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LA SCUOLA DEI PIU' PICCOLI - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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LA SCUOLA DEI PIU’ PICCOLI

di Rete Scuola e Bambini nell’emergenza Covid-19 - gliasinirivista.org

venerdì 8 maggio 2020, di cesppadova

Pubblichiamo, di seguito, un manifesto prodotto dalla Rete Scuola e bambini nell’emergenza covid 19, una realtà formata da genitori, docenti e educatori che sta tenendo assemblee settimanali dall’inizio della pandemia sul tema dei diritti e della condizione dei minori. Si tratta di un documento che reputiamo convincente per almento due motivi. Il primo è che cerca di respingere ogni tentativo di contrapporre diritti fondamentali: alla salute, al benessere mentale ed emotivo, allo studio, allo spazio e al gioco, alla sicurezza sul lavoro (per gli insegnanti), a un welfare decente che non costringa le madri a casa. Il secondo è che inserisce la scuola nella società senza presentarla come un mondo a parte, così come parla dei bambini prima di tutto come cittadini e poi come alunni e studenti.

Siamo persuasi che, in questo momento, sia necessaria una discussione allargata e franca ed esperimenti di scrittura collettiva come questo mosso dall’urgenza di un ripensamento radicale e complessivo del mondo della scuola e del come, in essa ma anche nella società intera, vengono considerati i minori.


Premesse che sono parte del tutto

L’ascolto, il riconoscimento e la tutela dei diritti dei minori riguardano tutta la società e non solo le famiglie e la scuola, anche durante una pandemia.
La salute di tutti, a partire dai più piccoli, viene prima dei profitti. Il contagio è passato per ospedali, fabbriche, case di cura: non sono stati i bambini, gli untori.
La salute comprende il benessere psicologico ed emotivo, oltre che fisico. La possibilità di uscire, giocare ed esperire il mondo al di fuori di quattro mura, e la qualità delle relazioni con i coetanei e con gli adulti di riferimento, sono vitali per i bambini come respirare. I bambini e gli adolescenti soffrono le misure di distanziamento sociale e di confinamento domestico di più degli adulti.
L’immediata chiusura delle scuole e la scomparsa dei bambini da ogni residuo spazio pubblico, sono state funzionali a mostrare all’opinione pubblica che si prendevano serie misure per il contenimento della pandemia mentre si sottacevano, finanche nelle aree più gravemente colpite, le gravi conseguenze del mancato lockdown dei distretti produttivi.
I minori non sono tutti uguali: rigide e prolungate misure di isolamento domestico rischiano di assumere i contorni di un’inaccettabile pena aggiuntiva per chi vive una condizione di neuro-diversità, di disabilità fisica o psichica, di malattia. Le condizioni materiali e ambientali in cui i minori vivono la quarantena sono profondamente diverse: ci sono famiglie monogenitoriali e ci sono famiglie numerose, molti genitori hanno perso o stanno perdendo il lavoro, le abitazioni sono fisicamente assai differenti Per alcuni bambini le misure di confinamento domestico e di deprivazione di relazioni significative all’esterno della famiglia mononucleare sono ancora più difficili da accettare, più dannose, più pericolose. I casi di violenza domestica, subita o assistita, sono in aumento.
Stare all’aperto fa bene alla salute fisica, mentale ed emotiva e non diffonde il Covid-19. Respingiamo come liberticida, disumana e pericolosa per la salute individuale e collettiva l’imposizione di “uscire” solo per lavorare e per consumare. Non si comprende perché, se è possibile aspettarsi autodisciplina da parte dei consumatori in fila al supermercato, non sia possibile farlo per far accedere gli abitanti ad un parco, ad una strada o al lungomare, per una semplice passeggiata.
In ogni caso, il costo sociale del “restare a casa” con i figli non può essere scaricato, come al solito, sulle spalle delle madri, messe di fronte al ricatto irricevibile di rinunciare al proprio lavoro o mettere a rischio la salute dei nonni (quando ci sono).
La scuola è innanzitutto lo spazio pubblico in cui si cresce al di fuori della famiglia, in cui si impara dai compagni oltre che dai docenti, in cui ci si confronta tra generazioni. La scuola è anche luogo di quella formazione emotivo-relazionale che risulta centrale in questo momento, in cui bambini e ragazzi vivono difficoltà (a volte inespresse) che attengono più al “come mi sento” che al “che cosa so”. È a questi aspetti che è necessario dare “continuità” nell’emergenza. Limitare la didattica all’incontro con i saperi codificati (i contenuti, i compiti, le lezioni frontali online) significa cancellare il resto e mettere al centro, ancora, il mondo adulto e non i bambini e i ragazzi.
Condividiamo lo slogan “prima la scuola”, se intendiamo questo “prima” come un rovesciamento delle priorità: prima l’apprendimento come libero gioco e piacere, prima i saperi critici, prima la libertà d’insegnamento, prima le persone in crescita, tutte, nel rispetto delle differenze, dei bisogni e dei desideri di ciascuna.
Ribadiamo, infine, che se prioritaria è la salute, secondarie sono le esigenze di produzione. La tragica conta delle vittime, che ha raggiunto numeri vertiginosi nel nord del paese, rende evidente il collasso del sistema sanitario pubblico, un nodo chiave nel settore della riproduzione sociale. Va immediatamente invertita la rotta. Servono investimenti maggiori e diversi, controllo dal basso, nuove alleanze per assicurare condizioni sicure e dignitose di lavoro per le lavoratrici e i lavoratori della sanità e degli altri servizi essenziali, incluso il personale scolastico. La salute si cura sul territorio, attraverso la prevenzione e l’intervento tempestivo, rendendo competenti e solidali le comunità, cancellando quei luoghi di confinamento e abbandono dei pazienti e di diffusione del contagio che sono le RSA. Si cura, anche, dando piena cittadinanza, spazio e voce a tutti quei oggi soggetti resi ancor più fragili e invisibili a causa dell’emergenza pandemica e del modello scelto per il suo contenimento, come i bambini e gli adolescenti. Facciamo in modo che tutto questo non si ripeta, che niente torni come prima, a partire da ora.

