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Minority Report. Sulla prassi pedagogico-artistica ai tempi del covid -19

di Roberto Guerrini

martedì 14 aprile 2020, di cesppadova

Sulla prassi pedagogico-artistica ai tempi del covid -19

di Roberto Guerrini

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Per l’approssimazione, talvolta sfiorante la dabbenaggine, con cui, in questi maledetti (?) tempi di emergenza sanitaria mondiale imposta (forse in modo smisurato, ma ormai incontrovertibile) a livello praticamente planetario, la pubblica istruzione del nostro paese non ha perso, come spesso accade, l’occasione per distinguersi e non certamente in senso positivo.. Ma non intendo, d’altronde sarebbe del tutto inutile, soffermarmi su quanto, chiunque, dotato di un minimo di intelligenza (diciamo già a partire da un Q.I. pari a 80) è in grado di vedere da sé. Tuttavia, una piccola riflessione, ancorchè marginale e forse di nicchia, intendo sottoporla all’attenzione del lettore. Certo, la storia, l’uomo e i governi si trovano in questi tempi alle prese con uno “stato di eccezione” della, diciamo normalità delle cose, che, pur avendo in realtà molti precedenti altrettanto dolorosi se non peggiori (basti pensare all’epidemia europea di colera sviluppatasi in Europa a partire dal 1830 e venendo avanti in avanti fino alla ancora indimenticata “influenza spagnola” diffusasi a partire dal 1818, giusto per citare alcuni tra i casi più tristemente celebri ed eclatanti…), ma, come spesso accade nel nostro paese, gli stati di eccezione tendono a rimanere tali e a radicarsi, per abitudine e sfinimento, in quella realtà solo momentaneamente imposta per necessità di sospensione. Detto altrimenti, lo stato di eccezione tende a trasformarsi per automatismo (per “energia” direbbe Carl Schmitt) in uno stato di diritto. Ora, aldilà delle complesse implicazioni che la pur datata riflessione carlschmittiana (peraltro e però vigorosamente ripresa ed attualizzata da Giorgio Agamben) comporta che, una piccola quanto macroscopica cosa, venga posta all’attenzione di tutti: se da un lato, è vero che «Necessitas non habet legem, sed ipsa sibi facit legem» (la necessità non conosce leggi, ma diventa essa stessa legge), questa “legge” è e deve essere necessaria per il tempo e solo per il tempo della necessità.

Tornando al nostro Ministero della P.I., è davvero preoccupante la faciloneria con cui, nel giro di praticamente una decina di giorni, si sia passati dal considerare la didattica online (peraltro prontamente messa in campo ed agita, ovunque questo sia stato possibile, da tutto il corpo docente nazionale ed in totale autonomia, ancor prima che il Ministero della P.I. riuscisse a prendere coscienza dei traumatici e storici accadimenti in corso…) da un momentaneo palliativo per far fronte ad una condizione straordinaria ed emergenziale, all’imposizione della medesima come fatto e valore già acquisiti, sia da un punto di vista legale e giuridico che pedagogico-didattico-educativo e con tanto di entusiastiche considerazioni circa la bontà e l’attendibilità di questo (realmente) neonato mezzo di esercizio della pubblica funzione scolastica. Ora, aldilà della banale constatazione che, a livello nazionale, il nostro “ritardo tecnologico”, sia tutt’altro che imputabile alla presunta italica ignoranza digitale, quanto e piuttosto alla mancanza delle sovrastrutture idonee alla necessaria capillarizzazione dei mezzi atti a garantire la possibilità di rete (e che vede ancora molte ed ampie zone dello stivale addirittura non raggiunte da alcuna possibilità di connessione), e anche aldilà del fatto che, tra i quattro milioni di disoccupati presenti nel nostro paese (quasi tutti organizzati, per tradizione, in famiglie e, sempre per tradizione, abbastanza procreanti) pochi dispongano di reali possibilità tecniche, culturali, spaziali e persino temporali, idonee a garantire la minima possibilità di seguire sensatamente e proficuamente la già troppo enfaticamente sbandierata didattica online o a distanza (D.A.D.) se si preferisce e, infine, anche aldilà anche del fatto che la scuola, non ha solo il compito costituzionale di formare (cosa forse proponibile, limitatamente ad alcuni ambiti del sapere, in una dimensione “a distanza”), ma anche e soprattutto, almeno a livello di tutto il periodo dell’obbligo scolastico, anche quello di educare (ed una educazione appresa da remoto mi sa tanto di film horror da fantapolitica…), rimane il fatto che altrettanto frettolosamente ed in modo totalmente arbitrario, si faccia riferimento ad una bontà ed un’efficacia di detta didattica, praticamente come già acquisite e consolidate, il tutto nato e sviluppato nel giro di poco più di un mese al massimo.

