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discussione

l mondo della formazione è in crisi. Prendiamoci cura della scuola

di Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre

venerdì 17 aprile 2020, di cesppadova

A seguire alcune riflessioni e analisi del Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre in merito alla situazione del mondo della formazione in questo periodo di emergenza. Una scuola che da decenni vive numerose contraddizioni e che con l’emergenza Covid19 emergono con maggior vigore. Un testo che si interroga su come attivarsi in questo periodo consapevoli che ci si trova in un contesto scolastico che crea disparità, disuguaglianze, che non trasmette valori e senso critico e che disincentiva il confronto.

Il mondo della formazione è in crisi. Prendiamoci cura della scuola

di Coordinamento Studenti Medi Venezia Mestre

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L’emergenza che stiamo vivendo ha cambiato completamente la nostra vita, in ogni suo aspetto. Non stiamo avendo la possibilità di vederci, di incontrarci tra i banchi e i corridoi delle nostre scuole, di vivere insieme la quotidianità che in pochi giorni si è trasformata in ore e ore davanti a computer e telefoni, tra lezioni online, compiti, consegne e modi per rimanere in contatto con amiche e amici di tutti i giorni.

Abbiamo aspettato ad esprimerci proprio per la particolarità e la delicatezza della situazione che abbiamo di fronte ma non abbiamo mai smesso di porci domande su quello che sta succedendo e delle conseguenze che ciò potrà comportare a livello studentesco. La scuola da anni necessita di un cambiamento strutturale e di nuovi finanziamenti, dopo decenni di tagli che, analogamente al mondo della sanità pubblica, l’hanno devastata. L’ultima mobilitazione studentesca a cui abbiamo dato vita, nel febbraio 2020, denunciava una condizione disastrosa e poneva alcune rivendicazioni fondamentali dalle quali ripartire: una rimessa in sicurezza e un adeguamento delle strutture scolastiche, un rinnovamento della didattica che superi il metodo delle lezioni frontali e torni a stimolare la curiosità e la coscienza critica di ogni student*, l’inversione di tutti quei processi che hanno portato i presidi ad essere mere figure di controllo e contabilità, l’eliminazione di ogni dinamica proibizionista e repressiva in favore di informazione e consapevolezza, un piano di finanziamenti adeguato al ruolo centrale che l’Istruzione rappresenta, un progetto di educazione ambientale che però escluda categoricamente la presenza nelle scuole di chi, come ENI, fino ad oggi ha contribuito a causare l’incombente crisi climatica. Ora sentiamo la necessità di esprimere ragionamenti, dubbi, preoccupazioni e critiche in merito alla condizione attuale della scuola perché, per quanto la quarantena abbia congelato le nostre vite, sappiamo bene che il mondo attorno a noi, il nostro presente e il nostro futuro, stanno cambiando drasticamente.

Da fine febbraio le lezioni sono state completamente sospese e a singhiozzi è stata attivata la didattica a distanza, una forma emergenziale che ha tamponato l’impossibilità di andare fisicamente a scuola con lezioni online, compiti e materiali caricati su internet, consegne e scadenze. Partiamo da un punto fondamentale: la situazione d’emergenza ha imposto di chiudere le scuole e sicuramente gran parte del mondo docente sta facendo grandi sforzi per poter garantire ai/alle propr* student* di fare lezione, una parvenza di normalità e magari del supporto, ma la didattica online non è scuola e non è diritto allo studio, e ce ne stiamo rendendo conto giorno dopo giorno. Essa è una misura temporanea ed emergenziale, tale deve rimanere. Fin da subito ha iniziato a dimostrare i propri limiti, sia a livello didattico che sostanziale. Istituti e licei, travolti dalla crisi sanitaria non hanno avuto tempo per adattarsi, né tanto meno organizzarsi, e si sono ritrovati ad affrontare la situazione da un giorno all’altro. Inizialmente ci siamo ritrovati nel caos senza sapere come sarebbe continuato l’anno e dopo le prime direttive, che lasciavano autonomia decisionale ai/alle singol* presidi, è arrivata l’indicazione ministeriale di attivare metodi di didattica a distanza. Ad oggi ci troviamo a vivere una condizione frastagliata e confusa: alcune materie vengono portate avanti attraverso lezioni online, altre da video-lezioni registrate, per altre ancora ci vengono assegnati compiti e argomenti da affrontare in totale autonomia, in certi casi non abbiamo nessun tipo di contatto con il/la docente della materia. Il tutto spesso affiancato da una miriade di piattaforme diverse con cui, a seconda dell’insegnante, scaricare materiale, inviare documenti o connettersi per le lezioni.