Per tutto questo, e molto altro ancora

Vogliamo affermare pratiche di cura della salute autogestite dal basso, come quella di individuare uno o più spazi aperti in ciascun quartiere dove poter passeggiare e giocare con i bambini con turnazioni e nel rispetto delle misure di distanziamento sociale.
Chiediamo misure di contenimento del contagio diverse, rispettose dei bisogni primari dei bambini, che sarebbero altrettanto se non più efficaci per la reciproca tutela, in comunità informate, responsabilizzate e responsabili.
Riteniamo che quando e come riaprire le scuole, vada deciso a partire dalla tutela della salute pubblica e del diritto allo studio. La scuola non può essere ridotta a servizio strumentale e funzionale a forzare le lavoratrici e i lavoratori a tornare a produrre in assenza di sicurezza e in mancanza di una strategia trasparente e condivisa di uscita dall’emergenza sanitaria. Nell’immediato, la scuola nell’emergenza può e deve usare gli strumenti della didattica a distanza, ma per tentare di raggiungere e includere, certamente non per misurare e valutare gli alunni.
Pensiamo che se la riapertura delle scuole, qui in Italia, risulta così difficilmente praticabile in tempi brevi, a causa del “fenomeno” delle “classi pollaio”, la didattica a distanza non può essere la soluzione. È necessario, fin d’ora:

  • (I) aumentare il numero degli insegnanti,
  • (II) ridurre il numero degli alunni per classe,
  • (III) prendere finalmente in considerazione nuovi spazi, anche all’aperto, come ambienti di apprendimento.

Queste misure sarebbero molto più efficaci, per combattere la dispersione e l’insuccesso scolastico, degli interventi a pioggia e dei costosi studi valutativi su cui si punta da decenni per “coprire” il taglio dei finanziamenti all’istruzione pubblica.

Rete Scuola e Bambini nell’emergenza Covid-19


per adesioni: liberiamoibambini@gmail.com