Ora, addentrandomi più nello specifico della questione che, in realtà, intendo precipuamente porre in osservazione, va preliminarmente premesso che, intanto è ben lungi da me l’idea di voler assolutizzare l’improbabilità del riconoscimento di una piena bontà della “digitalizzazione” e “remotizzazione” della funzione docente; inoltre è altrettanto lungi da me l’idea di voler indirettamente auspicare o sponsorizzare una dimensione neofobica, retrograda o addirittura luddistica nei rapporti del, comunque non sempre, “buono nuovo” che avanza e che determina la base, direi teologica e provvidenzialistica, della vigente concezione di progresso tecnologicamente assistito. Ebbene, il punctum focale della (mia) questione sta in realtà nel fatto che, almeno attualmente, sia impensabile l’idea e la pretesa di sostituire, digitalmente e da remoto, qualunque prassi pedagogica nella didattica artistica. Riferisco di ciò dalla mia piccola postazione e dal mio piccolo osservatorio agiti in quanto docente di discipline artistiche e operante a livello di istruzione secondaria della scuola pubblica italiana e che, con la fatica derivata dalla comunque continua dedizione professionale, purtroppo constata quotidianamente l’assunto di cui sopra, e questo da quando, a partire dal 21 febbraio 2020, si è inaugurato questa nuova e forzosa dimensione docentizia. La materia che insegno, specificatamente denominata discipline pittoriche progettuali, fa parte, nell’ambito degli insegnamenti del nuovo liceo artistico (radicalmente rivisto e riformulato, anche se pochi se ne sono realmente accorti, dalla cosiddetta “Riforma Gelmini”), di quella pletora di discipline a dimensione laboratoriale che caratterizzano tutti gli indirizzi della rinnovata formazione artistica italiana. Come dicevo, le discipline artistiche sono state, nel novero della formazione scolastica, radicalmente modificate anzi, ad esser stato modificato (inconsapevolmente, almeno da un punto di vista filosofico e politico) è stato l’intero paradigma teorico e formativo sottostante la concezione e l’esercizio pedagogico in campo artistico. Modificato in quanto, con la implicitamente decretata fine di una “dimensione contemplativa” dell’arte e della sua prassi artistica, retaggio di una cultura e di una visione romanticistica dell’arte e scolasticamente caratterizzata da molte ore di speculazione, osservazione e riproduzione dal vero dei percetti attraverso i linguaggi della figurazione, si è passati ad una, considerata nuova ed innovativa, “dimensione progettuale” (così letteralmente definita dal gabinetto che sovraitese al varo e al traghettamento delle nuove disposizioni scolastiche nazionali) giustificando così, in realtà, solamente i mostruosi tagli orari di discipline specifiche che, in particolare i licei artistici, subirono. Con questa manovra di governo (sé dicente e pensante di centro-destra), in realtà molto grossolana da più punti di vista, si è passati, nel breve volgere di qualche mese, da una concezione spirituale dell’arte fondata sull’intuizione (e sul genio), ad una vera e propria svolta marxista della medesima ora, improvvisamente impostata sull’intelligenza e sulla prassi. Ma aldilà dell’incredibile debacle ideologica inconsapevolmente auto inflittasi dalla destra anche in campo formativo (ma si sa, la destra, al massimo, è conservativa…), si rischia oggi, perseverando senza critica in questo solco “riformista” gelministicamente inaugurato, di pensare che questa ormai acquisita “dimensione progettuale” dell’arte e della sua dimensione educativa, possano ora, senza colpo ferire, essere anche traghettate in un contesto formativo online svolto e monitorato da remoto. Gli entusiasmi sulla didattica online espressi da Lucia Azzolina, nonché la facilità con cui si è così fiduciosamente rifugiata nella possibilità di (senza l’idea di un minimo problema) iniziare “online”, anche il prossimo anno scolastico (e, magari parte di, se non l’intero futuro scolastico…) non fanno che confermare questo mio atroce sentore… Bene, cioè male, sarebbe il caso che qualcuno informi i nostri vertici ministeriali e, con loro, tutti coloro che giacciono su queste lunghezze d’onda, che la didattica artistica online è, non solo di osticissima praticabilità tecnica e tecnologica, ma anche intrinsecamente demenziale.

Anche immaginando i più incredibili e futuribili dispiegamenti di mezzi elettronici (alla Minority Report, tanto per intenderci...), per la mia (ma mi permetto di estendere il concetto a tutte le discipline artistiche) disciplina già esistono e persisterebbero comunque grandi problemi, sia a livello di comunicazione che di monitoraggio e verifica. E questo non solo per il banale fatto che le materie cosiddette pratiche abbisognino di una dimensione reale e non virtuale per essere comunicate ed apprese, ma soprattutto per il fatto che la dimensione artistico-pedagogica è essenzialmente estetica, naturalmente da intendersi nell’accezione originaria ed etimologica che il temine “estetico” implica e comporta. Forse, si potrebbe uscire da quest’impasse formativo concettualizzando, cioè sottraendo, appunto, la dimensione estetica dall’arte e dalla sua trasmissibilità pedagogica. In fondo, giusto per fornire un esempio pratico, anche la mia generazione, con i e sui concetti ha costruito parte dei propri saperi intellettivi, intellettuali ed operativi, ad esempio, chi ha compiuto come me studi artistici, per la storia dell’arte si è formata scolasticamente sui testi di autori come C.G. Argan, E. H. Gombrich ed A. Hauser, testi non solo caratterizzati da repertori iconografici praticamente inesistenti, ma quando e se presenti, erano praticamente declinati nel solo bianco e nero o, al massimo attraverso nuance di tinte pastello davvero improponibili rispetto alla realtà visiva che intendevano narrare. Questo non ci ha tuttavia impedito di farci comunque un’idea del colore, di approdare ad un’ontologia delle vibrazioni cromatiche poi colmate con la voglia, l’esperienza e la volontà individuale... Ma quelli erano decisamente altri tempi, oggi davvero improponibili. Pertanto, se non si vuole assistere ad un veloce (tra i molti altri) tramonto anche del nostro patrimonio nazionale di pedagogia artistica, è bene che si inizi, fin da adesso, a riflettere ed agire di conseguenza adoperandoci per informare prontamente chi di dovere.