Il contesto scolastico, che dovrebbe mirare a eliminare qualsiasi tipo di discriminazione comprese quelle economica, sociale e culturale, entra in contraddizione con la didattica online che, al contrario, introduce dinamiche classiste, assicurando un formale diritto allo studio solo a chi possa permettersi i mezzi per ottenerlo, e viva in un contesto che lo favorisca. Infatti, base necessaria ma non scontata per poter partecipare alle lezioni a distanza sono una connessione ad Internet, almeno un computer e condizioni abitative adeguate. Non sono pochi i giovani che non hanno queste disponibilità o che si ritrovano a condividere con fratelli e sorelle risorse limitate e spazi inadatti. Tutt* quell* che hanno genitori non scolarizzati, che non hanno dimestichezza con la lingua italiana, o che banalmente lavorano da casa e non hanno tempo da dedicare ai figli, si ritrovano in difficoltà quando si tratta di affrontare da soli argomenti di studio che sarebbero normalmente guidati da un* professor*.

Allo stesso tempo, seguire le lezioni online è estremamente difficile proprio per il contesto in cui vengono fatte: un* professor* che parla, student* che ascoltano, tutt* davanti ad uno schermo, ognuno nella sua camera circondato da distrazioni, senza essere neanche fisicamente nello stesso posto del proprio interlocutore. Tra problemi tecnici e di rete molto tempo viene inevitabilmente buttato, le spiegazioni vengono spezzate e portare avanti lo svolgimento del programma non è fattibile. Alcuni professori stanno scegliendo di ignorare il contesto in cui siamo e di comportarsi come se non stesse succedendo nulla per finire a tutti i costi il programma e preparare agli esami, condannando molt* student* a estenuanti giornate fatte di lezioni online, quasi invariate dalle lezioni in presenza, e di un sovraccarico di compiti e consegne. Passare moltissime ore di fronte ad uno schermo non ci fa bene, sia fisicamente, danneggiando occhi e vista, che psicologicamente, aumentando le dosi di stress di una situazione già difficile di per sé.

Per tutto ciò è preoccupante e contraddittoria la posizione presa dal ministero con l’ultimo decreto scuola che stabilisce di ammettere tutt* all’esame di maturità, con la possibilità però di venir bocciati in seguito, e che profila due scenari: una maturità quasi identica nel caso si rientri a scuola entro il 18 maggio, e un maxi-esame orale in caso contrario. La Ministra Azzolina afferma che «gli studenti saranno ammessi, ma essere ammessi non significa essere promosso all’esame. Noi con la didattica a distanza, che ha ottenuto risultati importanti, non abbiamo la matematica certezza di essere arrivati al 100% degli studenti, che vanno tutelati: va data a tutti la possibilità».

Quindi, subito dopo aver ammesso che chiunque avrà accesso agli esami perché la didattica online ha avuto comunque dei limiti, illudendo che essa sia paragonabile alla scuola, il ministero, incurante della situazione, delle problematiche evidenti e del buon senso, abbandona centinaia di migliaia di student* ad una valutazione e ad una possibile bocciatura dopo averli fatti aspettare un mese prima di avere indicazioni chiare, e dopo mesi di sospensione delle lezioni (considerando anche l’Acqua Granda di novembre che ha colpito le scuole veneziane). Pensiamo che sia inaccettabile far ricadere il peso di un’emergenza come quella che stiamo vivendo sulle spalle di studenti e studentesse: serve garantire a tutt* la promozione, senza l’esame di maturità e senza futuri esami di riparazione. Come si può pensare d’altronde che in questo momento sia garantita la serenità e la tranquillità di affrontare la fine dell’anno a migliaia di studenti costretti a convivere in situazioni svantaggiate, con famiglie in crisi, uno scarso accesso agli strumenti informatici e con una nuova crisi economica all’orizzonte?

In questo scenario il ministero dovrebbe preoccuparsi primariamente di garantire l’accesso ad un’istruzione degna di questo nome a tutt*, piuttosto che adottare la stessa mentalità usata in questo periodo per il sistema produttivo e preoccuparsi unicamente del profitto scolastico degli studenti garantendo l’esame di maturità senza curarsi delle condizioni in cui venga svolto. In altre parole, che utilità e affidabilità può avere in questo momento un esame già di per sé arretrato e scollegato dal tessuto dell’istruzione italiana che versava in condizioni di diseguaglianza e inefficienza già prima di questa crisi? Forse sarebbe meglio affrontare con uno sguardo un po’ più ampio questa crisi e cogliere i profondi cambiamenti che l’istruzione pubblica del nostro paese necessita, mettendo in discussione l’attuale metodo di valutazione basato quasi unicamente sul voto, dato a prescindere dalle capacità, dalle conoscenze e dalla curiosità sviluppati da ogni student*. Invece che essere utilizzato come strumento, esso si è trasformato nel fine stesso dell’insegnamento. A fronte di tutto ciò, la proposta di mantenere invariato l’esame se a maggio ricominciassero le lezioni, (scenario piuttosto improbabile) rasenta la follia.

