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didattica

DOC, se non fai la DAD non VALES

di Mauro Presini, maestro

giovedì 7 maggio 2020, di cesppadova

DOC, se non fai la DAD non VALES

di Mauro Presini da vivalascuola

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“Ehi tu DOC, lo sai che se non fai la DAD non VALES, non INVALSI e ti può venire un TIC.
Su DOC, non fare il FIS! Se non la fai, da grande rischi la AFAM o, al massimo, di INDIRE GAE di gente che ARAN. Nella vita è importante non fare POF. Ti prego, dì SIDI… se lo fai, ti do un BES”. (da qui)

Le difficoltà che riguardano la scuola in questa nuova situazione, venutasi a creare in seguito all’emergenza dovuta alla pandemia, sono sotto gli occhi di tutti.

Mai come ora si sente un bisogno forte di scuola vera: lo sentono gli alunni, lo sentono le famiglie, lo sentono gli amministratori, lo sentono i cittadini, lo sentono moltissimo gli insegnanti.

A mio modo di vedere, però, questo bisogno di scuola non può essere soddisfatto con la didattica a distanza, anche se ben fatta, sia perché questa non può normalizzare una situazione che normale non è, sia perché la didattica a distanza è un rimedio nell’emergenza e non una libera scelta.

È normale che bisognerà continuare ad attivarsi perfezionandola perché è l’unico modo a disposizione in questo momento; credo però che occorra fare molta attenzione perché il bisogno di cercare sicurezza e normalizzazione, in una situazione che spaventa, può portare a scelte discriminanti che non considerano le condizioni di tutti gli alunni.

È importante sapere che, facendo questo tipo di didattica, si sta adottando una modalità utile in questa situazione ma insegnare è un’altra cosa; infatti, nel senso ampio del termine, “insegnare” non vuol dire “mettere dentro” ma “portare fuori” e questa operazione lenta, delicata e complessa è fatta di relazioni educative e non solo di relazioni scritte, di interrogativi e non solo di interrogazioni, di domande e non solo di test a risposta multipla, di problemi di convivenza e non solo di problemi di matematica, di verifiche sul campo e non solo di prove di verifica, di azioni e non solo di spiegazioni, di volti e non solo di voti, di intese e non solo di protocolli d’intesa, di progetti di vita e non solo di progetti integrativi, di programmi per il futuro e non solo di Programmi Operativi Nazionali.

Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile, come pure è fondamentale che sia caratterizzata da una presenza fatta di sorrisi incoraggianti, di sguardi accoglienti, di ascolto attivo, di toni convincenti, di battute sdrammatizzanti, di posture rassicuranti, di atteggiamenti coerenti.

Fare didattica a distanza quindi, per me, vuol dire preoccuparsi se la modalità pensata sia alla portata di tutti. Mi sto accorgendo però che non sempre è così perché, a volte, la convinzione di essere insegnanti all’avanguardia, solo perché si usano strumenti tecnologicamente avanzati, può portare ad essere abbagliati e a confondere l’attivazione della didattica a distanza con il processo di insegnamento.

Io credo che, in questa strana situazione di chiusura delle scuole, sia importante aver chiara questa distinzione sia per non deludere certe aspettative degli studenti e delle famiglie che per mantenere aperto un canale di comunicazione efficace.

In un momento simile, io penso che il primo aspetto da curare con molta attenzione debba essere la comunicazione, sia verso le famiglie che verso gli alunni; non solo per cercare di far sentire la propria vicinanza ma per condividere un momento difficile tenendosi stretti, per tentare di sentirsi comunità anche in queste occasioni.

Si può comunicare con gli studenti per spiegare cosa sta succedendo, per dare un nome alle emozioni che si provano, per raccontare e raccontarsi, per suggerire attività, per immaginare ed organizzare il rientro ma, ancor prima, per proporre modalità di comunicazione adatte al contesto e alla portata di tutti.

Si può scrivere alle famiglie per spiegare ciò che gli insegnanti sono in grado di fare in questa situazione ed il tipo di aiuto da casa di cui avrebbero bisogno.

Io credo che, in questo difficilissimo momento storico, occorra stare attenti al rischio di incentivare una scuola delle differenze tra chi ha e chi non ha, tra chi può e chi non può.

