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DaD. PIU’ TEMPO CHE VITA

di Giovanna Lo Presti

lunedì 6 aprile 2020, di cesppadova

Presentiamo uno stralcio del più ampio intervento di G.LP postato sul portale la poesia e lo spirito che ospita Viva La Scuola.

DaD. PIU’ TEMPO CHE VITA

di Giovanna Lo Presti da VivalaScuola

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Bambini e ragazzi sono da settimane liberi dagli impegni scolastici e vivono in un tempo sospeso ed in un clima claustrofobico. Il messaggio che la Scuola lancia, per bocca della sua rappresentante più alta nella scala gerarchica, si riassume, come abbiamo visto, nello slogan “La scuola non si ferma”. Se dovessimo raccogliere i testi ministeriali e le circolari emesse dai singoli dirigenti dopo la chiusura delle scuole a causa dell’epidemia sono certa che potremmo formarne numerosi volumi. Uno, solo ed importante era il messaggio che ci saremmo aspettati dai vertici ministeriali. Era necessario e sufficiente un appello ai più giovani a resistere e a sfruttare nel modo migliore – diverso per ciascuno di loro – il tanto tempo a disposizione, libero da impegni esterni; l’assicurazione che i loro insegnanti avrebbero fatto di tutto per essere loro vicini non per obbligo contrattuale ma per senso di umanità, per tenere in vita, anche nell’emergenza sanitaria, la relazione con i propri studenti; l’espressione di solidarietà alle famiglie, in prima linea per rassicurare e proteggere bambini e ragazzi.

L’atteggiamento del Ministro ha favorito invece patetiche discussioni; i siti specializzati sono zeppi di testimonianze di docenti che si lodano imbrodandosi (e che vanno a rimpinguare le “buone pratiche” che la ministra vuole mettere “in vetrina”), di altri che, più realisticamente, denunciano l’impossibilità di praticare l’insegnamento a distanza (per mancanza di mezzi), di altri ancora che ricordano che l’Italia, anche da questo punto di vista, è frammentata, divisa tra chi ha e chi non ha. I dati odierni, forniti dallo stesso Ministro, ci dicono che 6,7 milioni di studenti sono stati raggiunti dall’insegnamento a distanza mentre 1,6 milioni non ne hanno potuto usufruire.

Sulla maggioranza dei “raggiunti” una sola annotazione: come sono stati raggiunti? Qual è stata l’efficacia didattica dei molti sforzi messi in campo dai docenti? Abbiamo, senza alcuna presunzione, già la risposta a questa domanda: i più fortunati sono quelli di sempre, quelli che hanno il proprio computer, la linea Internet superveloce a disposizione, la propria camera in cui ritirarsi per seguire le lezioni, un efficace collegamento con la scuola, già rodato in precedenti occasioni etc. Questo non è l’identikit completo dei “raggiunti”, ma ci si avvicina. L’identikit dei “non raggiunti” è più semplice da disegnare: sono gli studenti più deboli, diseredati, proprio quelli che la scuola dovrebbe avere più a cuore, proprio quelli che la scuola come istituzione, anche in questa occasione, dovrebbe cercare di sostenere. E ritengo che sia più importante un sms, una telefonata affettuosa fatta dai loro insegnanti al gruppo dei “non raggiunti” di tutte le “buone pratiche” sbandierate in questo momento difficile.

Spingere l’acceleratore sull’insegnamento a distanza, erigerlo a panacea di ogni male didattico, far credere (agli allocchi) che i mali della scuola italiana derivino dall’arretratezza tecnologica è stata un’operazione ipocrita o da ignoranti. Il primo compito di un educatore è quello di non lasciare indietro nessuno: al Ministero dovevano sapere che una quota consistente della popolazione studentesca non è in grado di usufruire dell’insegnamento a distanza. Azzolina si è comportata come chi, ben sapendo che una parte degli studenti di una classe non potrà parteciparvi per ragioni economiche, proponga un viaggio di istruzione molto costoso. Ha fatto molto male; male hanno fatto i dirigenti zelanti (moltissimi) che hanno assunto il tono del comando spingendo i propri docenti a praticare piattaforme più o meno improvvisate e modalità di formazione a distanza, riproponendo così i modi ed i tempi scolastici in modo parodistico; male hanno fatto i non pochi docenti che si son fatti belli di una situazione di vantaggio.