In questo quadro generale, va anche considerato che spesso i momenti di crisi e di emergenza vengono utilizzati per far accettare e normalizzare cambiamenti drastici che al di fuori di quel contesto sarebbero impensabili, ingiustificati e che quindi genererebbero controversie. Dopo decenni in cui la scuola pubblica ha continuato a subire riforme e tagli in nome del risparmio, dell’aziendalizzazione e della standardizzazione purtroppo siamo ben consapevoli che il mondo dell’Istruzione è al centro delle attenzioni dei governi solo quando si tratta di peggiorarlo. Abbiamo già visto in altre situazioni come un’innocua sperimentazione, negli anni, si sia trasformata in un’abitudine e successivamente in un obbligo, come nel caso degli INVALSI, test a crocette usati per standardizzare la didattica, appiattire la libertà d’insegnamento e come metodo per definire scuole di serie A e di serie B.

Per questo oggi vogliamo suonare un campanello d’allarme: le lezioni online devono rimanere unicamente una misura emergenziale e scomparire terminata l’emergenza; esse non potranno mai, nemmeno parzialmente, sostituire la scuola. I danni che la didattica online potrà fare, e in parte sta già facendo, vanno a minacciare l’essenza stessa della scuola. Questa dovrebbe essere fatta da una da un gruppo di persone che, in contatto diretto e continuo, creano un luogo in cui coltivare curiosità, senso critico e conoscenze, fondamentali anche per analizzare il presente a partire dalla crisi climatica, e per decostruire quelle dinamiche di razzismo e sessismo che fanno tristemente parte della nostra società. La stessa didattica ha nel suo DNA il rapporto tra student* e docenti che verrebbe completamente stravolto senza un rapporto reciproco, l’assenza del quale andrebbe a eliminare ogni momento che esce dai binari della lezione frontale, trasformando ogni ora in un’ancora più passiva e fredda trasmissione di nozioni.

Non va dimenticato il ruolo sociale della scuola: frequentarla fisicamente ci permette di crescere in un gruppo, imparando a rapportarci con gli altri e a collaborare (nonostante il mondo dell’istruzione attuale continui a introiettare dinamiche di meritocrazia e malsana competizione dettate dall’alto), e ci permette di vivere esperienze collettive belle e brutte, grazie alle quali crescere insieme ai/alle compagn* di classe e di scuola. Come stiamo vedendo in questi giorni, lo stesso rapporto tra noi student* viene completamente annullato, a partire dalla quotidianità scolastica fino a momenti di discussione e dibattito come le assemblee di classe e di istituto che incarnano la centralità degli studenti e delle studentesse nel tessuto scolastico. Anche nella situazione di emergenza, dobbiamo ri-attuare questi momenti per far emergere la nostra voce.

Il vero vaso di pandora, però, sono le due pericolose novità che le lezioni online introducono: la consegna senza riserve anche del mondo della scuola alla già onnipresente rete dei BigData e, di conseguenza, un’altra possibilità per le aziende private di entrare nella sfera pubblica dell’istruzione. Pensiamo sia fondamentale iniziare ad approfondire queste tematiche. La prima è frutto dell’utilizzo della tecnologia a scuola, già in sperimentazione da diversi anni, e della sua imposizione dovuta alla crisi del Covid19, che ha fatto sì che le piattaforme utilizzate ad oggi da moltissime scuole siano quelle prontamente fornite dalle grandi multinazionali del digitale, adottate, nella fretta di dover avviare al più presto la didattica a distanza, senza chiedersi a chi si stesse facendo affidamento e se i dati di milioni di student* e docenti fossero al sicuro. In un mondo già pervaso dal digitale, dalla profilazione di ogni utente tramite la raccolta di dati personali e dalla loro vendita a scopi commerciali e non, con l’utilizzo, ad esempio, di G-Suite o di Microsoft Education, anche il mondo della scuola viene consegnato nelle mani delle multinazionali del digitale, trasformandolo in un terreno di acquisizione di dati, speculazione e controllo. La seconda prende piede in una scuola pubblica che, tramite le riforme proposte dai diversi governi, da anni subisce attacchi alla sua autonomia e indipendenza da privati che potrebbero influenzarne la vita. L’ultimo esempio risale a pochi anni fa con l’Alternanza Scuola-Lavoro che ad oggi continua ad avvicinare il modello della scuola a quello di un’azienda, abituando studenti e studentesse a salari minimi, instabilità e precariato. Il completamento della sua opera proponeva anche che quelle multinazionali pronte a ricevere manodopera gratuita dalle scuole potessero anche avere voce in capitolo sulla vita stessa della scuola. A questi attacchi la comunità studentesca ha sempre risposto prendendo parola e riempiendo le strade di moltissime città in tutt’Italia, con cortei e contestazioni che rivendicavano una scuola libera da dinamiche economiche che nulla devono avere a che fare con l’istruzione e la didattica. Ora le lezioni online aprono un altro fronte dal quale i privati potranno avere accesso alla scuola pubblica, condizionandone l’andamento secondo i loro interessi. Rivendichiamo di poter usare strumenti digitali indipendenti e liberi. A fronte di tutto ciò lo ripetiamo: fuori dall’emergenza la didattica a distanza dev’essere attaccata in ogni sua forma nel caso in cui, in nome del risparmio (paradossalmente) dell’ambiente o della funzionalità venga proposta come integrazione o sostituzione della scuola vera.

