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discussione

Non moriamo di paura per paura di morire

di Laboratorioccupato Morion - Venezia

mercoledì 26 febbraio 2020, di cesppadova

Pubblichiamo questa comunic/azione del Laboratorio Morion di Venezia come utile contributo alla riflessione attorno al ’bailamme’ sulla diffusione del Corona virus, sulle misure precauzionali imposte, sul diffuso comportamento sociale, sull’accondiscendenza acritica di tutte - quasi - le parti sociali attive nel paese.G.Z.

Non moriamo di paura per paura di morire: il Morion resta aperto

di LABORATORIOCCUPATO MORION

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Da inizio gennaio il Coronavirus ha iniziato a farsi spazio nelle cronache mainstream: inizialmente epidemia accertata in Cina con il primo caso del 31 di dicembre, poi pandemia di dimensioni globali. Per giorni tv e testate giornalistiche hanno costruito per mezzo di un climax crescente l’aspettativa rispetto al suo arrivo. Un’aspettativa che ha aperto prima spiragli e poi enormi finestre al gelido clima del terrore.
Non siamo medici né tantomeno epidemiologi, ma di una cosa siamo certi: non dobbiamo avere paura.

È necessario premettere una questione volendo evitare che le nostre parole vengano travisate: non abbiamo intenzione di ridicolizzare in modo alcuno un’influenza che sta comportando, in molte parti del mondo, morti e malati.
È altresì evidente come la politica da una parte e l’impianto comunicativo dall’altra si dimostrino coesi nel giocare con menti e corpi figli dell’individualismo e della frammentazione sociale.
Da qualche giorno assistiamo ad un esperimento, quello del passaggio dal governo delle nostre vite a forme di controllo ben più rigide ed autoritarie. Ciò che ci deve preoccupare è ciò che è recentemente accaduto in paesi vicini, vedi la Francia, ad esempio. Lì lo stato d’eccezione, emanato per far fronte ad emergenze straordinarie, è diventato permanente. Inutile dire che, esattamente come in accade in Italia, la retorica dell’emergenza si basa sull’unità nazionale e sulla criminalizzazione del dissenso, tacciato di alto tradimento.
L’emergenzialità è dunque una forma di governance ben collaudata che rischia di divenire, con il tempo e la reiterazione dei provvedimenti istituzionali, una sorta di “normalizzazione dello stato di emergenza”. Lo testimoniano ad esempio le politiche di militarizzazione delle città successive agli attentati degli ultimi anni: se i progetti “strade sicure” avrebbero dovuto inizialmente avere una durata di breve termine per la gestione dell’eccezionalità, oggi possiamo constatare come essi siano divenuti strumento ordinario di controllo e repressione.

Le ordinanze messe in atto nella nostra regione e non solo, hanno poco a che vedere con la limitazione del contagio, ma anzi sembrano assumere i contorni di un grande esperimento sociale. Tutto ciò che è cultura, svago e aggregazione è stato messo a bando: scuole, università, musei, eventi culturali e quant’altro sono stati chiusi o vietati con il fine formale di evitare la trasmissione del virus. C’è però un dato di fatto che il nostro sguardo critico non può eludere: il sistema produttivo e il sistema di consumo non sono stati in alcun modo intaccati.

Le lavoratrici e i lavoratori ogni giorno continuano ad entrare nelle fabbriche, nei magazzini della logistica, nei supermercati e nei centri commerciali. Continuano ad entrare in contatto con centinaia, se non migliaia, di persone.
Dov’è dunque la differenza? Nel sacrificabile.
L’aggregazione e la cultura sono sicuramente sacrificabili per coloro che pretendono di governare con forza e autorità sotto l’egida del capitalismo neoliberista; anzi, volendo osare, l’eliminazione della socialità e della libertà, la cancellazione della dimensione collettiva sono elementi che fanno piacere a questo nuovo fronte di unità nazionale. Elemento ulteriore a conferma di ciò, è la limitazione del diritto di sciopero imposta alle lavoratrici e ai lavoratori. Si punta all’isolamento, alla frammentazione.

Le persone, incollate davanti a tg, talk show, social e testate web, sono state portate ad uno stato di psicosi generale e generalizzata dalla narrazione dominante. Quest’ultima spinge i singoli a percepire l’arginamento dell’emergenza attraverso l’individualizzazione della responsabilità, fenomeno che comporta inoltre meccanismi di segregazione volontaria.
Per paura della morte si muore di paura. Quello che tuttavia non è chiaro è che viviamo già in uno stato di pericolo costante: siamo fra i primi paesi in Europa per il numero di morti a causa dell’inquinamento atmosferico; dopo nemmeno due mesi dall’inizio del nuovo anno Venezia ha già superato il numero di giorni concessi per sforamento dei livelli di pm10.

Siamo certi che non esista spazio sicuro a livello di contagio, ma esistono spazi sicuri per evadere e liberarsi dalla psicosi collettiva smascherando allo stesso tempo ciò che si sta andando a creare: il peggiore dei mondi possibili.
Per questo abbiamo deciso, e ne siamo convinte e convinti, di aprire il Morion in queste giornate. Vogliamo sottolineare che lo facciamo anche in contrapposizione a tutte quelle politiche di mercificazione della cultura che contraddistinguono la città di Venezia. Contro l’economia dell’evento noi spalanchiamo le porte del centro sociale per un’altra idea di aggregazione e città basata sull’analisi critica e la collettivizzazione.
Crediamo che gli spazi fisici e immaginari, che oggi si vogliono chiudere prediligendo la retorica del “lavora-consuma-crepa”, possano invece essere luoghi per autodeterminarsi , liberarsi, confrontarsi e quindi ripudiare la paura.