Ancora una volta, una parte della scuola dimostra di essere contagiata da un virus per cui sembrerebbe non esserci rimedio, che è il virus del Primo della Classe. Ma c’è un’altra parte della scuola che non si arrende all’omologazione e, pur di fronte all’emergenza, mantiene capacità di giudizio: si dà da fare, ma rifiuta le “vetrine”, agisce ma continua ad essere perplessa di fronte alla retorica ministeriale, non rinuncia a giudicare le “nuove tecnologie” e si rifiuta di ritenerle il futuro dell’educazione. Questa parte viva della scuola italiana sa che imparare richiede tempo e pazienza, sa che nulla potrà sostituire il rapporto umano nella trasmissione del sapere.

Sobrietà, conoscenza della situazione reale della scuola italiana, capacità di giudizio, riflessione sul potere negativo che le cosiddette “nuove tecnologie” hanno su bambini e ragazzi: ecco alcune delle principali mancanze di una ministra dell’Istruzione troppo poco istruita, nonostante le due lauree sempre esibite ed i concorsi superati.

Anche la scuola si ferma quando è ora di riflettere sulla fragilità degli esseri umani
Perciò, allo slogan “La scuola non si ferma”, all’attivismo ad ogni costo noi opponiamo un altro pensiero: anche la scuola si ferma quando è ora di riflettere sulla fragilità degli esseri umani: gli adulti tendono una mano ai loro figli, ai loro studenti, li rassicurano ed insegnano loro che c’è un tempo per ridere ed uno per piangere, un tempo per correre ed un tempo lento che servirà da slancio quando la normalità tornerà.

Abbiamo letto tante volte delle difficoltà dei nostri studenti nella lettura e nella scrittura; gran parte di tali difficoltà derivano dai ritmi accelerati che noi imponiamo loro, dall’atteggiamento insieme superficiale e bulimico verso l’acquisizione del sapere, dalla perdita di ogni gradualità nell’apprendimento. Abolito ogni Gradus ad Parnassum, abbiamo illuso i nostri bambini che l’ascesa al monte su cui abitano le Muse, laddove si trovano le più alte espressioni dell’umano, passasse per il coding, che il tablet fosse migliore del libro e del quaderno e che la velocità di un videogioco potesse sostituire, migliorandola, una qualsiasi lezione. E poi ci lamentiamo se non leggono e se non capiscono quello che leggono! Leggere e scrivere esige lentezza: soltanto con i tempi lunghi si impara a scrivere correttamente o a padroneggiare pienamente un testo.

Dedico agli insegnanti questa bella citazione di Walter Benjamin, una delle tante presenti nel libro di Lothar Baier che ho citato all’inizio:

“La forza di una strada è diversa a seconda che uno la percorra a piedi o la sorvoli in aeroplano. Così anche la forza di un testo è diversa a seconda che uno lo legga o lo trascriva. Chi vola vede soltanto come la strada si snoda nel paesaggio, ai suoi occhi essa procede secondo le medesime leggi del terreno circostante. Solo chi percorre la strada ne avverte il dominio, e come da quella stessa contrada che per il pilota è semplicemente una distanza di terreno essa, con ognuna delle sue svolte, faccia balzar fuori sfondi, belvedere, radure e vedute allo stesso modo che il comando dell’ufficiale fa uscire i soldati dai ranghi.

Così, solo il testo ricopiato comanda all’anima di chi gli si dedica, mentre il semplice lettore non conoscerà mai le nuove vedute del suo spirito quali il testo, questa strada tracciata nella sempre più fitta boscaglia interiore, riesce ad aprire; perché il lettore obbedisce al moto del suo io nel libero spazio aereo delle fantasticherie, e invece il copista si assoggetta al suo comando. La pratica cinese del ricopiare i libri era perciò garanzia incomparabile di cultura letteraria, e la trascrizione una chiave per penetrare gli enigmi della Cina”. (1)

Ed ora qualche dubbio sul fatto che la scuola italiana sia arretrata perché il “parco” delle tecnologie digitali è troppo sguarnito e, di conseguenza, non abbia la capacità di attivare un efficace insegnamento a distanza. Cominciamo dai più piccoli e citiamo uno documento dell’OMS:

“I bambini sotto i cinque anni devono trascorrere meno tempo seduti a guardare gli schermi, o trattenuti in carrozzine e sedili, ottenere un sonno di qualità migliore e avere più tempo per giocare attivamente se vogliono crescere sani […]

Per i bambini di 1 anno, si sconsiglia il tempo dello schermo sedentario (come guardare la TV o i video, giocare ai giochi per computer). Per quelli di età compresa tra 2 anni, il tempo di schermatura sedentaria non dovrebbe essere più di 1 ora; meno è meglio. I bambini di 3-4 anni dovrebbero:
Trascorrere almeno 180 minuti in una varietà di tipi di attività fisiche a qualsiasi intensità, di cui almeno 60 minuti siano attività fisica di intensità da moderata a vigorosa, diffusa durante il giorno; più è meglio.
Non essere trattenuti per più di 1 ora alla volta (ad es. carrozzine / passeggini) o sedersi per lunghi periodi di tempo. Il tempo dello schermo sedentario non dovrebbe essere più di 1 ora; meno è meglio”. (2)

Ci pensino bene tutti coloro che vorrebbero fornire ai “nativi digitali” un tablet insieme con il biberon. Anche per i più grandicelli, però, l’esposizione allo schermo di un tablet, di uno smartphone, di un computer non è poi così raccomandabile. Ce lo dicono ormai numerosi studi di neuroscienziati che lanciano l’allarme (ignorato da troppa pedagogia d’accatto) sull’uso precoce delle “nuove tecnologie”.

Tra tutti coloro che hanno studiato l’argomento uno dei più famosi è il neuropsichiatra Manfred Spitzer (3), del quale raccomanderei caldamente (anche ad Azzolina) la lettura di un saggio, eloquente già dal titolo, Demenza digitale. La tesi centrale del libro è netta: i computer non sono macchine per imparare ma macchine per ostacolare l’apprendimento. Non solo: il loro uso precoce influisce in modo decisivo sullo sviluppo cerebrale e, poiché il cervello si sviluppa analogamente ai muscoli, ancorché in modo più complesso, l’apprendimento è alla base del suo sviluppo. Risulta indispensabile una interazione attiva con l’ambiente e sono le prime fasi della vita umana quelle decisive per lo sviluppo cerebrale. Cosa c’è che non va nell’uso intensivo dei nuovi media nell’infanzia e nell’adolescenza? Il fatto che il computer sottragga a chi lo usa lavoro mentale:

“I media digitali rendono superficiale il pensiero, distraggono ed inoltre presentano effetti collaterali indesiderati...”.

La scarsa capacità di memorizzare dei nostri giovani, la difficoltà nella lettura e nella scrittura che ogni giorno verifichiamo ne sono buoni esempi. Potremmo spingerci oltre, poiché l’uso scolastico dei media digitali è soltanto una parte della colonizzazione che tali tecnologie hanno operato sulla mente dei più giovani. La violenza gratuita che caratterizza molti videogiochi, la pornografia che dilaga su Internet non possono essere neutre rispetto alla formazione della personalità dei più giovani. Conseguenze ne sono lo sviluppo di un’affettività turbata e di un immaginario erotico che certo non contribuirà ad un sereno sviluppo della personalità. Chi lo nega, nega una evidenza.

Il computer è la tipica macchina ammazza-tempo: dovrebbe velocizzare molte operazioni ed invece divora grandi quantità del nostro tempo. Ma, soprattutto, siccome qui non stiamo parlando di adulti ma di bambini e di adolescenti, non è, lo ripetiamo, una macchina adatta ad imparare, se non in casi eccezionali: se noi vivessimo in paesi in cui la scuola più vicina dista settanta chilometri, accoglieremmo con entusiasmo la possibilità dell’insegnamento a distanza. Sia ben chiaro, quindi: non facciamo parte dei laudatores temporis acti, non rimpiangiamo nessun passato edenico e non neghiamo, per gli adulti, possibilità di usi importanti e notevoli delle nuove tecnologie. Vorremmo soltanto lanciare l’allarme rispetto al mito del digitale applicato all’insegnamento. Se i nostri politici fossero più onesti (e più colti) dovrebbero riconoscere che anche quelle fonti ufficiali cui fanno continuo riferimento non hanno evidenziato alcun effetto positivo dell’introduzione del computer nella didattica.

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