Nelle ultime dichiarazioni, la Ministra Azzolina non esclude la possibilità di posticipare il rientro a scuola anche dopo settembre 2020, a causa del problema sanitario che le “classi pollaio” rappresentano, a testimoniare quanto questa crisi faccia riemergere problemi che da anni affossano il mondo dell’istruzione, da sempre denunciati dalle mobilitazioni studentesche, fino ad oggi bellamente ignorati dai diversi governi. Proprio la questione dell’edilizia scolastica è stata al centro della mobilitazione a cui abbiamo dato vita nel febbraio 2020, che mirava a richiedere maggiori finanziamenti da parte del ministero, della regione e della città metropolitana, per rendere scuole e istituti sicuri e adatti a una didattica di qualità. Il problema delle “classi pollaio”, di cui la Ministra si accorge solo ora, che descrive le aule piccole e sovraffollate in cui gruppi di più di trenta student* si ritrovano a fare lezione, è figlio dei continui tagli subiti dal mondo dell’istruzione sul piano dell’edilizia scolastica e non solo: più fondi vorrebbe dire anche meno precariato, stipendi più alti (ricordiamo attualmente tra i più bassi a livello europeo), e un maggior numero di professor*, affiancandoli quindi ad un minor numero di student*, su cui si potrebbero concentrare meglio, favorendo la didattica ed eliminando la dinamica delle classi pollaio.

Prima del coronavirus la scuola non era perfetta, lo sappiamo molto bene. In questi giorni, però, continuiamo a venire martellati da una narrazione che descrive l’arretratezza tecnologica come il peggior male dell’istruzione italiana. Se cascheremo in questa trappola, se lasceremo che le rivendicazioni che da anni portiamo avanti e che incarnano il radicale cambiamento di cui la scuola pubblica ha un disperato bisogno, vengano accantonate in nome dell’innovazione tecnologica di cui vediamo già i rischi, il mondo dell’Istruzione subirà il colpo di grazia che la trasformerà in un qualcosa che non sarà più possibile chiamare Scuola.

Non sappiamo cosa ci troveremo di fronte quando tutto questo finirà. Sicuramente, in una crisi economica senza precedenti che investirà anche il mondo dell’Istruzione, saranno tante le persone e le famiglie che avranno bisogno di supporto e aiuto.. Già da oggi stiamo pensando, nel nostro piccolo, a cosa potremo fare per far sì che la crisi non ricada sugli studenti, sulle studentesse e sui più deboli, come momenti di studio collettivo, ripetizioni per aiutare chi è in difficoltà e mercatini del libro usato. Va rimessa al centro la questione del reddito e del welfare, compreso quello studentesco, per ammortizzare le spese che ogni anno le famiglie si ritrovano a dover affrontare, a partire dal trasporto pubblico fino ai libri di testo.

Cosa possiamo fare noi studenti e studentesse? Non smettere mai di pensare, continuando a confrontarci, a discutere con i/le nostr* amic* e i/le nostr* compagn* di scuola, continuando a prendere parola sul nostro presente e sul nostro futuro, riprendendoci gli spazi materiali e non che questa situazione ci ha tolto, creandone di nuovi e, appena possibile, tornando a riempire le piazze per rivendicare, ora più che mai, il cambiamento di cui il mondo dell’Istruzione ha bisogno. Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.

Dopo questa lunga riflessione, magari parziale e da aggiornare, ci sentiamo ancora più spinti a lottare verso un futuro migliore e per la scuola che vogliamo.