendimento: che sia il singolo studente, e non la collettività, ad essere messo al centro lo attesta altresì la richiesta di determinare “la definizione di un costo standard per alunno, con pianificazione degli investimenti sui territori secondo opportuni parametri di rilevanza sociale”. E ancora, “lo snellimento dei curricoli ordinamentali, prevedendo maggiori opzionalità e facoltatività per le scelte delle famiglie”: una scuola à la carte, semplificata e facilitata, dalla quale le famiglie potranno scegliere fior da fiore, condizionando pesantemente la libertà d’insegnamento.

Su ROARS, a corredo di un’analisi accurata di questo disegno, è stata collocata un’immagine di Federico II, per illustrare l’idea di una scuola con i pieni poteri al capo. Ma Federico II, uomo di vasta cultura e di grandi visioni politiche e costituzionali, è davvero troppa grazia per la scuola dell’ANP: Luigi XVI Capeto, nella sua mediocre stupidità, è senz’altro più adeguato.

Come si diceva in apertura, questo documento parla chiaro: è dispotismo tecnocratico – fascismo 2.0, verrebbe quasi da dire – che trasuda intolleranza verso qualsivoglia prerogativa delle/dei docenti che non siano la fedeltà, l’obbedienza e la digitalizzazione. Com’è noto dall’età dei Lumi, l’intolleranza non produce che due cose: l’ipocrisia o la ribellione. Una presa di distanze netta e senza ambiguità da questa idea di scuola, a qualunque livello, è necessaria, ineludibile, preliminare rispetto a qualsivoglia ipotesi di dialogo, negoziazione, collaborazione.

La scuola che riparte

Veniamo al documento tecnico, che presenta luci e ombre, con un’ambiguità motivata (il che non significa: giustificata) dal carattere “tecnico” del testo. Il principale aspetto da apprezzare: il franco riconoscimento delle “disuguaglianze che coinvolgono i bambini in particolare nelle aree gravate da disagio, degrado, povertà e difficoltà sociali. In Italia dei 9.700.000 soggetti in età compresa tra 0 e 18 anni, 1.600.000 sono in condizioni di povertà. Inoltre circa 1.000.000 di soggetti in età evolutiva hanno necessità assistenziali complesse, tra questi il 20% circa con problemi neuropsichiatrici”. A questa constatazione si accompagna il riconoscimento della funzione sociale e politica della scuola: “la scuola è un contesto fondamentale dove queste difficoltà possono essere accompagnate e quanto possibili colmate”. L’opposto, ci sembra, da quella “erogazione di servizio che produce apprendimento” che fa rete con tutti i “soggetti portatori di interesse” di cui parla l’ANP. Questa funzione sociale e politica è centrale: perché implica il riconoscimento del lavoro di cura che viene svolto dalla scuola, attraverso le sue componenti – lavoro di cura di cui finalmente si comincia, per effetto dell’emergenza pandemica, a prendere consapevolezza.

Un secondo punto da sottolineare è il riconoscimento – che sembra provenire da quanto esperito dall’intera comunità di apprendimento che è la scuola, senza distinzione fra docenti, studentesse e studenti, genitori – che “la modalità a distanza [DaD] potrà rappresentare un momento integrativo e non sostitutivo” dell’insegnamento. Non è molto, ma la sola sottolineatura di una gerarchia fra le due modalità è già qualcosa, nel momento in cui appare chiaro a tutte le componenti della scuola – docenti, studenti, genitori (rimane a presidiarla solo l’ANP, come l’ultimo giapponese nella foresta) – che l’hanno a diverso titolo esperita e subita, che la DaD al massimo è la pezza sullo sbrego dei calzoni, non il calzone nuovo.

Cosa non va nel documento tecnico? In primo luogo, il raffazzonato insieme di misure di prevenzione in ingresso. Mancano le “Tre T”: Test, Tracciamento, Trattamento.

Con le parole di Maddalena Fragnito:

Test pubblici, ovvero gratuiti e per tutti; Tracciamento, che non è l’app Immuni, ma la capacità del sistema sanitario territoriale di individuare e isolare, nel caso, tutte le persone che sono venute in contatto con te – non serve una app per forza, serve una ricostruzione verbale e veloce a chi ha cura dei tuoi spostamenti; Trattamento, cioè accesso alle migliori cure disponibili al momento, a casa come in ospedale se necessario.

