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Diritti a scuola

LIBERTA’ di INSEGNAMENTO. La linea del ministro Azzolina

di Giovanni Carosotti

sabato 2 maggio 2020, di cesppadova

La libertà di insegnamento, nei tempi, ha sempre dato fastidio al Potere. Quando il fastidio diventa odio, gli effetti sono noti. L’art 33 della ns Costituzione voleva essere il baluardo perchè tali conseguenze non si riaffacciassero nella società. Da tempo, con attacchi forsennati, agli insegnanti, qualificati come fannulloni, sessantottini, impreparati, disadattati etc, la libertà di insegnamento è sotto scacco. L’obiettivo è la sua standardizzazione, la misurazione, la funzionalizzazione, la spendibilità nel e per il mercato delle merci, in una società dove il vivere e la vita sociale è merce. G.Z.

LIBERTA’ di INSEGNAMENTO. La linea del ministro Azzolina

di Giovanni Carosotti da roars.it

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Sarebbe stato un bene fosse proseguito quel clima di attesa e di sospensione del giudizio che, in un primo momento, sembrava dovesse prevalere tra tutte le parti che in questi anni si sono confrontate, anche molto polemicamente, sui destini della scuola italiana; anche in considerazione della opportunità di non strumentalizzare a proprio favore una situazione drammatica, che non coinvolge certo solo la scuola. Sembrava opportuno, semmai, confrontarsi a emergenza conclusa, in base alle esperienze acquisite, per valutare quanto della propria cultura professionale fosse stato messo in gioco e quali considerazioni trarne. È durato però poco. Come già testimoniato da Roars, la tentazione di strumentalizzare il ricorso obbligato alla “didattica a distanza” ha sedotto alcuni in modo irresistibile, con l’obiettivo –che sembra centrato- di condizionare l’azione di governo verso svolte autoritarie che si vorrebbero irreversibili.

Ad alzare pericolosamente i toni –ma a nostro parere con intenzione voluta, visto gli effetti che sembra avere prodotto presso il MIUR- è stato un comunicato firmato da una ventina di Dirigenti Scolastici. Avendo già destinato un’analisi accurata a questo testo, nella parte finale di un intervento dedicato proprio alle conseguenze e alle problematicità della “didattica a distanza”, a quello rimandiamo per non appesantire ulteriormente la presente nota. Il documento auspica in ogni caso una torsione decisamente autoritaria nell’organizzazione del lavoro scolastico, che prevede un potere pressoché totale dei Dirigenti Scolastici (esplicitamente rivendicato dai firmatari) sui docenti, ai quali viene negato il diritto di scegliere «che cosa insegnare»; essi vengono concepiti quali semplici esecutori («operatori» è l’espressione che prediligono i documenti ministeriali) di procedure e pratiche decise in altri contesti. Senza tenere conto di quanto queste pratiche siano contestate e non esista alcuna ragione scientifica per imporle in modo assoluto; laddove c’è un dibattito in corso, il vero interesse degli studenti –che tali Dirigenti non si sa per quale motivo pretenderebbero di rappresentare in modo esclusivo- è che sia preservato un pluralismo delle proposte metodologiche che garantisca un continuo confronto sui risultati ottenuti, nel rispetto del lavoro di tuti. E invece, secondo questi dirigenti:

«Formazione obbligatoria, per tutti, valutazione per competenze, uso di tecnologie nella didattica. Sono anni che ci riempiamo la bocca con queste parole, adesso è il momento di metterle in pratica, tirarsi su le maniche e fare comunità»

Laddove la comunità è intesa come allineamento (questo verbo viene esplicitamente utilizzato poco dopo) totale alle loro prescrizioni. Il testo si caratterizza peraltro in una evidente insofferenza verso l’art. 33 della Costituzione, del quale i Dirigenti in questione vorrebbero offrire un’interpretazione autentica (chiedono a chi non la pensa come loro di «informarsi bene») che ci appare quanto meno problematica e piuttosto semplificata.

«In ultimo chiediamo a chi urla ai quattro venti invocando la libertà di insegnamento, di informarsi bene. Il docente non è libero di insegnare oppure no. E nemmeno di scegliere cosa insegnare. Il docente si allinea al PTOF della sua scuola, si attiene alle Indicazioni Nazionali, organizza il suo lavoro in raccordo con i documenti della scuola in cui esercita il suo ruolo, e alle disposizioni che il Ministero emana, come in quest’ultimo caso»

Una posizione, a nostro parere, decisamente reazionaria, sia per come concepisce le relazioni interne alla comunità scolastica, sia perché in contrasto con quei valori civili che la Costituzione assegna alla scuola della Repubblica. Ma, come detto, rimandiamo per un’analisi più accurata all’articolo sopra citato.


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