In sintesi, non penso che esista un modo migliore per fare la didattica a distanza e non credo che l’efficacia di un metodo sia dipendente dal grado elevato di tecnologia utilizzato, ma sono convinto che occorra fare attenzione alla sua capacità di arrivare agli studenti, senza perdere nessuno per strada.

Nel piccolo della classe che frequento (una quinta elementare), con le colleghe facciamo così: abbiamo deciso di registrare video lezioni che poi condividiamo con un link su youtube o diffondiamo via wetransfer o via whatsapp; registriamo audio con letture, segnaliamo link di filmati già esistenti ed inviamo schede predisposte da noi o già disponibili sul libro. Programmiamo incontri di classe con i bambini e le bambine e video assemblee sempre con loro; i primi per raccontarci e per salutarci e le seconde per decidere come organizzare alcuni progetti. Non facciamo lezioni in streaming perché pensiamo che le video lezioni in streaming, come forma di lezione a distanza per dei bambini della scuola primaria, corra il rischio di essere:

  • • dispersiva perché i bambini sarebbero attratti più dallo stupore del mezzo usato che non dal contenuto dell’intervento del docente;
  • • noiosa perché tutta teorica;
  • • inefficace perché senza la relazione diretta si perde buona parte dell’attenzione;
  • • difficoltosa perché diversi bambini hanno un solo computer che serve anche ai loro fratelli o sorelle iscritti alle scuole secondarie in determinati orari;
  • • problematica perché tutti i bambini e tutte le bambine dovrebbero collegarsi in determinate giornate a determinati orari;
  • • poco funzionale perché sembra rispondere soprattutto a esigenze di certificazione;
  • • scomoda perché tutti i bambini e tutte le bambine dovrebbero essere affiancati da un adulto durante le lezioni;
  • • stressante sia per i bambini che per i genitori.

Personalmente provo a coinvolgerli anche facendo qualcosa di piccolo ma con costanza; mi spiego meglio: più di un mese fa, una bambina della mia classe, stanca della depressione provocatale dalla visione dei telegiornali, ha immaginato un telegiornale fatto dai bambini per risollevarsi un po’; ho coltivato questa sua idea e l’ho condivisa con gli altri bambini della classe. Da quel momento, con il contributo di tutti, quotidianamente facciamo uscire un nostro piccolo BG1, Bambini Giornale 1 (1), fatto con i contributi filmati che ricevo, assemblo e restituisco sul mio canale youtube in forma privata. C’è chi mostra come ha imparato a curare il proprio orto, chi come ha imparato a cucinare, chi come sta imbiancando le pareti di casa, chi come lavora il legno, chi come si allena, chi legge un certo brano, chi cura i fiori sul balcone, chi mostra i suoi esperimenti scientifici, chi intervista qualcuno dei familiari o dei vicini, chi saluta.

È una cosa piccola, lo so, ma insieme alle altre ha la speranza di tener strette le relazioni create, di provare a far sentire i bambini e le bambine parte della comunità della classe e di insegnar loro che si può imparare anche dall’emergenza.

Penso infatti che, in questa emergenza, si stia giocando il senso stesso del fare scuola; avverto il pericolo che conquiste avvenute negli anni passino in secondo piano.

Molti genitori pensano al proprio figlio, diversi colleghi pensano alla loro classe, alcuni dirigenti pensano al loro istituto… in sintesi, in un momento in cui ci sarebbe bisogno di un pensiero collettivo, in molti pensano individualmente.

Credo sia normale farlo in una situazione simile in cui tutti ci sentiamo sotto pressione ma noi, noi che siamo insegnanti dobbiamo stare attenti a queste spinte egoistiche e provare a dare equilibrio, dobbiamo provare ad allargare le vedute ed “imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze” (2), che risiedono nella scuola della Costituzione.

Un prete a cui devo molto della mia visione professionale scriveva, insieme ai suoi alunni: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”.

Mai come ora la scuola ha bisogno di una politica seria che, dal basso, si attivi per affrontare i problemi enormi che questa emergenza ci consegna.

Mai come ora c’è l’opportunità di immaginare una scuola del futuro che non perda le proprie radici costituzionali e che possa sviluppare i propri rami verso un orizzonte davvero inclusivo.

Note

1. Edgar Morin: I sette saperi necessari all’educazione del futuro

2, Don Milani e i suoi ragazzi: Lettera a una professoressa

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