Manca l’idea che la scuola possa essere un presidio sanitario che svolga la funzione di tenere in sicurezza poco meno di un quinto della popolazione, e che tenga insieme la centralità tanto della scuola quanto della sanità pubbliche per un’autentica politica del ripartire.

Cos’altro non va nel documento tecnico? Il fatto che sia, per l’appunto, un documento tecnico, all’interno del quale non possono trovare risposta politica le questioni sul tappeto. Salvo che la politica sembra pronta ad appellarsi alle ragioni tecniche per motivare le proprie scelte. E qui si esce dalla finzione tecnica, e si entra sul terreno politico.

Alcuni punti di programma per dare priorità alla scuola

Due punti li abbiamo già enunciati: una direzione ostinata e contraria rispetto alla scuola dell’ANP; e la scuola come presidio sanitario pubblico. Vediamone, senza pretesa di completezza, altri.

Quando si dice che “la scuola riparte”, in concreto di chi si sta parlando? Chi deve farla ripartire?

È evidente che la risposta non può che essere: le/gli insegnanti. L’alternativa è il piano dell’ANP: un terreno di mediazione non c’è. Ma quali insegnanti? In primo luogo, quelli che insegnano: quindi anche i precari storici, che hanno almeno tre anni di servizio; che hanno gestito, al pari di collegh@ di ruolo, l’emergenza, hanno fatto aggiornamento a piedi scalzi come tutt@, acquisendo come tutt@, con un aggiornamento autogestito “capacità e competenze digitali” (e mettendoci del loro in spese vive). È demenziale che decine di mogliaia di docenti vengano tenut@ ai margini dell’organico e al minimo salariale in nome del mito del concorso selettivo, il cui superamento non è in alcun modo equiparabile all’esperienza viva dell’insegnare: è nell’acqua alta che si impara a nuotare, non sui manuali che ti spiegano come si nuota coi disegnetti.

In secondo luogo, tanti insegnanti quanti ne occorrono. A fronte di un’ipotesi di classi ridotte, la soluzione di doppi turni scaglionati che riducono il tempo della didattica, dalle ore di 40 minuti all’azzeramento del tempo pieno, c’è un’altra soluzione: rimodulare e implementare l’organico in funzione delle esigenze della didattica d’emergenza. Chi non è nella scuola forse non lo sa, ma al momento la determinazione degli organici avviene in base alle norme preesistenti – anzi: si registrano casi diffusi di riduzione degli organici. Peraltro, nel momento in cui si parla di riduzione del tempo-scuola, vanno messe in discussione tutte quelle attività – dal PCTO (ex Alternanza scuola-lavoro) alle attività di valutazione degli apprendimenti che si aggiungono all’attività didattica sottraendole tempo prezioso già in condizioni di “normalità”.

Dove, come, con quali mezzi? Si dice che il commissario Bianchi abbia chiesto 3 miliardi, per vedersene assegnare la metà. Questo mentre accadono piccoli (dal punto di vista quantitativo) ma significativi (sul piano simbolico) gesti, come il rifinanziamento di 150 milioni a integrazione delle rette annuali delle scuole private, o i 100.000 € per una produzione di podcast di preparazione all’esame di Stato (nelle sole materie del liceo classico), che ripropone l’idea che l’insegnamento sia una sorta di juke box nel quale metti la monetina ed esce la lezioncina. Il criterio va rovesciato; la scuola non può continuare a sentirsi dire che “questi sono i pupazzi, con questi fate il presepe”: se la scuola è una priorità, devono essere trovate le risorse necessarie.

La questione dei mezzi si lega alla risposta sul “chi”. La risposta sembra ovvia: le/i docenti, attraverso gli organi collegiali tanto odiati dall’ANP. A fronte di criteri generali stabiliti sul piano tecnico-ministeriale, non può che essere ogni singola scuola a sapere cosa è fattibile o cosa no, in base alle caratteristiche del territorio e alla sua modalità di relazione con gli istituti scolastici.

Ma, obiezione prima: se le risorse, dai fondi all’edilizia, dagli spazi aggiuntivi a mezzi di trasporto, non sono adeguate, le decisioni da prendere sono di fatto vincolate, cioè predeterminate. Obiezione seconda: una gestione per davvero collegiale dell’emergenza richiede per un verso la tutela di norme-cornice generali; e per altro, deroghe alle attuali normative di gestione della scuola che reintroducano quei livelli di collegialità via via abrogati negli ultimi vent’anni. Un’autentica cogestione dell’emergenza non può contare solo sul buon senso di qualche dirigente illuminato: deve essere garantita, sia per l’emergenza in corso, sia come prefigurazione di una scuola altra – la scuola che riparte, ma davvero. Sono necessari provvedimenti legislativi che mettano in discussione interi segmenti della struttura giuridico-amministrativa che governa la scuola, e che hanno amplificato da tempo le disuguaglianze – ad esempio, la possibilità di assolvere l’obbligo scolastico nell’apprendistato o nella formazione professionale, che nulla ha a che vedere con l’istruzione: implementare la collegialità significa infatti rimettere in discussione non solo le prerogative del dirigente scolastico previste dalla Buona Scuola e della riforma Brunetta della dirigenza, ma anche lo statuto di pubblico dipendente con contratto di diritto privato cui, dalla riforma Bassanini, è regolato il il lavoro scolastico.

Un Costituente per ripartire: se non ora, quando?

Una cosa l’ANP ha ben chiaro, ed ha ragione: è insensata una gestione dell’emergenza che preveda la normalità di ieri come l’orizzonte di domani. Per ragioni opposte all’ANP, anche noi non vogliamo tornare alla normalità, perché era la normalità il problema. Le modalità di gestione dell’emergenza devono essere costitutive, a livello embrionale, della scuola che verrà – e lo saranno, in qualunque senso si orientino: questo dev’essere ben chiaro a tutt@.

Occorre pensare simultaneamente, come il doppio scatto delle chele dell’astice, la riforma della struttura amministrativa, a tutti i livelli – dai criteri di reclutamento a quelli di gestione; e la riforma della concreta didattica che vive all’interno di quella che resta una comunità educante: non è pensabile che, a fronte di crisi di sistema – crisi pandemica, crisi climatica, crisi economica, crisi dell’ecologia della mente – il sapere continui ad essere spezzettato in discipline separate da compartimenti stagni, e a loro volta segmentate in saperi minimi, competenze, parole-chiave.

Come si fa una Costituente? Come al solito, per così dire: partendo dalle assemblee di base e dai Quaderni di lagnanze. I luoghi per le assemblee di base la scuola li ha già: sono gli organi collegiali. Va data loro la possibilità di diventare luoghi di discussione deliberante, attuando un processo che esprima una costituente che moltiplichi la forza dell’alleanza tra le componenti che stiamo sperimentando in questi giorni nelle mobilitazioni di priorità della scuola, tra insegnanti, studenti, genitori, personale tecnico e amministrativo.

Si dice, è stato scritto, che «la parola d’ordine è: ripartire. Anche noi vogliamo ripartire, come no. Vogliamo ripartire le ricchezze che sono state privatizzate, vogliamo ripartire gli edifici sfitti di proprietà di un ente finanziario, vogliamo ripartire il denaro accumulato con lo sfruttamento del lavoro». Ripartire gli spazi vuoti per ampliare quelli scolastici, ripartire le destinazioni dei terreni edificabili per ripartire le comunità scolastiche in nuove scuole, più grandi e più belle, perché oltre al pane e agli abbecedari vogliamo le rose e i devices; ripartire il potere gestionale dei dirigenti scolastici e dei servizi amministrativi nella collegialità del comune; ripartire i ruoli sociali definiti dalla rigidità sociale abbattendo pareti e soffitti di vetro, ma anche sciogliendo la colla che fissa le scarpe ai pavimenti, perché il mondo che verrà sia davvero una terra delle pari opportunità; ripartire i piani dell’ascensore sociale nell’orizzontalità di una costruzione senza piani; ripartire le ricchezze dell’1% nel 99%. Ripartire, per davvero.